Se il Movimento 5 Stelle andasse da solo alle urne, tra gli astenuti sarebbe oggi il partito più scelto. È il dato che Giovanni Floris ha mostrato in diretta a Giuseppe Conte nell’ultima puntata di diMartedì su La7, commentando un sondaggio firmato da Nando Pagnoncelli (Ipsos) sugli elettori che dichiarano di non voler votare.
Il sondaggio tra gli astenuti: M5S davanti al PD
La slide proiettata in studio riportava la domanda: “Agli astenuti: se fosse obbligatorio, per chi voterebbe?”.
Nel dettaglio, tra chi oggi dice che resterebbe a casa, se costretto ad andare al seggio il 19,8% sceglierebbe il Movimento 5 Stelle, il 13,7% il Partito Democratico, il 7,8% Alleanza Verdi e Sinistra, il 6% Azione, il 2,7% Italia Viva, il 2,1% +Europa, mentre un ulteriore 10,1% si distribuirebbe su “altre liste”.
Per Conte è un assist evidente: M5S risulta il partito più attrattivo presso quel pezzo di paese che oggi si colloca nel “partito del non voto”, pur partendo – nei sondaggi nazionali tradizionali – da percentuali più basse rispetto al PD. La Supermedia YouTrend/Agi, ad esempio, vede Fratelli d’Italia stabile intorno al 29,5%, il PD al 21,8% e il M5S al 12,5%, con AVS al 6,3% e i partiti centristi sotto il 4%.
Il dato mostrato a diMartedì non ribalta dunque i rapporti di forza complessivi, ma fotografa un bacino preciso: gli elettori potenziali che oggi si astengono.
Il partito del non voto e il bacino potenziale dei 5 Stelle
Alle politiche del 2022 l’affluenza si è fermata al 63,9%, il livello più basso nella storia repubblicana: circa 16,5 milioni di italiani non si sono recati ai seggi,ì.
Come ricordano le analisi di Openpolis, da tre elezioni consecutive il “partito del non voto” è di fatto la scelta più frequente rispetto ai singoli partiti.
Dentro questo grande contenitore, ricerche demoscopiche e studi accademici mostrano una sovra-rappresentazione di giovani, ceti popolari e aree periferiche, segmenti sociali in cui il M5S era fortissimo nel 2018 e dove continua a mantenere un radicamento significativo, soprattutto nel Mezzogiorno.
Il sondaggio Ipsos racconta quindi una cosa precisa:
tra chi oggi non vota, il sentimento “anti-sistema” o di sfiducia verso i partiti tradizionali continua a tradursi più facilmente in simpatia per i 5 Stelle che per il PD;
il PD, pur restando primo partito dell’opposizione nei sondaggi generali, fatica ancora a motivare proprio gli elettori che dovrebbe conquistare per ribaltare i rapporti di forza con il centrodestra.
M5S e PD: alleanza difficile, ma quasi obbligata
Qui entra in gioco il nodo politico più delicato: il rapporto tra M5S e PD.
Un sondaggio True Data/Termometro Politico del 2022 mostrava che quasi un italiano su due giudicava “incompatibile” un’alleanza elettorale tra i due partiti: il 34,3% la escludeva per divergenze di agenda, un altro 14,2% riteneva il PD più vicino ai partiti di centro che ai pentastellati; solo il 14,2% vedeva positivamente un asse stabile tra Democratici e 5 Stelle.
Nello stesso articolo si sottolineava come, con la leadership di Conte, il M5S si sia progressivamente collocato più a sinistra del PD, puntando su salario minimo, reddito di cittadinanza e temi sociali, mentre i dem mantengono il profilo di forza “progressista europeista” più dialogante con il centro liberale.
Questa distanza identitaria spiega perché l’alleanza sia sempre stata tormentata:
nel 2019–2021 ha retto il governo Conte II;
nel 2022 ha finito per rompersi alla vigilia del voto, spalancando la strada alla vittoria larga del centrodestra.
Da allora, però, i fatti dicono che PD e M5S hanno ricominciato a muoversi insieme: referendum su lavoro e cittadinanza (pur finiti senza quorum), campagne comuni su salario minimo, sanità e scuola, e – più di recente – costruzione concreta di un “campo largo” con AVS e senza i partiti centristi di Renzi e Calenda.
Se vanno separati, se vanno uniti: cosa dicono i numeri
Le simulazioni elettorali aiutano a capire cosa succede se PD e M5S si presentano insieme o da soli.
Un’analisi YouTrend–Cattaneo Zanetto del 2022, basata sui sondaggi dell’epoca, mostrava che senza alleanza PD–M5S il centrodestra arriverebbe a sfiorare il 60% dei seggi, grazie al peso dei collegi uninominali. Anche con un’alleanza “minima” PD–M5S–Verdi/SI, il centrodestra manterrebbe comunque la maggioranza, seppur più contenuta. Solo una coalizione larghissima, con dentro anche il Terzo Polo, poteva davvero competere.
Più di recente, l’analisi YouTrend sui voti reali delle regionali 2025 arriva a una conclusione interessante: nei sei territori andati al voto (Marche, Calabria, Veneto, Toscana, Campania e Puglia) il “campo largo” PD–M5S–AVS e civiche ha raccolto il 49,7% dei consensi contro il 46,8% del centrodestra.
Il vantaggio è piccolo e in calo rispetto a politiche 2022 ed europee 2024, ma dimostra che, aggregati, i partiti di opposizione sono competitivi. La stessa analisi segnala che con l’attuale legge elettorale un centrosinistra unito potrebbe strappare fino a 18 collegi uninominali al centrodestra nel Mezzogiorno, mettendo in discussione la maggioranza al Senato.
Dentro questo quadro, il dato di diMartedì aggiunge un tassello:
se M5S corre da solo, intercetta più facilmente gli astenuti arrabbiati e disillusi, ma rischia di cannibalizzare una parte del potenziale alleato;
se M5S e PD si presentano insieme, una parte di questo elettorato “antisistema” potrebbe storcere il naso, ma la somma dei voti – specie nei collegi uninominali – può diventare decisiva per ridurre il vantaggio del centrodestra.
In altre parole: da soli i 5 Stelle parlano meglio agli astenuti, ma insieme al PD possono trasformare quei voti in seggi. Ed è sui collegi, non sulle percentuali nazionali, che si gioca il governo.
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Il sondaggio tra gli astenuti mostrato da Floris a Conte dice una cosa semplice ma politicamente esplosiva:
c’è un pezzo d’Italia che oggi non vota, ma che, se costretto a farlo, sceglierebbe prima di tutto il Movimento 5 Stelle e poi il Partito Democratico.
Per Conte è la conferma di avere ancora un rapporto privilegiato con l’elettorato più fragile e disilluso; per Schlein il campanello d’allarme che il PD continua a parlare soprattutto a chi vota già, meno a chi si è ritirato dalla partecipazione. Per entrambi, però, il messaggio di fondo è un altro: né M5S né PD, da soli, hanno numeri sufficienti per battere il blocco di governo, mentre un campo largo realmente costruito – programmatico, credibile, non solo sommatoria aritmetica – può almeno rendere contendibile il Paese.
Il “partito del non voto” resta il primo partito d’Italia. Ma il sondaggio di Ipsos mostrato su La7 suggerisce che, se qualcuno riuscisse davvero a rappresentarlo, la partita politica potrebbe ancora riaprirsi. E la domanda che diMartedì ha fatto emergere in controluce è proprio questa: saranno M5S e PD capaci di farlo insieme o continueranno a rincorrersi, dividendosi il medesimo bacino e regalando al centrodestra un altro giro di giostra?


















