In Aula, davanti alle telecamere e con il Paese collegato, basta un dettaglio per accendere la miccia: una spillina. Piccola, quasi invisibile. Ma, secondo il Movimento 5 Stelle, sufficiente a trasformare un question time in una vetrina di propaganda. È su questo che si consuma lo scontro politico a Montecitorio, nel pieno della campagna referendaria: Riccardo Ricciardi, capogruppo M5S alla Camera, punta il dito contro Fratelli d’Italia accusandolo di aver infranto le regole della par condicio indossando in Aula spillette per il “Sì” durante un passaggio televisivo in diretta nazionale.
La risposta dei deputati pentastellati è immediata e plateale: cartelli con scritto “NO” sollevati tra i banchi, protesta coordinata e un affondo che mira dritto al cuore del tema: non solo la campagna referendaria, ma anche la credibilità delle istituzioni e il rapporto tra politica e servizio pubblico.
L’attacco di Ricciardi: “Propaganda in diretta nazionale, è vergognoso”
Ricciardi non usa giri di parole. Davanti all’Aula denuncia quella che definisce una “vergognosa violazione della par condicio”, con un’accusa precisa: la maggioranza avrebbe utilizzato un momento istituzionale – e soprattutto televisivo – per veicolare un messaggio politico-elettorale.
Secondo il capogruppo M5S, la scena delle spilline del “Sì” non sarebbe una semplice scelta personale, ma un gesto con un significato politico chiaro: un segnale, un frame, un modo di “stare in scena” davanti alle telecamere sfruttando un contesto istituzionale.
E lo dice in modo diretto: “Siamo allo scempio e al calpestare le istituzioni”, sottolineando che l’episodio sarebbe tanto più grave proprio perché avvenuto in Aula, con le regole della competizione referendaria già in vigore.
La protesta dei deputati M5S: cartelli “NO” tra i banchi
Dopo l’intervento, il Movimento mette in campo una risposta visiva e immediata: i deputati espongono cartelli con scritto “NO”, trasformando la denuncia in una protesta simbolica.
Il messaggio è duplice:
1. Contestare l’uso dell’Aula come spazio di propaganda.
2. Rivendicare la legittimità di una contro-narrazione: se qualcuno mostra il “Sì”, loro mostrano il “No”.
Ricciardi, infatti, chiude con una battuta che ha il sapore della sfida politica: “Noi dobbiamo togliere il no e loro hanno fatto le spilline con il sì? E allora noi vi diciamo no.”
È una frase che non resta solo protesta: diventa posizionamento, chiamata alle armi comunicativa, linea politica.
La stoccata sulla gestione dei lavori: “Ci fanno smettere di lavorare alle 13”
Nel suo intervento Ricciardi lega l’episodio delle spillette a un’accusa più ampia: la maggioranza, sostiene, sarebbe incoerente anche sul modo in cui gestisce il Parlamento.
Secondo il capogruppo M5S, i gruppi di maggioranza – con FdI in primo piano – coordinerebbero i lavori d’Aula imponendo stop anticipati, citando il fatto che si smetterebbe di lavorare “il mercoledì alle 13”, salvo poi contestare “chi sciopera il venerdì”.
È un passaggio studiato per costruire un quadro: non è solo la spillina, ma una cultura del potere che, nella narrazione M5S, usa le istituzioni in modo strumentale, tanto sulla gestione del tempo parlamentare quanto sulla comunicazione pubblica.
Il nodo Rai e Vigilanza: “La maggioranza boicotta la commissione da anni”
C’è poi un’altra gamba dell’attacco: la Rai. Ricciardi richiama la questione della Commissione di Vigilanza, sostenendo che la maggioranza la boicotterebbe “da anni”.
La sequenza logica è chiara:
se c’è una campagna referendaria, la par condicio riguarda anche e soprattutto i momenti in cui la politica entra in onda, e quindi il servizio pubblico. Ricciardi collega i due piani: spille in Aula + telecamere + Vigilanza = un sistema che, a suo dire, altera le regole del confronto.
È un’accusa che non riguarda soltanto FdI, ma l’impianto con cui la maggioranza gestirebbe la relazione tra informazione, istituzioni e competizione elettorale.
“Hanno paura”: il riferimento ai sondaggi e la lettura politica dello scontro
La conclusione dell’intervento è un classico della dialettica politica, ma qui assume un peso preciso perché viene usata per “spiegare” la scelta delle spillette: “Evidentemente hanno molta paura”.
Ricciardi sostiene che, se la maggioranza ricorre a questi “mezzucci”, è perché teme l’esito del referendum. Nella versione riportata, viene anche citata l’idea che il “No” sarebbe avanti nei sondaggi, e dunque la campagna del “Sì” starebbe cercando ogni spazio possibile, perfino quello istituzionale, per recuperare terreno.
È una lettura strategica: trasformare l’episodio in una prova di debolezza dell’avversario, non di forza. Non “si fanno vedere perché vincono”, ma “si fanno vedere perché temono di perdere”.
Una questione di regole (e di simboli): perché una spillina diventa un caso politico
L’episodio racconta un meccanismo tipico della politica contemporanea: in un contesto iper-mediatico, anche un simbolo minimo può diventare un caso enorme.
La spillina, in sé, è un oggetto. Ma in Aula, durante un momento televisivo, nel pieno di una campagna referendaria, diventa:
un messaggio “in immagine”;
un segnale ai sostenitori;
una forzatura, secondo chi denuncia;
un terreno di scontro tra propaganda e istituzione.
Ed è proprio questo che il M5S prova a fissare: l’idea che le istituzioni non siano un set, che il Parlamento non debba diventare un luogo dove le regole della comunicazione prevalgono sulle regole democratiche.
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La protesta dei Cinque Stelle non è solo un episodio di giornata: è un frammento di una guerra più lunga, quella sulla legittimità. Chi può usare cosa, dove, quando, e con quale livello di esposizione mediatica.
Ricciardi porta la questione su un piano più alto: non è (solo) una spillina, è – nella sua lettura – l’ennesimo segnale di un sistema che piega le istituzioni alla convenienza politica, mentre la campagna referendaria entra nel vivo.
E intanto, tra le file dell’opposizione, quel cartello “NO” sollevato in Aula diventa un’immagine che sintetizza il clima: referendum o no, la battaglia è già iniziata.



















