Dalle sponde del Medio Oriente al cuore del Salento: il grande gioco della sicurezza globale si gioca anche sul “tacco” d’Italia. Mentre le tensioni internazionali si moltiplicano, la posizione strategica della regione la proietta in prima linea in uno scenario di rischi ibridi, tra minacce convenzionali e nuove forme di insicurezza.
C’è un’immagine che gli strateghi militari conoscono bene: guardare la Puglia dall’alto, dal satellite, significa vedere un ponte naturale tra Oriente e Occidente. Una lingua di terra che si addentra nel Mediterraneo, a poche centinaia di miglia dalle coste balcaniche e a un passo dal Canale d’Otranto, porta d’accesso all’Adriatico e al cuore dell’Europa.
In tempo di pace, questa posizione è una risorsa: commerci, turismo, scambi culturali. In tempo di crisi, diventa un fattore di vulnerabilità. È in questo delicato equilibrio che si inseriscono le riflessioni di chi la sicurezza l’ha gestita sul campo, nei teatri operativi più complessi del pianeta.
L’analisi del generale Santo: “I missili dall’Iran possono raggiungerci”
Il generale di Corpo d’Armata della Riserva Vincenzo Santo, salentino, ex Capo di Stato Maggiore della missione Nato Resolute Support in Afghanistan e oggi stimato analista geopolitico, traccia uno scenario che merita attenzione. La sua analisi parte da un dato tecnico incontrovertibile: l’evoluzione dell’arsenale missilistico iraniano.
Negli ultimi due decenni, Teheran ha investito massicciamente nello sviluppo di missili balistici a medio e lungo raggio. Modelli come lo Shahab-3 o il più recente Khorramshahr hanno una gittata che oscilla tra i 1.500 e i 2.000 chilometri. Distanze che, tradotte sulla carta geografica, mettono in connessione diretta l’altopiano iraniano con il Mediterraneo orientale e l’Europa sud-orientale.
“Il dato oggettivo è che dal punto di vista balistico, gran parte dell’Italia meridionale e la Puglia in particolare si trovano nel raggio d’azione di questi vettori”, spiega Santo. “Non si tratta di creare psicosi, ma di analizzare la realtà. In uno scenario di crisi estrema, dove le linee rosse venissero superate, la nostra posizione geografica ci rende potenzialmente esposti”.
Perché la Puglia è strategica?
Il territorio pugliese non è solo una regione costiera. È un hub logistico-militare di primaria importanza per l’Italia e per la Nato. Senza entrare in dettagli sensibili, la regione ospita:
Infrastrutture di comando e controllo, come il Comando Forze Operative Sud a Bari, che coordina le attività militari nel Mezzogiorno e nel Mediterraneo.
Basi aeree e radar che fanno parte della rete di difesa aerea integrata della Nato, fondamentali per la sorveglianza dello spazio aereo meridionale dell’Alleanza.
Snodi energetici cruciali, come il terminale GNL di Panigaglia (seppur in Liguria, il discorso vale per l’Adriatico con il rigassificatore di Porto Levante e i futuri progetti) e le piattaforme di estrazione nell’Adriatico, che rappresentano obiettivi sensibili in un’ottica di guerra ibrida.
Grandi centri urbani e flussi turistici, la cui sicurezza è un elemento di stabilità nazionale.
In caso di conflitto allargato, queste “risorse” diventano automaticamente “obiettivi”. È la dura logica della strategia militare.
L’approfondimento: “Più delle bombe, temo il terrorismo”
Ma l’esperienza maturata in Afghanistan e nei Balcani porta il generale Santo a sfumare la minaccia convenzionale con una preoccupazione ancora più radicata e, per certi versi, più probabile.
“Più dei missili, la mia paura più grande è il terrorismo”, confessa senza esitazione. E questa affermazione merita un approfondimento.
La differenza sostanziale, per chi ha comandato truppe in scenari di guerra asimmetrica, è che il missile è un evento prevedibile nei suoi effetti e nei suoi tempi di reazione. Puoi intercettarlo, puoi monitorarne il lancio, puoi attivare protocolli di difesa. Il terrorismo, invece, è un’ombra. Non lascia tracce radar, non segue rotte balistiche. Si annida nel tessuto sociale, sfrutta le faglie dell’integrazione, si alimenta del disagio e della propaganda.
Il rischio “lupo solitario” e il contesto internazionale
L’attuale situazione in Medio Oriente, con il conflitto a Gaza che ha riacceso tensioni mai sopite, rappresenta un potente acceleratore di radicalizzazione. “La finestra di instabilità che si è aperta è un’occasione che le organizzazioni terroristiche potrebbero cogliere per rilanciare la loro agenda”, spiega Santo.
La Puglia, con la sua esposizione turistica e la sua conformazione costiera, offre bersagli “morbidi”: locali affollati, eventi pubblici, infrastrutture di trasporto. La minaccia non è necessariamente quella di un attacco complesso e organizzato come quelli dell’11 settembre, ma piuttosto quella del “lupo solitario” o della piccola cellula autoctona che agisce con mezzi improvvisati ma con effetti potenzialmente devastanti sul piano psicologico e mediatico.
A questo si aggiunge il rischio del ritorno di foreign fighters dalle zone di crisi o l’attivazione di cellule dormienti presenti da anni in Europa. “La lotta al terrorismo è un lavoro di intelligence quotidiano, fatto di prevenzione, controllo del territorio e cooperazione internazionale”, sottolinea l’analista. “È una guerra silenziosa, di cui i cittadini vedono solo gli effetti, ma che si combatte ogni giorno”.
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Il quadro che emerge dalle parole del generale Santo non è un invito all’allarmismo, ma un appello alla consapevolezza. Viviamo in un’epoca in cui la distanza geografica non è più una barriera contro le crisi internazionali. La guerra in Ucraina ha dimostrato che il conflitto convenzionale è tornato alle porte dell’Europa, e le tensioni in Medio Oriente ci ricordano che il Mediterraneo è un mare troppo piccolo per contenere instabilità senza che queste riverberino sulle sue coste.
Per la Puglia, questo significa assumere pienamente il suo ruolo di regione di frontiera. Una frontiera non solo geografica, ma anche strategica ed energetica. Significa investire in resilienza, nella protezione delle infrastrutture critiche, nel rafforzamento dei sistemi di intelligence e nella cooperazione tra forze dell’ordine e comunità locali.
Ma significa anche, e forse soprattutto, non abbassare la guardia sul fronte culturale e sociale. Perché la sicurezza non si costruisce solo con i radar e i missili intercettori, ma anche con l’integrazione, il dialogo e la capacità di riconoscere e disinnescare i germi dell’odio prima che possano germogliare.
In questo scenario complesso, avere analisti come il generale Santo che, forti di un’esperienza internazionale, sanno guardare ai rischi con lucidità e senza sconti ideologici, è una risorsa. La paura, se non governata, paralizza. La consapevolezza, al contrario, prepara. E la Puglia, terra di santi, navigatori e guerrieri, ha nella sua storia millenaria gli strumenti per affrontare le sfide del presente, a patto di guardarle dritte negli occhi.

















