A poco più di un mese dal voto, due sondaggi mostrati su La7 – uno a Piazzapulita con Renato Mannheimer, l’altro a Otto e Mezzo con Demopolis – convergono su un punto: il fronte del “No” è davanti. Cambia però quanto è davanti e, soprattutto, perché lo è. La differenza sta nel modo in cui le domande “pesano” l’astensione, gli indecisi e la partecipazione effettiva, cioè le variabili che – in un referendum – spesso decidono l’esito più di qualsiasi dichiarazione di principio.
1) Mannheimer a Piazzapulita: quando si “toglie” l’astensione, il No allunga
Nel grafico andato in onda a Piazzapulita la domanda è chiarissima e, proprio per questo, molto rivelatrice:
“Se non ci fosse l’opzione di astenersi, lei cosa voterebbe?”
È una formula che serve a misurare l’orientamento “di fondo”: non chiede “andrà a votare?”, non fotografa il clima della partecipazione, ma costringe a scegliere tra le due opzioni. Il risultato:
No: 53,6%
Sì: 46,4%
In pratica, nello scenario in cui l’elettore non può rifugiarsi nel “non mi interessa / non voto”, il No diventa maggioranza e il distacco supera la semplice oscillazione da testa a testa. Questo tipo di domanda non sostituisce il dato reale dell’urna, ma suggerisce una cosa politicamente importante: tra chi oggi potrebbe restare a casa, sembra esistere una quota non trascurabile con inclinazione al “No”, o comunque più propensa a bocciare che a confermare.
C’è anche un altro elemento da non dimenticare: il sondaggio è su un campione più piccolo (800), quindi – per sua natura – più sensibile alle oscillazioni. Ma qui il punto non è il decimale: è la direzione. E la direzione è netta.
2) Demopolis a Otto e Mezzo: tra i “probabili votanti” il No è avanti di un soffio
Il quadro di Otto e Mezzo è costruito in modo diverso e lo esplicita: riguarda gli elettori che dichiarano di volersi recare alle urne (42%). È quindi una fotografia del “campo dei votanti potenziali” nel momento in cui il sondaggio è stato rilevato.
I dati “grezzi” mostrati in trasmissione sono:
Sì: 40
No: 41
Indecisi: 19
Già così, il No è davanti. Ma Demopolis fa anche l’operazione più utile quando si vuole capire la dinamica dello scontro: esclude gli indecisi e ricalcola le percentuali solo tra chi sceglie (“dati ripercentualizzati in assenza degli indecisi”). E lì compare il sorpasso “pulito”:
Sì: 49
No: 51
Qui il vantaggio è minimo, quasi da fotofinish. Ed è proprio questo che rende il dato interessante: non è un plebiscito, è una partita che si può spostare anche con variazioni piccole di affluenza o con un travaso limitato di indecisi.
3) Due sondaggi, due universi: perché i numeri non sono “in contraddizione”
Messi uno accanto all’altro, i due grafici non vanno letti come se uno dovesse “smentire” l’altro. Raccontano invece due livelli diversi dello stesso fenomeno:
Mannheimer prova a rispondere a: “in teoria, se scegliessi tra Sì e No, cosa faresti?”
→ fotografia dell’orientamento potenziale, “al netto” dell’astensione.Demopolis prova a rispondere a: “tra chi oggi dice che andrà a votare, come si distribuiscono Sì, No e indecisi?”
→ fotografia del confronto dentro una platea più selezionata (e più politicamente attiva).
E quando i due risultati puntano entrambi sul “No” davanti, anche se con margini diversi, la conclusione non è che “uno sbaglia”: è che il No appare competitivo in ogni scenario – sia nel voto “forzato”, sia nel voto “probabile”.
4) Il nodo vero: non solo convincere, ma mobilitare
Questi numeri dicono una cosa spesso sottovalutata: in un referendum non basta avere ragione “nel merito” (qualunque sia la posizione), serve soprattutto trasformare un orientamento in un voto reale.
Il dato Demopolis sugli elettori che dichiarano di voler andare alle urne (42%) è un segnale chiaro: una parte grande del Paese oggi è tiepida, distante o incerta. In questo spazio si gioca la battaglia:
se cresce l’affluenza, entrano in campo elettori che oggi non sono nel “42%” e che possono spostare l’equilibrio;
se l’affluenza resta bassa, conta moltissimo chi è più motivato e organizzato;
se gli indecisi (19) si orientano in blocco o a maggioranza verso una delle due opzioni, il sorpasso può diventare distacco (o viceversa).
Ecco perché il confronto non è solo “Sì vs No”: è anche partecipazione vs disimpegno, e certezza vs incertezza.
5) Perché il No può essere favorito nella fase attuale
Senza inventare cause “certe” (che un sondaggio non può dimostrare), alcuni meccanismi sono tipici dei referendum e aiutano a leggere il sorpasso:
La scelta di bocciare è spesso più semplice da comunicare: “non mi convince”, “meglio non cambiare”, “non mi fido” sono motivazioni che si aggregano facilmente anche tra elettori diversi tra loro.
L’area dell’incertezza tende a pesare contro chi propone il cambiamento: se non capisco bene, se non mi sento informato, se non colgo un beneficio immediato, posso inclinare verso il No o verso il non voto.
La campagna può polarizzare: quando il referendum diventa percepito come un giudizio politico complessivo, il “No” può diventare un contenitore largo.
Il sondaggio Mannheimer è particolarmente eloquente proprio qui: quando togli l’astensione e chiedi la scelta secca, il No non solo è avanti: supera la soglia della metà.
6) Che cosa serve al Sì e che cosa serve al No: due strategie opposte
Se i dati restano questi, le due parti hanno davanti obiettivi differenti:
Il No
deve conservare il vantaggio e impedire che il tema si “raffreddi”;
deve evitare la dispersione nell’astensione: un “No” potenziale che resta a casa è un vantaggio che si assottiglia;
deve continuare a presentarsi come opzione “sicura” e coerente.
Il Sì
deve recuperare sugli indecisi con messaggi chiari e concreti;
deve allargare la platea dei votanti, perché con un quadro 51–49 basta poco per ribaltare;
deve evitare che la consultazione venga letta solo come un voto “contro” e provare a riportarla sul merito.
In sintesi: il No difende un vantaggio, il Sì deve cambiare il terreno di gioco (partecipazione e indecisi).
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I due sondaggi mostrati su La7 raccontano una tendenza univoca: il “No” è in vantaggio e, nel test “senza astensione” di Mannheimer, arriva perfino a un margine più ampio (53,6–46,4) rispetto al testa a testa tra i votanti potenziali (51–49) fotografato da Demopolis a Otto e Mezzo. Non è un dettaglio: significa che il sorpasso del No non dipende da un singolo campione o da un singolo format, ma emerge in entrambe le letture.
Detto questo, la partita è tutt’altro che chiusa. Il dato più politicamente esplosivo è forse un altro: l’area di incertezza e partecipazione debole (tra indecisi e non motivati) resta enorme. È lì che si deciderà il referendum: non solo su chi ha più argomenti, ma su chi saprà trasformare un orientamento in presenza alle urne. In questo quadro, oggi il No è avanti; domani potrebbe esserlo di più, oppure scoprire che un aumento di partecipazione cambia completamente i rapporti di forza.
Se vuoi, nel prossimo passaggio posso anche aggiungere un paragrafo “di cronaca politica” (cosa stanno facendo i partiti/campi in TV e sui social) mantenendomi però solo su elementi che mi dai tu, senza inserire ricostruzioni non verificate.



















