Iran, Batosta a Donald Trump da Francia e Italia – Ecco la decisione shock – Cambia tutto

C’è una mossa diplomatica che, se confermata nei suoi sviluppi, potrebbe cambiare il significato politico della crisi in Medio Oriente. Mentre Donald Trump continua a usare toni da resa nei confronti dell’Iran e la guerra resta appesa al rischio di un’escalation ancora più ampia, alcuni Paesi europei stanno tentando una strada diversa: parlare direttamente con Teheran per evitare il blocco dello Stretto di Hormuz e riaprire il flusso energetico dal Golfo. Secondo il Financial Times, tra questi Paesi ci sarebbero anche Italia e Francia, impegnate in colloqui preliminari con l’obiettivo di garantire il passaggio sicuro delle proprie navi. Reuters ha rilanciato il contenuto del report, precisando però di non averlo verificato in modo indipendente.

È qui che nasce la domanda politica: siamo davanti a un tentativo europeo di smarcarsi dalla linea americana e di costruire una propria iniziativa, più pragmatica e meno muscolare? In termini strettamente formali, parlare di “strappo” sarebbe prematuro. Ma sul piano politico il segnale c’è, ed è tutt’altro che secondario. Perché mentre Washington insiste sulla pressione massima e sulla retorica dell’Iran “vicino alla resa”, capitali come Roma e Parigi sembrano lavorare a una logica diversa: contenere il conflitto, proteggere il traffico marittimo ed evitare che il prezzo della guerra venga pagato dall’Europa sotto forma di shock energetico e paralisi commerciale.

Hormuz, il punto da cui passa il destino energetico globale

Per capire il peso di questa iniziativa bisogna partire dal luogo intorno a cui ruota tutto: lo Stretto di Hormuz. È uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta, un choke point energetico da cui transitano normalmente quote decisive del petrolio e del gas naturale liquefatto diretti ai mercati internazionali. La sola minaccia di una sua chiusura basta a far impennare i prezzi, a mettere in allarme i mercati e a spingere governi e compagnie a rivedere rotte, approvvigionamenti e strategie di sicurezza. Il Financial Times riferisce che il blocco o la minaccia sullo Stretto ha già contribuito a spingere il petrolio vicino ai 100 dollari al barile, mentre il gas naturale è salito del 75% dall’inizio dell’anno.

Non è un dettaglio tecnico, ma il cuore stesso della partita. Perché in questa fase il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele non si gioca solo sui raid, sui missili o sui droni, ma anche sulla capacità di colpire l’economia globale. Se Hormuz rallenta o si chiude, il danno non riguarda soltanto il Golfo o le petroliere in attesa: investe direttamente l’Europa, la sua industria, il costo dell’energia, l’inflazione e la stabilità politica di governi già esposti.

Il tentativo europeo: dialogare con Teheran per riaprire il passaggio

Secondo il Financial Times, alcuni governi europei hanno avviato discussioni preliminari con l’Iran per cercare un’intesa che permetta alle loro navi di transitare in sicurezza nello Stretto e di far ripartire le forniture energetiche dal Golfo. Tra i Paesi citati ci sono Francia e Italia, mentre la stessa Reuters, riprendendo l’articolo, conferma che Parigi e Roma avrebbero aperto contatti in questa direzione.

Il dato più interessante è proprio il carattere politico di questa scelta. L’Europa non si limiterebbe a prepararsi militarmente o a chiedere agli Stati Uniti più protezione. Tenterebbe invece una mediazione minima ma concreta con Teheran: non per risolvere l’intero conflitto, ma per mettere in sicurezza un interesse vitale, quello della libertà di navigazione e dell’approvvigionamento energetico. È una diplomazia di necessità, più che una grande iniziativa di pace, ma proprio per questo potenzialmente incisiva.

