Un’eventuale discesa in campo di Alessandro Di Battista potrebbe cambiare gli equilibri nel Movimento 5 Stelle e, più in generale, nel fronte progressista. È questo il dato politico che emerge dall’analisi di Renato Mannheimer, intervenuto a L’Aria che Tira su La7 per commentare gli ultimi sondaggi e valutare quanto potrebbe valere una lista autonoma guidata dall’ex deputato pentastellato.
Secondo i dati citati dal sondaggista, oggi una formazione riconducibile a Di Battista potrebbe attestarsi intorno al 3,5%. Un risultato distante dal 7% circa attribuito a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, ma comunque significativo, soprattutto per la provenienza dei potenziali consensi.
Il punto, infatti, non è soltanto quanto prenderebbe Di Battista. È capire da dove arriverebbero quei voti.
Mannheimer: “Di Battista prenderebbe molti voti dal Movimento 5 Stelle”
L’analisi del sondaggista è molto netta.
Mannheimer sostiene che una lista Di Battista potrebbe pescare in misura importante proprio nell’elettorato del Movimento 5 Stelle.
«La cosa interessante è da dove prende i voti», ha spiegato durante il collegamento con L’Aria che Tira. «Di Battista prenderebbe i suoi voti tanto dal Movimento 5 Stelle».
Il dato più delicato riguarda la disponibilità degli elettori pentastellati a prendere in considerazione un voto per una possibile nuova formazione.
Secondo Mannheimer, quasi un terzo dei votanti per Giuseppe Conte valuterebbe l’ipotesi Di Battista.
Non significa che un terzo degli elettori M5S passerebbe automaticamente a un nuovo partito. Si tratta di disponibilità potenziale, quindi di un bacino molto più ampio rispetto al consenso effettivo stimato al 3,5%.
Ma politicamente il segnale resta importante.
Una lista al 3,5% potrebbe pesare molto più del numero
Il 3,5% può sembrare un risultato relativamente contenuto, ma in un sistema politico caratterizzato da coalizioni e distacchi ridotti anche pochi punti possono diventare decisivi.
Una lista autonoma di Di Battista potrebbe modificare i rapporti di forza tra Movimento 5 Stelle, Partito democratico e le altre forze progressiste.
Potrebbe inoltre incidere sulla discussione relativa alla leadership del campo largo e sulla costruzione delle alleanze in vista delle prossime elezioni politiche.
Se il nuovo soggetto sottraesse soprattutto voti al M5S, Conte sarebbe costretto a difendere una parte importante del proprio elettorato.
Il confronto con Vannacci
Mannheimer ha messo direttamente a confronto il potenziale di Di Battista con quello di Roberto Vannacci.
La differenza, al momento, è evidente.
Futuro Nazionale viene indicato da diverse rilevazioni sopra il 7%, mentre la possibile lista Di Battista sarebbe intorno al 3,5%.
«Di Battista è meno popolare di Vannacci, che ha già superato il 7%», ha spiegato Mannheimer.
Ma il sondaggista introduce subito una precisazione importante: Di Battista non ha ancora formalmente lanciato alcun partito.
Questo significa che il 3,5% viene misurato su un’ipotesi politica, non su una formazione già organizzata e presente stabilmente nel dibattito pubblico.
Perché Vannacci parte avanti
La situazione di Roberto Vannacci è profondamente diversa.
L’ex generale ha già costruito una propria identità politica, ha una struttura, una leadership definita e un partito che compare stabilmente nei sondaggi.
La sua rottura con la Lega ha inoltre reso più visibile la competizione a destra.
Vannacci dispone quindi di un vantaggio organizzativo e mediatico che Di Battista, al momento, non possiede.
Eppure una lista al 3,5% prima ancora di essere formalmente nata viene letta come un dato da non sottovalutare.
Il fattore Di Battista
Alessandro Di Battista conserva ancora una forte riconoscibilità nell’elettorato del Movimento 5 Stelle.
È stato per anni uno dei volti più popolari del Movimento, soprattutto nella fase precedente all’ingresso del M5S nei governi nazionali.
Ha mantenuto una linea politica fortemente critica nei confronti delle alleanze tradizionali, del riarmo, delle politiche internazionali occidentali e dei compromessi con i partiti considerati espressione del vecchio sistema politico.
Questa identità potrebbe consentirgli di intercettare quella componente dell’elettorato pentastellato più critica verso la trasformazione del Movimento negli ultimi anni.
Conte e il rischio della concorrenza interna
È qui che l’analisi di Mannheimer diventa particolarmente politica.
Secondo il sondaggista, Giuseppe Conte starebbe cercando di rafforzare il proprio posizionamento anche per evitare che Di Battista occupi uno spazio politico alla sua sinistra o nell’area più radicale del Movimento.
Mannheimer utilizza una formula molto forte: “Meloni ha paura di Vannacci mentre Conte ha paura di Di Battista”.
Una frase chiaramente politica e interpretativa, ma che sintetizza il parallelismo individuato dal sondaggista.
Da una parte Giorgia Meloni deve fronteggiare un soggetto capace di sottrarre voti al centrodestra.
Dall’altra Conte potrebbe trovarsi davanti a un ex protagonista del M5S capace di contendere una parte della sua base.
La strategia di Conte
Negli ultimi mesi il presidente del Movimento 5 Stelle ha assunto posizioni molto nette su alcuni dossier.
