Nel giorno della commemorazione della strage di via dei Georgofili, a Firenze, il magistrato antimafia Nino Di Matteo ha lanciato un allarme durissimo che scuote le istituzioni e la coscienza civile del Paese. Il suo messaggio, letto nel corso dell’evento “Via dei Georgofili, 32 anni dopo la strage. Aspettando ancora verità e giustizia”, organizzato dai familiari delle vittime in collaborazione con il Movimento delle Agende Rosse e Antimafiaduemila.it, è un atto d’accusa preciso: “Viviamo in un Paese che vuole archiviare per sempre pagine ancora oscure della sua storia recente”.
La denuncia: “Si vuole chiudere il capitolo stragi”
Per Di Matteo, oggi in servizio alla Direzione nazionale antimafia, vi sarebbe una volontà politica chiara e trasversale di “mettere un punto definitivo” sulle indagini legate alle stragi mafiose degli anni Novanta, senza aver fatto piena luce sui mandanti esterni, sui rapporti tra pezzi deviati dello Stato e Cosa Nostra. “Ci sono segnali molto precisi e molto concordanti – ha detto il magistrato – sulla sussistenza di una precisa volontà, anche politica, di considerare definitivamente chiuse tutte le indagini giudiziarie e anche giornalistiche”.
Parole che non lasciano spazio ad ambiguità, e che arrivano proprio nel giorno in cui l’Italia ricorda uno dei momenti più tragici della sua storia recente: la notte del 27 maggio 1993, quando un’autobomba piazzata da Cosa Nostra in via dei Georgofili, a Firenze, uccise cinque persone e ne ferì quasi cinquanta. Un attentato mafioso che – come altri di quegli anni – fu parte di una strategia stragista dal significato ancora oggi oscuro, tra ricatti allo Stato e patti indicibili.
“Memoria smarrita, verità negate”
Il discorso di Di Matteo è anche una riflessione sul ruolo della memoria nella costruzione di una democrazia matura. “Un Paese che smarrisce la memoria, che la cancella per convenienza, è un Paese senza futuro”, ha detto. L’assenza di una volontà politica di andare fino in fondo – nella ricostruzione dei contorni più opachi delle stragi – rappresenta, secondo il magistrato, una ferita ancora aperta. Non solo per i familiari delle vittime, ma per l’intera collettività.
L’intervento ha avuto un impatto forte anche perché pronunciato nel contesto di una giornata simbolica, alla presenza dei parenti delle vittime e di attivisti dell’antimafia civile. “Siamo ancora in attesa di verità e giustizia”, ha ricordato la presidente dell’associazione dei familiari, Rosaria Costa, mentre Salvatore Borsellino – fratello del giudice Paolo – ha ribadito l’importanza di “non abbassare mai la guardia, neanche quando il silenzio diventa assordante”.
Un contesto preoccupante: archiviazioni e silenzi
Le parole di Di Matteo si inseriscono in un contesto sempre più inquietante. Da anni le indagini sui mandanti esterni delle stragi procedono a fatica, spesso si arenano o vengono archiviate. Le ultime inchieste aperte sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, pur avendo prodotto risultati giudiziari contrastanti, hanno comunque fatto emergere uno scenario inquietante di contatti, coperture, ambiguità istituzionali.
Eppure, negli ultimi tempi, sembra prevalere una tendenza alla rimozione. Le commemorazioni si fanno più formali, i riflettori si spengono rapidamente, e le istituzioni evitano con cura di affrontare i nodi ancora irrisolti. È proprio questo che Di Matteo denuncia: un lento ma costante processo di “normalizzazione” dell’indicibile, di archiviazione della complessità e del dolore.
L’impegno civile non si ferma
Nonostante tutto, però, la società civile non smette di cercare la verità. L’evento fiorentino ha visto la partecipazione di centinaia di persone, giovani studenti, militanti dell’antimafia, magistrati, giornalisti, familiari delle vittime. “Ogni volta che torniamo qui – ha detto uno dei partecipanti – sentiamo che il dovere della memoria ci chiama ancora una volta a resistere all’oblio”.
Il ruolo di testimoni come Di Matteo è quindi essenziale. La sua denuncia rompe il silenzio istituzionale e richiama l’attenzione dell’opinione pubblica su verità ancora negate. In un Paese che troppo spesso preferisce dimenticare, la voce di chi chiede giustizia continua a rappresentare l’unico argine contro l’archiviazione della coscienza collettiva.
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Conclusione: il tempo della verità non è finito
Trentadue anni dopo via dei Georgofili, il tempo della verità non è ancora passato. E non deve passare. Le parole di Di Matteo ci ricordano che, finché ci sarà chi cerca risposte, la giustizia potrà ancora trovare un varco. Archiviare sarebbe la vera sconfitta. Non solo per le vittime, ma per l’intero Paese.
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