La puntata “dei numeri” a Porta a Porta (dati Only Numbers) cambia la temperatura politica del referendum confermativo sulla riforma della giustizia: il Sì resta davanti, ma non domina più. Il No recupera in modo netto e porta il distacco in una zona “pericolosa”, quella in cui la campagna, la mobilitazione e perfino una singola settimana di agenda mediatica possono diventare decisive.
Il segnale, per chi legge i referendum con un minimo di realismo, è uno solo: la partita è apertissima. E da qui al voto la domanda non è soltanto “chi è avanti oggi”, ma chi riuscirà a trasformare consenso potenziale in voto reale.
La fotografia più recente: tra chi dice che andrà a votare il Sì è primo, ma il No guadagna terreno
Il cuore del sondaggio riguarda solo chi dichiara che si recherà alle urne. È un dettaglio fondamentale perché sposta l’attenzione dal “Paese intero” a una platea più motivata, teoricamente più stabile. Eppure proprio lì si vede il movimento più clamoroso: il No cresce e il Sì arretra.
05/02/2026 (solo votanti dichiarati)
Sì: 46,6%
No: 42,2%
Scheda bianca/nulla: 0,1%
Non sa/non risponde: 11,1%
12/01/2026 (solo votanti dichiarati)
Sì: 50,3%
No: 35,4%
Scheda bianca/nulla: 0,3%
Non sa/non risponde: 14,0%
La lettura è quasi obbligata: il Sì scende (dal 50,3 al 46,6), il No sale forte (dal 35,4 al 42,2). Il divario che sembrava largo si trasforma in un distacco molto più gestibile: circa 4 punti.
Il dato che pesa più del distacco: cala l’area “non sa/non risponde”
Non è solo un referendum “più vicino”: è un referendum in cui cala la quota di chi non si pronuncia. I “non sa/non risponde” passano dal 14,0% all’11,1%. Vuol dire che una parte dell’elettorato, almeno dentro la platea dei “votanti dichiarati”, ha iniziato a scegliere.
E la direzione, guardando i flussi dei numeri, è chiara: l’inerzia recente favorisce soprattutto il No.
La variabile che può riscrivere tutto: affluenza e motivazione
Un referendum non si decide solo con le percentuali. Si decide con la motivazione: chi crede di più nella propria causa, chi porta più persone al seggio, chi riesce a far diventare il voto “urgente”.
Il sondaggio misura chi dice che andrà a votare. Ma tra dichiarazione e comportamento reale, soprattutto quando entrano in campo stanchezza, disillusione e “rumore” politico, c’è sempre un margine di incertezza.
E con un distacco ridotto:
ogni punto di mobilitazione vale doppio,
ogni inciampo comunicativo pesa di più,
ogni tema esterno (crisi, polemiche, sicurezza, economia) può “spostare ossigeno” da una campagna all’altra.
Il referendum come test di clima: giustizia, potere, fiducia nelle istituzioni
Il vero nodo politico è che il referendum non è più (solo) un confronto tecnico. Sta diventando un test di clima: rapporto tra politica e magistratura, fiducia nelle istituzioni, narrazione “riforma necessaria” contro narrazione “riforma punitiva”.
E se il No cresce così tanto in poche settimane, vuol dire che almeno una parte dell’opinione pubblica sta leggendo la consultazione come qualcosa di più ampio della norma: una scelta identitaria e di equilibrio tra poteri.
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Conclusione: il “sondaggio shock” non emette sentenze, ma apre una fase nuova
Il dato di Vespa/Only Numbers non dà un verdetto definitivo: riapre la partita. Il Sì resta davanti, ma il No è in rimonta e il margine entra nella zona in cui basta poco per cambiare la storia: una campagna ben fatta, una spinta di mobilitazione, un errore strategico.
In altre parole: non vince chi è primo oggi. Vince chi regge meglio le prossime settimane.



