Perché può essere letto come una mossa che irrita Trump

Definirlo un “colpo” a Trump è una formula forte, ma il senso politico della vicenda sta qui: l’Europa sembra muoversi per contenere i danni della strategia americana senza aspettare che sia Washington a dettare tempi, strumenti e obiettivi. Il presidente americano, secondo Reuters che cita Axios, avrebbe detto ai leader del G7 che l’Iran sarebbe “sul punto di arrendersi”. È una linea che punta sulla pressione, sulla convinzione che Teheran sia vicina a cedere. Ma se nello stesso momento Italia e Francia aprono un canale con la Repubblica islamica per garantire il passaggio delle proprie navi, il messaggio implicito cambia: l’Europa non può permettersi di attendere un esito militare o politico incerto mentre le sue rotte energetiche restano ostaggio della guerra.

In questo senso, più che un atto ostile verso gli Stati Uniti, la mossa europea può essere letta come una correzione pragmatica della linea americana. Un tentativo, cioè, di tenere aperta una via diplomatica su un dossier cruciale, anche se questo significa parlare con Teheran mentre da Washington arrivano messaggi di tutt’altro segno.

L’Europa teme soprattutto il prezzo della guerra

La ragione più immediata di questa iniziativa non è ideologica, ma economica e strategica. Il blocco di Hormuz o anche solo la sua militarizzazione crescente mettono l’Europa davanti a uno scenario pesantissimo. Non a caso il Financial Times riferisce che le compagnie di navigazione si stanno rivolgendo alle Marine militari occidentali per ottenere eventuali scorte alle petroliere, segno che il settore commerciale considera reale il rischio di un peggioramento ulteriore.

Tuttavia, proprio qui emerge un altro elemento decisivo: secondo le fonti citate dal giornale, nessuna Marina europea sarebbe disposta a scortare navi attraverso Hormuz se esistesse un concreto rischio di attacco, per timore di allargare la guerra. Le stesse fonti insistono su un punto: il transito deve avvenire in un “contesto sicuro”. Questo significa che, senza una minima intesa politica con Teheran, anche l’opzione militare difensiva europea appare oggi limitata o addirittura impraticabile.

Aspides c’è, ma non basta

Italia, Francia e Grecia hanno già navi da guerra nel Mar Rosso nell’ambito della missione europea Aspides, pensata per proteggere la navigazione commerciale nell’area. Ma il quadro di Hormuz è diverso e molto più esplosivo. La missione europea esiste, ma non si traduce automaticamente in disponibilità a entrare nello Stretto come scorta armata nel mezzo di una crisi aperta con l’Iran. È una distinzione chiave: l’Europa può presidiare, monitorare, proteggere alcune rotte; altro conto è esporsi direttamente in un passaggio che Teheran considera leva strategica di pressione.

Questo spiega perché la diplomazia sia tornata centrale. Se la soluzione militare rischia di far saltare il banco, resta il tentativo di negoziare almeno una cornice minima di sicurezza.

Teheran gioca la carta dell’energia

Il Financial Times aggiunge un elemento cruciale: in molte capitali si ritiene che l’Iran stia usando la minaccia su petrolio e gas per far salire i prezzi e fare pressione proprio su Donald Trump, nel tentativo di costringerlo a chiudere il conflitto. È una valutazione importante, perché sposta il discorso dal piano strettamente militare a quello della coercizione economica. In altre parole, Teheran non avrebbe bisogno di chiudere totalmente Hormuz per raggiungere il suo scopo: basterebbe rendere il passaggio abbastanza instabile da far schizzare i costi e aumentare la pressione internazionale su Washington.

Allo stesso tempo, Reuters ha riportato che l’ambasciatore iraniano all’ONU ha dichiarato che Teheran non intende chiudere lo Stretto di Hormuz, pur rivendicando il diritto di garantirne la sicurezza e attribuendo l’instabilità regionale alle azioni degli Stati Uniti. Questa apparente ambivalenza — minaccia politica da un lato, rassicurazione formale dall’altro — mostra come l’Iran stia cercando di mantenere margini di pressione senza assumersi fino in fondo il costo internazionale di una chiusura totale.

