La guerra è ancora lontana dal territorio italiano, ma il suo costo per il nostro Paese ha già cominciato a farsi sentire. E non solo sul piano politico o diplomatico. Secondo quanto emerge dalla documentazione sulle missioni internazionali richiamata anche da Milano Finanza, l’Italia ha già autorizzato una spesa massima di 380 milioni di euro tra il 2025 e il 2026 per sostenere il proprio dispositivo militare nei Paesi del Golfo più esposti all’escalation legata al conflitto con l’Iran.
È una cifra che fotografa bene il cambio di scenario. Perché mentre il governo continua a ripetere di non voler entrare in guerra, l’apparato di sicurezza e difesa italiano si sta già muovendo per rafforzare presenza, protezione e capacità operativa in un’area considerata sempre più instabile. E insieme al costo militare cresce anche la preoccupazione per gli effetti economici: Borsa, energia, alimentari, sicurezza interna e possibili minacce terroristiche.
I 380 milioni già messi in campo
Il dato centrale è questo: l’Italia dispone già dell’autorizzazione a impiegare fino a 2.000 militari nell’area del Golfo, con una spesa complessiva fino a 380 milioni di euro nel biennio 2025-2026.
Non si tratta, quindi, di una decisione improvvisata nelle ultime ore, ma di una cornice già prevista all’interno della Relazione analitica sulle missioni internazionali e sugli interventi di cooperazione e stabilizzazione. Dentro questa cornice, il governo può contribuire al rafforzamento della sicurezza in una vasta fascia di Paesi del Golfo, oggi esposti alle possibili conseguenze della guerra in corso.
L’obiettivo dichiarato è “contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale”. Una formula diplomatica che, tradotta sul piano operativo, significa presenza militare, assetti difensivi, sorveglianza e capacità di reazione in un’area diventata improvvisamente cruciale.
I Paesi coinvolti e il dispositivo italiano
I Paesi indicati come destinatari del supporto italiano sono Bahrein, Kuwait, Iraq, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Si tratta dei territori considerati più sensibili rispetto all’espansione della crisi, sia per la loro posizione geografica, sia per il legame con le rotte energetiche e con gli assetti strategici occidentali.
Secondo quanto spiegato dal ministro della Difesa Guido Crosetto, il dispositivo italiano sarà un “dispositivo multidominio nazionale”. In termini concreti significa che non si parla soltanto di uomini a terra, ma di una struttura capace di integrare:
assetti difensivi
sistemi di difesa aerea
capacità anti-drone
sistemi antimissilistici
In altre parole, l’Italia si prepara a proteggere non solo i propri uomini e i propri interessi, ma anche a contribuire alla sicurezza di un’area dove la minaccia di missili e droni è ormai quotidiana.
Meloni: “Non siamo in guerra”, ma l’allerta è massima
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ribadito pubblicamente che l’Italia non è in guerra e non vuole entrarci. È una frase politicamente obbligata, ma che non cancella la realtà di un sistema di difesa che si sta già riorganizzando davanti a uno scenario molto più instabile del previsto.
La premier ha anche ammesso di essere preoccupata per la crisi del diritto internazionale e per le possibili ripercussioni sull’Italia. E in effetti i timori sono molteplici. C’è innanzitutto un rischio di natura militare, che ha già portato Crosetto a disporre l’innalzamento al massimo del livello di protezione della rete nazionale di difesa aerea e antibalistica.
Non è un dettaglio tecnico. È il segnale che, pur senza partecipare direttamente al conflitto, l’Italia considera credibile la possibilità di un peggioramento del quadro di sicurezza complessivo.
Sigonella, Aviano e il traffico militare americano
Uno degli aspetti più sensibili riguarda il ruolo delle basi militari presenti sul territorio italiano, in particolare Sigonella in Sicilia e Aviano in Friuli-Venezia Giulia. Secondo quanto riportato, già dal 28 febbraio si sarebbe intensificato il traffico di droni e aerei americani in partenza o in transito da queste strutture.
Per ora, la funzione sarebbe limitata a rifornimento, logistica e sorveglianza aerea. Ma il tema è politicamente delicatissimo, perché riapre la questione dell’utilizzo delle basi Usa in Italia in uno scenario di guerra che potrebbe allargarsi.
