Meloni e la politica del vittimismo: Conte smonta la narrazione della premier
Negli ultimi giorni la scena politica italiana si è arricchita di un nuovo paradosso: Giorgia Meloni, a capo di un governo che gode di una solida maggioranza parlamentare, continua a presentarsi come vittima di attacchi e complotti. Sui social, la definizione ironica di “premio vittimismo e politica del sospetto 2025” fotografa con precisione una linea comunicativa che sembra ormai diventata il marchio di fabbrica della premier. Una linea che Giuseppe Conte ha scelto di smontare punto per punto, riportando al centro un tema scomodo: le responsabilità concrete di chi governa.
Il paradosso del potere vittimista
Meloni è la prima presidente del Consiglio donna della Repubblica, guida un esecutivo che non ha rivali numerici in Parlamento e gode ancora del sostegno del suo partito, Fratelli d’Italia, che rimane il primo nelle intenzioni di voto. Eppure, nonostante questa forza politica, sceglie di raccontarsi come bersaglio di “odio”, di “campagne mediatiche” e di “attacchi personali”.
Un atteggiamento che, lungi dal rafforzarla, alimenta l’idea di una premier più interessata a coltivare la propria immagine da perseguitata che a misurarsi con i problemi reali del Paese.
Conte: “Quando ero io a essere insultato, Meloni dov’era?”
L’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte non ha esitato a denunciare questa contraddizione. In un post durissimo ha ricordato:
“Mentre lavoravo giorno e notte per salvare il Paese dalla pandemia, venivo sommerso da accuse gravi e dirette, persino di essere un criminale. A rivolgermi queste accuse era Giorgia Meloni, oggi premier e pronta a denunciare il linguaggio violento degli altri”.
Una replica che ha il sapore della resa dei conti politica: Conte non accetta lezioni di sobrietà da chi, per anni, ha utilizzato l’arma dell’insulto e della delegittimazione come strumento di opposizione. E il punto è chiaro: non si può governare giocando sempre la carta del vittimismo selettivo.
La politica del sospetto come arma di distrazione
Oltre al vittimismo, Meloni utilizza con frequenza la politica del sospetto: dipingere il Movimento 5 Stelle come estremista e violento, accusare i centri sociali di fomentare odio, insinuare che chi critica Israele sia complice del terrorismo.
Una strategia che serve a spostare l’attenzione dalle difficoltà del governo: il caos sulla manovra economica, le contraddizioni sull’assistenza militare a Israele, le figuracce giudiziarie come quella sulla canapa legale, bocciata dai tribunali.
Invece di assumersi le responsabilità di queste sconfitte, Palazzo Chigi preferisce evocare nemici interni ed esterni, accusando l’opposizione di alimentare odio.
Il nodo Gaza e l’ipocrisia del governo
Conte ha puntato il dito anche contro l’atteggiamento del governo sul conflitto israelo-palestinese. Da un lato, Meloni e i suoi ministri condannano le violenze e invocano pace. Dall’altro, lo stesso esecutivo ha confermato in Aula di aver fornito assistenza logistica e operativa a diversi aerei militari israeliani atterrati in Italia.
Una contraddizione che, secondo Conte, smaschera l’ipocrisia di un governo che parla di bambini palestinesi da salvare, ma allo stesso tempo garantisce supporto militare a chi quei bambini li colpisce.
Il costo del vittimismo
Il vero problema del vittimismo meloniano è che allontana la politica dai cittadini. Mentre la premier racconta di essere sotto attacco, i lavoratori aspettano risposte sulla manovra e sulle pensioni, i giovani faticano a trovare occupazione stabile, la sanità pubblica soffre di tagli e disorganizzazione, come ha ricordato Milena Gabanelli dal palco della festa del Fatto Quotidiano.
La propaganda costruisce nemici immaginari, ma intanto i problemi restano irrisolti.
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Conte ha scelto di rovesciare il tavolo: “La violenza non sta nel nostro linguaggio, ma nella realtà dei fatti che il governo si ostina a non vedere”.
Ed è proprio qui che si misura la distanza tra le due leadership. Meloni governa con i sospetti e con la paura, Conte rilancia la necessità di guardare in faccia la realtà: dalla guerra a Gaza ai diritti sociali negati.
Il “premio vittimismo” non è solo una battuta, ma la fotografia di un esecutivo che ha smarrito la rotta e cerca rifugio nella propaganda. Gli italiani, però, hanno bisogno di altro: lavoro, sanità, pace, diritti. Non di un governo che piange su sé stesso.




