Parigi spinge, Roma prova a inserirsi

Nel mosaico europeo, la Francia sembra muoversi con una certa visibilità. ANSA ha riportato che Emmanuel Macron ha chiesto al G7 di riaprire la navigazione a Hormuz il prima possibile e, in un altro passaggio, ha parlato della preparazione di una missione difensiva per la riapertura dello Stretto, da avviare però solo dopo la fase più calda del conflitto.

L’Italia, secondo il Financial Times, ha cercato anch’essa di avviare un confronto con Teheran sulla questione. È un dato che si inserisce bene nella postura che Roma sta provando a tenere in questi giorni: sostegno ai partner del Golfo, tutela della libertà di navigazione, attenzione alla sicurezza energetica, ma anche rifiuto di un coinvolgimento diretto in guerra. Se davvero il governo italiano si sta muovendo su un canale diplomatico con l’Iran, significherebbe che Palazzo Chigi e Farnesina stanno cercando uno spazio di manovra autonomo dentro una crisi che rischia di travolgere prima di tutto gli interessi europei.

Non è ancora una svolta, ma un segnale sì

Bisogna però mantenere prudenza. Le stesse fonti del Financial Times precisano che non c’è alcuna garanzia che i colloqui vadano avanti né che l’Iran sia davvero disposto a negoziare su questo terreno. Reuters, a sua volta, sottolinea di non aver verificato in modo indipendente il report. Quindi non siamo davanti a un accordo fatto, né a una svolta diplomatica già consolidata. Siamo piuttosto nella fase dei contatti esplorativi, delle verifiche, delle aperture ancora fragili.

Ma anche così, il dato politico resta forte. Perché in un contesto dominato dalla guerra e dalla polarizzazione, il semplice fatto che alcuni governi europei cerchino una via di interlocuzione con Teheran per salvare il flusso energetico racconta che, almeno su questo punto, l’Europa non vuole essere solo spettatrice delle scelte americane.

Il vero nodo: autonomia europea o solo gestione dell’emergenza?

La questione di fondo è questa: siamo davanti a un primo atto di autonomia strategica europea o solo a una gestione disperata dell’emergenza? Probabilmente, per ora, la seconda definizione è più corretta. Non si vede ancora un’Europa compatta, né una strategia comune pienamente definita. Il Financial Times segnala anzi divisioni interne all’Unione, con alcuni Paesi contrari a questo tipo di aperture.

Eppure, anche una diplomazia di emergenza può avere un significato politico profondo. Se Italia e Francia ritengono necessario parlare con Teheran per evitare il collasso del traffico energetico, significa che il livello di allarme è già altissimo. E significa anche che la linea americana, da sola, non basta a rassicurare gli alleati europei.

ARRIV LA SMENTITA:

La smentita della Farnesina: nessun negoziato riservato tra Italia e Iran sullo Stretto di Hormuz

Non risulta in corso alcun negoziato riservato tra Italia e Iran per garantire il passaggio sicuro di navi o petroliere italiane attraverso lo Stretto di Hormuz, contrariamente a quanto riportato dal Financial Times. Fonti di Palazzo Chigi e della Farnesina confermano che, nei contatti diplomatici in corso, l’obiettivo del governo italiano è esclusivamente quello di favorire una de-escalation militare complessiva nella regione. Non esisterebbe dunque alcun “negoziato sottobanco” finalizzato a garantire corsie preferenziali o protezioni specifiche per mercantili italiani rispetto ad altre imbarcazioni che transitano nel cruciale snodo energetico del Golfo Persico.

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Alla fine, il messaggio è semplice ma potente: l’Europa teme che la guerra, se lasciata alla sola logica dello scontro frontale, presenti un conto insostenibile. Per questo prova a muoversi. Non per assolvere Teheran, non per rompere con Washington, ma per difendere un interesse diretto e vitale: tenere aperto Hormuz, evitare una nuova crisi energetica, impedire che il conflitto diventi anche una recessione importata in Europa.

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