Un nuovo quadro delle intenzioni di voto di gennaio 2026, diffuso sui social da Sondaggi Bidimedia e attribuito al sondaggio “Sigma – Piave”, fotografa un equilibrio politico in movimento: Fratelli d’Italia scende sotto la soglia psicologica del 30%, il Partito Democratico resta secondo ma a distanza, mentre il dato che fa più rumore è il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte al 14,4%, terza forza nazionale con un peso che torna centrale in ottica coalizioni.
Nel frattempo, nel centrodestra si registra un altro segnale non banale: Forza Italia (8,7%) supera la Lega (8,0%), dettaglio che incide sugli equilibri interni dell’alleanza di governo e sul racconto pubblico della leadership.
I numeri: la classifica delle forze politiche
La rilevazione riportata nel grafico indica queste percentuali:
Fratelli d’Italia (Meloni): 29,2%
Partito Democratico (Schlein): 21,5%
Movimento 5 Stelle (Conte): 14,4%
Forza Italia (Tajani): 8,7%
Lega (Salvini): 8,0%
Alleanza Verdi e Sinistra (Bonelli, Fratoianni): 6,5%
Azione (Calenda): 3,3%
Italia Viva (Renzi): 2,2%
+Europa (Bonino): 1,9%
Noi Moderati (Lupi, Carfagna): 1,0%
Altre liste: 3,3%
È una fotografia che, già a colpo d’occhio, racconta tre cose: FdI resta primo partito, il PD tiene una distanza significativa, e il M5S torna a essere un perno più robusto di quanto molti avversari (e anche alcuni alleati potenziali) vorrebbero.
FdI sotto il 30%: segnale politico più che aritmetico
Il 29,2% di Fratelli d’Italia non significa “crollo” di per sé (senza serie storica non si può parlare di aumento o calo reale), ma ha un valore simbolico: sotto il 30% la narrazione del “partito pigliatutto” perde potenza e lo spazio di manovra degli alleati cresce. Nel linguaggio politico italiano, quella soglia è un confine psicologico: restare sopra significa dominare l’agenda; stare sotto rende più credibile la prospettiva di una competizione vera, soprattutto se dall’altra parte si costruiscono aggregazioni.
Il PD secondo, ma il divario resta ampio
Il 21,5% del Partito Democratico conferma la posizione da prima forza di opposizione, ma il distacco da FdI è comunque netto: 7,7 punti (29,2 – 21,5). Questo dato, tradotto in dinamica politica, suggerisce che il PD da solo non può puntare a colmare il gap: la partita passa inevitabilmente da alleanze e dalla capacità di presentarsi come centro di gravità di un fronte più ampio.
“Boom Conte”: perché il 14,4% pesa (molto) più del numero
Il 14,4% del Movimento 5 Stelle è il dato che cambia la geometria dell’opposizione. Anche senza parlare di “crescita” (manca un confronto diretto con sondaggi precedenti), quel valore indica che il M5S:
1. è stabilmente terza forza nazionale;
2. ha un bacino sufficiente per essere decisivo nelle strategie anti-centrodestra;
3. aumenta il proprio potere negoziale nei rapporti con il PD: non è un alleato “accessorio”, ma un pilastro senza il quale la somma complessiva fatica a diventare competitiva.
In altre parole: se il “campo largo” esiste, Conte ne è una colonna portante, non una variabile.
Il “campo largo” torna vicino: la somma che fa rumore
Se si sommano le forze che più spesso vengono collocate nell’area progressista/alternativa di governo, il risultato è significativo:
PD (21,5) + M5S (14,4) + AVS (6,5) = 42,4%
Dall’altra parte, il perimetro classico del centrodestra vale:
FdI (29,2) + FI (8,7) + Lega (8,0) + Noi Moderati (1,0) = 46,9%
Il centrodestra, in questa fotografia, resta avanti di 4,5 punti, ma il dato vero è un altro: la distanza non è siderale. E soprattutto, il “campo largo” potrebbe teoricamente crescere se si aprisse una convergenza (anche solo elettorale o di collegio) con l’area centrista oggi frammentata:
Azione (3,3) + Italia Viva (2,2) + +Europa (1,9) = 7,4%.
Il problema è politico, non matematico: quelle forze non sono automaticamente sommabili, e spesso si muovono su linee incompatibili. Ma il messaggio che il sondaggio consegna è chiaro: la competizione è riapribile.
Centrodestra: FI supera la Lega, un dettaglio che pesa nelle trattative
Il passaggio Forza Italia 8,7% – Lega 8,0% è un altro snodo rilevante. Anche qui: non sappiamo se sia un sorpasso stabile o momentaneo, ma politicamente produce effetti immediati:
nella coalizione di governo, FI può rivendicare più centralità nella linea europeista e “moderata”;
per la Lega, stare sotto FI alimenta la pressione interna e la competizione sulla leadership del campo conservatore;
per FdI, il dato è un campanello: con alleati meno deboli, la gestione dell’alleanza diventa più complessa, perché aumenta la capacità degli altri di contrattare pesi, candidature e agenda.
AVS al 6,5%: il “blocco ecologista-sinistra” resta determinante
Il 6,5% di Alleanza Verdi e Sinistra è un valore che, nel gioco coalizionale, può essere decisivo. In uno scenario in cui la sfida si gioca anche sul “chi sta dentro e chi sta fuori”, AVS può diventare:
un alleato indispensabile per il PD a sinistra;
un elemento di equilibrio nei programmi (lavoro, ambiente, welfare);
ma anche un fattore di tensione se l’asse dovesse allargarsi verso il centro.
I “piccoli” e il rischio soglia: Azione, IV, +Europa e Noi Moderati
Nel grafico ci sono partiti che stanno tra 1% e 3,3%. Questo apre il tema classico della politica italiana: la sopravvivenza elettorale e la tentazione di federazioni o liste comuni.
Azione 3,3%: area ancora significativa ma non autosufficiente in scenari con soglie alte.
Italia Viva 2,2% e +Europa 1,9%: numeri che spingono verso scelte drastiche (accordi, apparentamenti, o forte campagna identitaria).
Noi Moderati 1,0%: presenza simbolica nel centrodestra, utile nelle trattative ma fragile sul piano della massa elettorale.
Questa frammentazione può diventare decisiva non tanto per “chi cresce”, ma per chi resta fuori e quindi per la redistribuzione dei voti nei meccanismi elettorali.
Cautela d’obbligo: è una fotografia, non una sentenza
Un sondaggio è sempre un’istantanea: senza dettagli su campione, metodologia, margine d’errore e senza un confronto con rilevazioni precedenti, va letto per quello che è: un segnale, non un verdetto. Però i segnali politici che emergono da questo grafico sono abbastanza netti:
FdI resta primo ma non è irraggiungibile;
il PD è secondo ma ha bisogno di alleanze;
il M5S di Conte al 14,4% significa che l’opposizione, se vuole essere competitiva, non può bypassarlo;
nel centrodestra si intravede una dinamica interna con FI davanti alla Lega.
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Se c’è un elemento che rende questi numeri “pazzeschi” nel senso politico del termine, è la conseguenza strategica: Conte torna centrale. Non perché il 14,4% basti da solo a ribaltare tutto, ma perché rende credibile un’alternativa solo a una condizione: che l’opposizione riesca a smettere di sommare sigle “sulla carta” e inizi a costruire una proposta comune. Il resto — leadership, candidature, programmi — viene dopo. Ma con questi numeri sul tavolo, una cosa è difficile da negare: la partita non è chiusa.


















