Non è un titolo da talk show, ma una frase che pesa. Perché arriva da chi ragiona in termini operativi, di scenari, di vulnerabilità reali: “Se il missile dovesse essere l’ipotesi, allora i guai sono seri per noi”. Il generale Leonardo Tricarico, intervenuto in televisione mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran entra in una fase di escalation, mette in fila una serie di rischi che chiamano direttamente in causa Europa e Italia.
Il punto, secondo Tricarico, non è solo “se” Teheran possa colpire lontano dal Medio Oriente, ma con quali strumenti e attraverso quali canali. E soprattutto: quanto siamo pronti a reggere un salto di livello, se l’escalation dovesse trasformarsi in una minaccia più ampia.
La domanda in tv: “Teheran può colpire anche l’Europa?”
Il generale è stato ospite della trasmissione 4 di Sera e ha risposto a una domanda diretta: dopo l’attacco statunitense contro l’Iran, esiste il rischio che Teheran possa colpire anche il continente europeo?
La risposta non è stata né allarmismo né rassicurazione facile. È stata una frase “militare” nel senso più concreto del termine:
“Come ipotesi non è da scartare del tutto”.
E subito dopo, l’avvertimento che sposta l’attenzione su un punto decisivo: l’Iran, dice Tricarico, non ha soltanto i missili. Ha altri asset, altre leve, e una di queste – sottolinea – non sarebbe stata ancora sfruttata fino in fondo.
“Non solo missili”: il riferimento all’arma più imprevedibile
Quando gli viene chiesto a cosa si riferisca, Tricarico mette sul tavolo un termine che cambia la prospettiva:
“Il terrorismo”.
È qui che, nell’analisi del generale, si apre il capitolo più delicato: la possibilità che la risposta iraniana – diretta o indiretta – scelga la strada asimmetrica, quella che non richiede di “bucare” difese militari tradizionali, ma cerca obiettivi simbolici, infrastrutture, luoghi sensibili.
In altre parole: se la guerra si allarga, non è detto che lo faccia solo con lanci e raid. Potrebbe farlo anche con azioni dimostrative o attacchi mirati in contesti dove l’impatto psicologico e politico è massimo.
Obiettivi sensibili e prevenzione: “tutelare ciò che rientra nella strategia”
Il generale, nel suo ragionamento, lega la minaccia a una conseguenza immediata: la necessità di proteggere obiettivi potenzialmente dentro una strategia terroristica.
Il concetto è semplice e inquietante: se cresce l’esposizione internazionale dell’Europa nella crisi, cresce anche l’attrattività di alcuni bersagli. Sedi diplomatiche, luoghi istituzionali, infrastrutture critiche, snodi dei trasporti, eventi pubblici, aree simboliche: tutto ciò che, per visibilità, garantisce “risonanza”.
Non serve che l’obiettivo sia “militare” in senso stretto: spesso, nella logica dell’attacco asimmetrico, conta di più il messaggio.
Il passaggio più duro: “Se partono i missili, la difesa aerea è fragile”
Poi arriva la frase che fa da spartiacque, quella che nel titolo diventa “annuncio choc” ma che, letta bene, è un allarme tecnico prima ancora che politico:
“Se il missile dovesse essere l’ipotesi, allora i guai sono seri per noi, perché la difesa aerea è uno dei comparti più fragili e più problematici del nostro sistema.”
Il punto qui non è immaginare scenari hollywoodiani, ma riconoscere che un attacco missilistico – o anche solo la minaccia credibile di un attacco – mette in crisi qualsiasi Paese per tre motivi:
1. Tempi di reazione ridotti: la finestra per intercettare è stretta.
2. Saturazione: droni e missili, se usati in massa, possono mettere sotto stress i sistemi.
3. Impatto economico e sociale: anche senza colpire, la minaccia altera mobilità, eventi, trasporti, mercati.
Ed è qui che l’allarme “militare” diventa anche un allarme “Paese”.
Cosa può accadere davvero: tre scenari di rischio
Se si traduce il ragionamento di Tricarico in scenari possibili, il quadro diventa più chiaro:
1) Escalation indiretta
Teheran non colpisce direttamente l’Europa con missili, ma aumenta pressione tramite azioni asimmetriche, cyber, minacce a obiettivi occidentali, destabilizzazione e propaganda.
2) Escalation “dimostrativa”
Non un attacco massivo, ma episodi selettivi: un gesto simbolico, un obiettivo scelto per valore politico e mediatico, con effetti immediati su sicurezza e percezione pubblica.
3) Salto di livello militare
Lo scenario più grave: se entra in gioco l’opzione “missile”, la discussione cambia natura. Non è più soltanto ordine pubblico, ma difesa del territorio e protezione delle infrastrutture strategiche.
Perché questo allarme pesa anche politicamente
Le parole del generale arrivano mentre il conflitto è già entrato in una dimensione regionale più larga e mentre in Europa si discute di “azioni difensive”, aiuti, posture militari e protezione degli alleati. In un contesto così, ogni frase pubblica può diventare:
un segnale verso l’opinione pubblica (“non sottovalutate”),
un messaggio istituzionale (“serve preparazione”),
un avvertimento politico (“attenzione alle conseguenze delle scelte”).
Tricarico, però, non parla da tribuno: parla da analista di scenari. E il senso del suo intervento, al netto dei titoli, è uno solo: non guardare la guerra come qualcosa che resta lontano per definizione.
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La linea di fondo: prudenza, prevenzione, lucidità
Il cuore dell’allarme del generale non è “succederà”, ma “può succedere”. E in tempi di crisi, la differenza è sostanziale: significa prepararsi prima che la realtà costringa a rincorrere.
Per questo la frase che resta non è solo quella sui missili. È l’impostazione: non escludere nessuna ipotesi, capire dove siamo vulnerabili, e difendere ciò che può diventare bersaglio.
Perché se l’escalation cambia scala, non cambia solo la geopolitica: cambia la vita quotidiana. E a quel punto, come dice Tricarico, “per noi sono guai seri”.



















