Mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran continua a produrre missili, raid e nuove tensioni in tutto il Medio Oriente, Donald Trump prova a imprimere una svolta politica e mediatica alla crisi. Il presidente americano ha dichiarato di considerare ormai vinta la guerra contro Teheran e ha parlato apertamente di trattative già avviate, sostenendo che la leadership iraniana sarebbe pronta a trattare.
Le sue parole arrivano in un momento altamente instabile: da una parte Washington lascia filtrare aperture diplomatiche, dall’altra il quadro sul terreno resta segnato da attacchi, bombardamenti, allarmi regionali e nuove mosse militari. È dentro questa contraddizione che si colloca la nuova fase del confronto: Trump parla come se il punto di svolta fosse già arrivato, ma la guerra, nei fatti, non sembra ancora finita.
La frase di Trump che cambia il quadro
Il passaggio più forte è quello in cui il presidente degli Stati Uniti afferma senza esitazioni che la guerra sarebbe stata sostanzialmente vinta. Trump non si limita a rivendicare il successo dell’operazione americana e israeliana contro Teheran, ma aggiunge che l’Iran starebbe mandando segnali concreti di apertura. In particolare, parla di un “grande regalo” ricevuto da Teheran, senza spiegare nel dettaglio a cosa si riferisca, ma lasciando intendere che si tratti di un gesto collegato al dossier energetico e alla questione cruciale dello Stretto di Hormuz.
Il messaggio politico è chiarissimo: secondo Trump, gli iraniani avrebbero capito di non poter sostenere a lungo lo scontro e avrebbero iniziato a muoversi nella direzione di un’intesa. È una narrazione costruita per mostrare forza e controllo, e per presentare la diplomazia non come un compromesso, ma come il risultato della pressione militare esercitata da Washington.
“Stiamo già negoziando”: la Casa Bianca accelera
Secondo quanto riportato nelle dichiarazioni rilanciate durante la diretta, Trump ha detto che i contatti sarebbero già in corso e che a seguire la partita sarebbero figure di primo piano della sua amministrazione, a partire da Marco Rubio e JD Vance. Il presidente ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti starebbero parlando “con le persone giuste” e che dall’altra parte ci sarebbe una forte volontà di chiudere.
Questa impostazione consente alla Casa Bianca di accreditare l’idea di una fase nuova: non più soltanto guerra, ma pressione finalizzata a un tavolo. Tuttavia, il quadro resta pieno di ambiguità. La stessa situazione dei negoziati viene definita “fluida”, e le indiscrezioni sui possibili incontri, sui mediatori e sulle sedi dei colloqui si moltiplicano senza ancora tradursi in un percorso chiaro e ufficiale.
Il “regalo” su Hormuz e il nodo energia
Il riferimento di Trump a un “grande regalo” fatto dall’Iran sembra legato alla questione del transito nello Stretto di Hormuz, uno dei punti più esplosivi dell’intera crisi. Secondo gli aggiornamenti riportati, Teheran avrebbe aperto al passaggio delle navi considerate “non ostili”, purché coordinate con le autorità iraniane. Un segnale che, se confermato, inciderebbe subito sui mercati e sulla tensione energetica globale.
Non è un dettaglio secondario. Hormuz è il cuore del traffico petrolifero mondiale e ogni apertura o minaccia su quel passaggio ha effetti immediati sul prezzo del greggio, sugli equilibri commerciali e sulla percezione internazionale del conflitto. Trump, infatti, collega esplicitamente questo gesto iraniano a petrolio e gas, quasi a voler dimostrare che la leva economica sta funzionando più della sola pressione militare.
Ma anche qui la realtà appare più frastagliata. Nelle stesse ore, il Brent torna sopra i 100 dollari al barile e le infrastrutture energetiche continuano a essere colpite. Segno che la presunta distensione convive ancora con uno scenario di forte instabilità.
Teheran manda segnali, ma continua a colpire
Se Washington parla di trattative, dal lato iraniano non arriva una linea univoca. In alcune ricostruzioni emergono aperture tramite mediatori e messaggi indiretti; in altre, prevale ancora una postura di sfida e di massima durezza. L’Iran continua infatti a rivendicare la propria determinazione a resistere “fino alla vittoria completa”, mentre sul campo proseguono nuove ondate di missili contro Israele e restano attivi i fronti regionali collegati al conflitto.
Le notizie delle ultime ore raccontano infatti di attacchi missilistici, feriti a Tel Aviv, bombardamenti in Iran, raid nel Libano meridionale, esplosioni a Baghdad, pressioni sul Golfo e tensioni militari diffuse in un’area sempre più ampia. In altre parole, la diplomazia evocata da Trump non ha ancora cancellato il linguaggio della guerra.
Ed è proprio questa la contraddizione centrale: il presidente americano rivendica una vittoria politica mentre la regione continua a bruciare.
Bushehr, Beirut, Baghdad: la mappa della tensione
Il quadro delle ultime ore mostra una crisi che non riguarda più solo il rapporto diretto tra Washington e Teheran. Gli sviluppi toccano contemporaneamente Israele, Libano, Iraq, i Paesi del Golfo e i grandi snodi dell’energia internazionale.
