La denuncia del giornalista Peter Gomez che è diventata virale. Ecco cosa ha rivelato – VIDEO

Roma, 26 agosto 2025 – Un atto d’accusa durissimo, che fotografa con parole nette la situazione a Gaza. A lanciarlo è Peter Gomez, direttore de Il Fatto Quotidiano Online, intervenuto per denunciare la strategia di guerra condotta dal governo israeliano nei confronti dei giornalisti e degli operatori umanitari nella Striscia. Un messaggio che ha scosso il dibattito pubblico e riacceso i riflettori sulla sistematica limitazione della libertà di stampa nei teatri di conflitto.

L’accusa: “I giornalisti stranieri non entrano, quelli locali vengono uccisi”

Secondo Gomez, il meccanismo è chiaro e spietato: ai reporter stranieri viene impedito l’accesso a Gaza, mentre i giornalisti palestinesi che continuano a documentare le violenze diventano bersagli diretti. “Quelli locali vengono uccisi – ha scritto – a volte con la tecnica del double tap”. Una pratica che consiste nel lanciare una prima bomba, colpendo un obiettivo come un ospedale, e poi, quando sul posto accorrono cronisti, soccorritori e personale medico, sganciare una seconda esplosione per eliminare testimoni e sopravvissuti.

“Non è solo un crimine di guerra, è terrorismo”

Le parole di Gomez non lasciano spazio a interpretazioni. “Non è solo un crimine di guerra – ha sottolineato – è una pratica terroristica. Serve a scoraggiare chi ancora prova a fare il suo lavoro, a eliminare i testimoni, a diffondere paura”. Una denuncia che punta il dito non solo contro l’azione militare israeliana, ma anche contro il silenzio e l’immobilismo della comunità internazionale.

Governi occidentali nel mirino: “Lacrime di coccodrillo”

Il direttore non si limita a descrivere le violenze sul campo, ma accusa apertamente i governi di ipocrisia. “Tutto questo – scrive – mentre i governi del mondo piangono lacrime di coccodrillo. Proclami, proteste, dichiarazioni indignate non bastano. Mancano azioni concrete per fermare Netanyahu”. Una critica che investe anche l’Europa e l’Italia, spesso ferme a generiche dichiarazioni di principio senza alcun passo diplomatico significativo.

La questione della libertà di stampa a Gaza

L’intervento di Gomez riporta al centro del dibattito un tema che accompagna da mesi la guerra: la sistematica esclusione dei media indipendenti da Gaza. Le organizzazioni internazionali denunciano che l’informazione dal campo è affidata quasi esclusivamente a reporter palestinesi, costretti a lavorare in condizioni di rischio estremo. Molti di loro sono stati uccisi o feriti mentre documentavano bombardamenti, carestia, distruzione di infrastrutture civili. Una realtà che trasforma la cronaca in una missione di sopravvivenza.

L’assenza di risposte politiche

Nonostante la gravità della situazione, le istituzioni internazionali sembrano impotenti. Le Nazioni Unite hanno più volte segnalato la necessità di indagini indipendenti, ma gli appelli sono rimasti lettera morta. L’Unione Europea ha condannato l’uccisione dei giornalisti, ma non ha assunto misure efficaci. Nel frattempo, la dinamica del double tap citata da Gomez viene riconosciuta anche da organizzazioni umanitarie come una tattica deliberata, finalizzata a rendere invisibili le conseguenze della guerra.

Un appello alla società civile

La conclusione del messaggio di Gomez è un invito a non abbassare la guardia. “Proteste tante, azioni concrete nessuna”, denuncia. Un modo per sollecitare la società civile, i movimenti pacifisti e l’opinione pubblica a non rassegnarsi a un conflitto che rischia di diventare “normalizzato” nelle coscienze. La libertà di stampa, sottolinea, è il primo passo per difendere la verità dei fatti e la dignità delle vittime.

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Le parole di Peter Gomez hanno avuto un’eco immediata sui social e nel mondo dell’informazione, mettendo a nudo l’inerzia dei governi e la drammaticità di ciò che accade ogni giorno a Gaza. Una denuncia che intreccia il diritto alla vita, la libertà di stampa e la responsabilità politica internazionale. Perché, come ricorda il giornalista, senza testimoni e senza verità, le guerre diventano solo esercizi di propaganda.

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