La confessione shock di Ranucci da Gomezi: “In RAI mi fu impedito di parlare di… – IL VIDEO SHOCK

“In Rai mi sono sempre sentito libero” – ma con un’eccezione

Sigfrido Ranucci, volto simbolo del giornalismo d’inchiesta italiano, è stato ospite di Un Alieno in Patria, il programma condotto da Peter Gomez su RaiTre. Nel corso dell’intervista, andata in onda nella puntata di sabato sera, il giornalista ha ripercorso alcuni dei momenti più delicati della sua carriera, sottolineando come – pur in un sistema complesso e spesso sotto attacco – abbia sempre potuto svolgere il proprio mestiere. “In Rai mi sono sempre sentito libero di fare il mio lavoro”, ha dichiarato.

Tuttavia, Ranucci non ha mancato di ricordare l’unico episodio in cui quella libertà gli fu concretamente negata: “L’unica volta che mi è stato impedito di fare il mio mestiere fu nel 2000, sotto un’amministrazione di centrosinistra”.

L’intervista mai andata in onda: Borsellino, Mangano e Berlusconi

L’ostacolo riguardava una delle vicende più controverse della storia recente dell’informazione televisiva: la celebre intervista a Paolo Borsellino, rilasciata 48 ore prima della strage di Capaci. “Era un documento straordinario – ha raccontato Ranucci – perché Borsellino, che non poteva certo essere tacciato di simpatie comuniste, parlava apertamente dei rapporti tra i fratelli Dell’Utri e la mafia. E descriveva la figura di Vittorio Mangano, lo ‘stalliere’ di Arcore, come un punto di riferimento della criminalità organizzata nel mondo imprenditoriale”.

Secondo Ranucci, quell’intervista, realizzata da due giornalisti francesi e acquistata da Canal+, fu ritrovata da RaiNews 24 grazie al coraggio e alla determinazione dell’allora direttore Roberto Morrione: “Un direttore che tutti vorrebbero”, lo ha definito. Eppure, nonostante il suo valore giornalistico e civile, il video fu mandato in onda solo in maniera frammentata, sottratto alla cornice originaria di uno speciale sulla mafia che avrebbe dovuto contenere anche testimonianze esclusive, come quella del pentito Salvatore Cancemi.

Il mestiere del giornalista sotto assedio

Nell’intervista, Ranucci ha anche condiviso le difficoltà quotidiane di chi fa giornalismo investigativo in Italia: “Le difficoltà non sono nella censura diretta, ma nel farti funzionare una macchina molto complessa che non può permettersi di sbagliare. Perché sei sotto attacco continuamente”. A oggi, ha raccontato, ha collezionato ben 196 tra querele e richieste di risarcimento danni: “Ma fino ad ora – ha aggiunto con orgoglio – sono andate sempre bene”.

Parole che confermano l’impegno e la determinazione con cui Report, nonostante i continui tentativi di delegittimazione, continua a portare alla luce vicende scomode, mantenendo alta la bandiera del servizio pubblico.

Una Rai sotto pressione, ma ancora capace di resistere

L’intervento di Ranucci si inserisce in un contesto in cui la Rai è spesso accusata – da destra come da sinistra – di non riuscire più a garantire piena indipendenza ai suoi professionisti. Le sue parole offrono però una lettura più articolata: la libertà di informazione esiste, ma va difesa ogni giorno, anche nei meccanismi più invisibili.

“Il problema – ha detto – non è solo quello di chi vuole censurarti, ma di chi ti ostacola nel concreto, rendendo difficile il tuo lavoro”. Un concetto che mette in luce la fragilità, ma anche la resilienza del giornalismo pubblico.

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Conclusione: la libertà d’inchiesta è una conquista quotidiana

Le parole di Sigfrido Ranucci confermano una realtà complessa: in Rai non esiste una censura plateale e diretta, ma un sistema di ostacoli sottili, pressioni politiche e meccanismi interni che rendono difficile, e spesso rischioso, portare avanti il giornalismo d’inchiesta. L’episodio sull’intervista a Paolo Borsellino mai trasmessa integralmente è solo uno dei tanti segnali di quanto il racconto della verità, soprattutto quando tocca poteri forti, debba essere difeso con determinazione e coraggio.

Ranucci non si proclama vittima, ma testimone di un mestiere che va fatto ogni giorno controcorrente, con la consapevolezza che informare davvero significa anche esporsi, resistere e continuare a fare domande scomode. In un Paese dove il diritto a sapere è sempre più spesso messo in discussione, la sua testimonianza è un monito e insieme un invito: la libertà di stampa non è garantita, si conquista con il lavoro e con la verità.
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