Teheran denuncia attacchi nell’area della centrale nucleare di Bushehr. Israele continua a colpire in Iran e in Libano. Nel sud di Beirut si moltiplicano i raid. In Iraq si registrano nuovi attacchi. Il Bahrein attiva le sirene, il Kuwait fa i conti con danni alle linee elettriche, l’Arabia Saudita abbatte droni. Nel frattempo il Pentagono valuta il dispiegamento di altri 3.000 soldati in Medio Oriente, con la possibilità di allargare ulteriormente il margine operativo degli Stati Uniti.
Tutto questo rende evidente che, al di là delle parole di Trump, il sistema regionale non è ancora entrato in una vera fase post-bellica. È piuttosto sospeso tra due scenari: una guerra che continua a produrre scosse e una diplomazia che prova a farsi strada senza ancora assumere contorni definiti.
Il ruolo dei mediatori e l’ipotesi Pakistan
Un altro elemento che rafforza l’idea di una finestra diplomatica è il possibile coinvolgimento di mediatori regionali. Pakistan, Turchia, Egitto e Oman compaiono sempre più spesso nelle ricostruzioni di queste ore come canali utili per favorire un contatto tra Washington e Teheran.
Si parla perfino della possibilità che Islamabad possa ospitare colloqui ad alto livello già nei prossimi giorni. In questo quadro si inseriscono anche le indiscrezioni sul volo del presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf verso il Pakistan e sull’eventuale ruolo di JD Vance come futuro capo negoziatore americano.
Sono tutti tasselli che suggeriscono una diplomazia sotterranea in movimento. Ma per ora restano tasselli, non ancora un processo consolidato.
Netanyahu resta spiazzato
Nel nuovo scenario, uno dei punti politicamente più delicati riguarda Israele. La spinta di Trump verso una possibile trattativa rischia infatti di creare uno scarto con la linea israeliana, che continua a mantenere alta la pressione militare.
Il punto è semplice: mentre il presidente americano presenta il conflitto come una guerra ormai vinta e orientata verso l’accordo, da parte israeliana la percezione sembra diversa. L’impressione è che Tel Aviv non consideri ancora esaurita la fase offensiva e che guardi con prudenza, se non con sospetto, a ogni accelerazione diplomatica che possa congelare il conflitto senza chiudere davvero tutte le partite aperte.
Questo spiega perché la svolta annunciata da Trump venga letta come un possibile elemento di tensione anche dentro il fronte anti-iraniano.
La guerra dei messaggi e il peso della propaganda
Le parole del presidente americano hanno anche un forte valore mediatico. Trump non parla da semplice capo dell’esecutivo: parla da leader che vuole intestarsi il successo, governare la percezione pubblica del conflitto e trasformare l’eventuale intesa in una vittoria personale.
Dire “abbiamo vinto” prima ancora che la guerra sia davvero chiusa significa provare a imporre un racconto. Un racconto in cui la forza americana piega l’Iran, costringe Teheran a cedere e apre una trattativa alle condizioni di Washington.
Ma in ogni guerra, soprattutto in quelle contemporanee, la battaglia per il racconto conta quasi quanto quella sul terreno. E qui il problema per Trump è che alla narrazione della vittoria si contrappone ancora una cronaca fatta di missili, feriti, morti, basi militari sotto pressione, infrastrutture energetiche colpite e mercati ancora nervosi.
La vera domanda: accordo vicino o tregua apparente?
La domanda decisiva, ora, è una sola: gli Stati Uniti e l’Iran sono davvero vicini a un accordo, oppure siamo davanti a una tregua solo verbale, utile a prendere tempo e a raffreddare temporaneamente i mercati?
Al momento le due letture convivono. Da un lato ci sono i segnali di apertura, i mediatori al lavoro, i messaggi indiretti, le frasi di Trump e il possibile alleggerimento della tensione su Hormuz. Dall’altro ci sono le continue operazioni militari, il rafforzamento del dispositivo americano nella regione, gli attacchi reciproci e la totale assenza, almeno finora, di un annuncio comune e verificabile.
Per questo la sensazione è che la crisi sia entrata in una fase nuova, ma non ancora risolta.
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La tensione era salita rapidamente, nel giro di poche ore. Prima le indiscrezioni, poi le ricostruzioni sui malumori interni, infine
Un passaggio delicatissimo
Trump prova a chiudere una guerra dichiarandola già vinta e trasformando la trattativa in una prova della propria forza. Teheran, intanto, manda segnali contraddittori, tra aperture indirette e rilanci militari. Israele osserva, continua a colpire e non sembra pronto a rallentare davvero. Il Golfo resta in allerta. I mercati oscillano. Le diplomazie lavorano.
È in questo equilibrio precario che si gioca il prossimo passaggio. Perché il conflitto tra Usa e Iran potrebbe davvero avvicinarsi a un negoziato. Ma potrebbe anche produrre una nuova escalation proprio mentre tutti parlano di accordo.
Per ora una cosa è certa: la frase di Trump segna un cambio di tono, ma non basta ancora a certificare la fine della guerra.

