Il no all’aumento delle spese militari, la contrarietà a nuovi invii di armi all’Ucraina, la difesa della sanità pubblica, il salario minimo, il contrasto alla precarietà e la critica alle politiche economiche del governo Meloni sono diventati elementi centrali della comunicazione pentastellata.
Questa linea serve anche a mantenere riconoscibile il Movimento rispetto al Pd.
E potrebbe contribuire a ridurre lo spazio disponibile per un eventuale nuovo soggetto politico guidato da Di Battista.
La possibile competizione sul pacifismo
Uno dei terreni principali di confronto sarebbe inevitabilmente quello della politica estera.
Conte ha trasformato il no al riarmo in uno dei pilastri della linea M5S.
Di Battista ha storicamente assunto posizioni ancora più radicali sulla Nato, sulle guerre internazionali e sulla politica estera occidentale.
Una sua candidatura potrebbe quindi provocare una competizione diretta proprio sull’elettorato più pacifista e più critico verso le spese militari.
Che cosa significa “quasi un terzo”
Il dato citato da Mannheimer deve essere interpretato con attenzione.
Dire che quasi un terzo degli elettori di Conte “prenderebbe in considerazione” Di Battista non significa che quell’intero gruppo cambierebbe voto.
Nei sondaggi politici la disponibilità potenziale è generalmente molto più elevata rispetto all’intenzione di voto effettiva.
Tuttavia, anche se soltanto una parte di quel bacino decidesse realmente di spostarsi, l’impatto sul M5S potrebbe essere significativo.
Un problema anche per il campo largo
La questione riguarda inevitabilmente anche il progetto di coalizione progressista.
Se il Movimento 5 Stelle dovesse perdere alcuni punti verso una lista autonoma, il peso di Conte all’interno dell’alleanza potrebbe diminuire.
Ma contemporaneamente una formazione Di Battista potrebbe diventare un nuovo soggetto con cui fare i conti per costruire una maggioranza alternativa alla destra.
Tutto dipenderebbe dalla disponibilità dell’ex deputato a partecipare a una coalizione.
Storicamente Di Battista ha mostrato molta diffidenza verso le formule politiche costruite insieme ai partiti tradizionali.
Il tema delle soglie elettorali
Un consenso del 3,5% diventerebbe particolarmente importante anche in relazione alla futura legge elettorale.
Se il nuovo sistema prevedesse soglie di sbarramento attorno a quei livelli, ogni decimale potrebbe diventare decisivo.
Una lista capace di superare la soglia entrerebbe nel Parlamento e potrebbe ottenere una rappresentanza autonoma.
Se invece rimanesse sotto, parte dei voti rischierebbe di non tradursi in seggi.
Per questo il valore reale di una possibile lista dipenderà anche dalle regole con cui si voterà.
Vannacci e Di Battista, due fenomeni diversi
Il parallelismo proposto da Mannheimer è suggestivo, ma i due fenomeni politici sono molto differenti.
Vannacci nasce come sfida interna e poi esterna alla destra tradizionale.
Di Battista, invece, rappresenterebbe un ritorno di una figura nata proprio dentro il Movimento 5 Stelle.
Il primo cerca soprattutto elettori di Lega e Fratelli d’Italia.
Il secondo potrebbe rivolgersi agli elettori M5S disillusi, agli astensionisti e a una parte del voto antisistema.
Il vero avversario potrebbe essere l’astensione
Un eventuale progetto Di Battista potrebbe inoltre puntare su un enorme bacino: quello degli elettori che oggi non votano.
Negli ultimi anni l’astensionismo è cresciuto sensibilmente.
Una proposta politica fortemente identitaria e anti-establishment potrebbe tentare di recuperare una parte di quegli elettori che non si riconoscono più né nel Movimento 5 Stelle né negli altri partiti.
Se riuscisse a farlo, il suo risultato potrebbe essere diverso da quello stimato oggi.
Di Battista non ha ancora annunciato una lista
Questo resta il dato fondamentale.
Al momento si parla di un’ipotesi.
Non c’è ancora una formazione ufficialmente presentata, un simbolo, una struttura, un programma elettorale o una candidatura formalizzata.
Il sondaggio misura quindi il potenziale di un nome molto conosciuto.
La trasformazione di quel potenziale in voti reali sarebbe tutta da verificare.
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La partita è appena iniziata
Renato Mannheimer fotografa quindi un potenziale scenario, non una previsione definitiva.
Vannacci parte nettamente avanti perché è già organizzato e supera il 7%.
Di Battista viene stimato al 3,5%, ma partirebbe da un bacino politico molto preciso e potenzialmente sensibile alla sua proposta.
Il dato più significativo resta quello relativo agli elettori di Conte: quasi uno su tre sarebbe disposto almeno a prendere in considerazione l’ex deputato.
Ed è questo che trasforma una semplice ipotesi di sondaggio in un problema politico reale per il Movimento 5 Stelle.
Se Di Battista decidesse davvero di tornare in campo con una propria lista, la sfida non riguarderebbe soltanto qualche punto percentuale. Potrebbe aprirsi una battaglia diretta per l’identità, la leadership e il futuro dell’area politica nata con il Movimento 5 Stelle.



















