“Nel 2011 la resa all’Europa, oggi Draghi ammette l’errore: ma chi paga?”
Nel corso di un’intensa puntata del programma Un alieno in patria in onda su RaiPlay, Peter Gomez, direttore del Fatto Quotidiano, ha pronunciato un monologo che è insieme un atto d’accusa e un bilancio impietoso sulla storia recente dell’Italia. Il tema è centrale, ma spesso sottaciuto nei grandi dibattiti pubblici: la svalutazione del lavoro.
“Visto che non potevamo svalutare la moneta, abbiamo svalutato il lavoro”, ha detto Gomez, citando le parole dell’ex presidente del Consiglio Mario Draghi, che solo recentemente ha ammesso – con una freddezza tecnica che stride con la portata del danno sociale – l’errore compiuto da governi e istituzioni europee a partire dagli anni Novanta.
I numeri che raccontano il declino
Gomez parte da un dato concreto, difficile da ignorare:
tra il 1991 e il 2023, i salari medi in Italia sono diminuiti di oltre 1.000 euro annui. Nello stesso periodo, in Francia e Germania, sono aumentati di circa 10.000 euro, oltre il 30% in più.
Un divario che non può essere spiegato solo con l’economia: “È il risultato di un’intera visione politica e culturale. Un Paese che ha scelto di restare competitivo comprimendo i salari, tagliando gli investimenti, rinunciando a difendere il valore del lavoro”, accusa Gomez.
Non è solo un problema di buste paga. È la radice del cosiddetto “lavoro povero”, fenomeno ormai strutturale in Italia: persone che lavorano a tempo pieno ma restano sotto la soglia della dignità economica. “La compressione dei salari è la manifestazione più chiara di un declino sociale”, aggiunge Gomez. “Ed è il sintomo di un fallimento che non è solo politico, ma collettivo”.
Draghi e l’ammissione tardiva: “Abbiamo sbagliato”
Il monologo si fa ancora più tagliente quando Gomez rievoca una delle dichiarazioni più sorprendenti di Mario Draghi, rilasciata il 18 marzo 2024. L’ex premier ha spiegato come, per molti anni, l’Italia abbia ridotto la spesa pubblica e i salari, credendo di doversi mantenere “competitiva” rispetto agli altri Paesi europei.
“Abbiamo contratto i bilanci pubblici e compresso i salari perché pensavamo che la concorrenza tra Paesi passasse da lì”, ha detto Draghi.
Una frase che suona come una resa postuma, soprattutto considerando che Draghi è stato uno degli architetti delle politiche che hanno segnato quegli anni, prima da governatore della BCE, poi da capo del governo tecnico. “Oggi ci dice che bisognerebbe fare il contrario: investire, alzare gli stipendi. Ma le conseguenze di quell’errore non sono reversibili con un’intervista”, replica Gomez.
2011, l’anno della svolta (verso il basso)
Il momento simbolo di questo cambiamento – o, meglio, di questa resa – per Gomez è il 2011, l’anno della crisi dello spread. Allora Draghi, assieme a Jean-Claude Trichet, scrisse una lettera segreta al governo Berlusconi, chiedendo drastiche misure di austerità:
stop alle assunzioni pubbliche,
blocco delle pensioni,
congelamento degli investimenti.
Da lì, gli eventi si susseguono rapidamente:
Berlusconi si dimette, la stampa esulta titolando “Fate presto”, sale il governo Monti, la neo-ministra Elsa Fornero si commuove annunciando sacrifici e tagli, mentre i sindacati reagiscono con uno sciopero generale di sole tre ore a fine turno. L’austerità vince. L’Italia entra in una lunga stagione di stagnazione, precarietà e tagli, spesso giustificati come “inevitabili”.
Un fallimento delle élite, non del destino
Gomez non ha dubbi: “Quello che è successo non è stato inevitabile. È il risultato di scelte fatte da chi ci ha governato, da chi ha diretto ministeri, giornali, banche, aziende pubbliche e private. Le nostre classi dirigenti – non solo politiche – hanno fallito. E continuano a non assumersi la responsabilità.”
La crisi salariale, secondo il direttore del Fatto Quotidiano, non è solo una conseguenza tecnica della globalizzazione o dell’euro, ma l’esito di una visione ideologica che ha messo la competitività prima della dignità del lavoro, e il pareggio di bilancio prima della coesione sociale.
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Conclusione: un Paese che ha scelto il declino
La riflessione finale di Peter Gomez va oltre i numeri e le politiche. È un’accusa morale e culturale a un’intera classe dirigente che, in nome della stabilità finanziaria, ha prodotto instabilità sociale. “L’Italia è uno dei pochi Paesi occidentali dove oggi si guadagna meno che trent’anni fa. Questo non è solo un dato statistico. È un fallimento storico”.
Un fallimento che riguarda tutti: la politica che ha accettato senza battere ciglio diktat esterni, l’informazione che ha osannato ogni nuovo ‘tecnico’ come salvatore della patria, i sindacati che hanno perso forza e coraggio, gli imprenditori che hanno accettato un modello basato sul ribasso del costo del lavoro.
“Abbiamo svalutato il lavoro perché non potevamo svalutare la moneta. Ma così abbiamo svalutato anche il futuro”, conclude Gomez.
Oggi, davanti alla crisi demografica, all’emigrazione giovanile e a una produttività stagnante, le parole di Draghi suonano come un tardivo mea culpa. Ma servirebbero ben altri strumenti – politici, economici e culturali – per risalire la china.
Serve coraggio, serve una nuova visione. Ma soprattutto, serve ricordare che le scelte hanno conseguenze. E che un’altra Italia – dove il lavoro è retribuito, rispettato e centrale – è ancora possibile. Ma va costruita, non subita.
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