Il quadro giuridico, in questo caso, è regolato da accordi molto precisi: il Nato Sofa del 1951 e il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, poi aggiornato negli anni successivi. Questo significa che la presenza e l’utilizzo delle infrastrutture americane non dipendono da scelte estemporanee, ma da un impianto normativo già consolidato.
Camporini: possibile l’uso delle basi, ma il rischio vero è un altro
Sul punto è intervenuto anche il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore della Difesa e dell’Aeronautica. La sua lettura è significativa perché sposta il fuoco del dibattito. Secondo Camporini, non sarebbe neppure indispensabile un passaggio parlamentare per autorizzare l’uso delle basi, anche se politicamente sarebbe una scelta saggia.
Il generale, tuttavia, ridimensiona la probabilità che Donald Trump chieda davvero di utilizzare le basi italiane per operazioni offensive contro l’Iran. A suo giudizio, le infrastrutture disponibili più vicine al teatro di guerra sono già sufficienti, e non ci sarebbe necessità di ricorrere a strutture collocate a oltre 2.000 chilometri dall’area operativa.
Ma il punto più interessante è un altro: per Camporini, il vero rischio per l’Italia non sarebbe tanto un attacco diretto contro il territorio o contro le basi, quanto piuttosto una ripresa della minaccia terroristica. È qui che la guerra in Medio Oriente potrebbe avere conseguenze più concrete e pericolose sul nostro Paese.
Il costo invisibile: Borsa, energia e prezzi
Accanto alla spesa militare c’è poi il conto economico, forse ancora più pesante nel medio periodo. La guerra in Iran minaccia direttamente una delle aree più delicate per gli equilibri energetici globali. E per un Paese come l’Italia, fortemente dipendente dall’estero per gli approvvigionamenti, ogni tensione nel Golfo si traduce immediatamente in nervosismo sui mercati.
Secondo quanto riportato, Piazza Affari avrebbe già bruciato circa 60 milioni in quattro sedute. Al di là della cifra puntuale, il dato segnala una reazione immediata della finanza all’instabilità geopolitica. E quando si muovono i mercati, il rischio è che a pagare siano poi famiglie e imprese.
I due fronti più esposti restano infatti:
i prezzi energetici, con il timore di nuovi rialzi su gas e petrolio
i prezzi alimentari, che potrebbero risentire dei costi di trasporto e dell’inflazione importata
La guerra, insomma, può costare all’Italia ben più dei 380 milioni formalmente stanziati. Quella cifra è solo la voce visibile di un conto che potrebbe crescere molto di più se il conflitto dovesse durare.
Tutto dipende da quanto durerà la guerra
E proprio la durata della guerra è la grande incognita. Camporini, con una battuta amara ma efficace, ha spiegato che tutto dipenderà da Trump, osservando che il presidente americano ha parlato prima di quattro settimane o meno, poi di quattro settimane o di più, lasciando intuire che il conflitto potrebbe proseguire finché non deciderà lui di fermarlo.
È una frase che racconta molto bene l’incertezza di questa fase. Nessuno, oggi, può dire davvero quanto durerà l’escalation. E senza una durata prevedibile, è impossibile fare stime credibili sul costo finale per l’Italia.
Perché un conto è gestire alcune settimane di alta tensione. Un altro è affrontare mesi di instabilità con:
mercati nervosi
energia sotto pressione
missioni militari rafforzate
sorveglianza aumentata
possibili conseguenze sulla sicurezza interna
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L’Italia paga già prima ancora di combattere
Il dato più politico, in fondo, è questo: l’Italia sta già pagando il prezzo della guerra prima ancora di essere formalmente coinvolta. Lo paga con uno stanziamento importante per le missioni nel Golfo, lo paga con l’innalzamento delle difese, lo paga con l’attenzione sulle basi americane, lo paga con il nervosismo dei mercati e con la paura di una nuova stagione di rincari.
I 380 milioni di euro autorizzati per il biennio 2025-2026 sono dunque solo il primo numero concreto di una crisi che rischia di avere conseguenze molto più ampie. Per ora il governo insiste sulla linea della prudenza e della non belligeranza. Ma intanto la macchina della difesa si è già mossa, e il sistema economico ha già cominciato a sentire il contraccolpo.
La guerra può essere lontana geograficamente. Ma per l’Italia il conto ha già iniziato a correre.



















