La figuraccia del meloniano Donzelli sulla ex Ministra Santanché – Le parole assurde – Video

C’è un momento, nelle dichiarazioni politiche, in cui il contenuto conta quanto il tono. E a volte anche di più. Non serve una smentita, non serve una frattura esplicita, non serve neppure una confessione. Bastano esitazioni, frasi spezzate, concetti ripetuti e una cautela quasi eccessiva per far capire che dietro una vicenda formalmente chiusa resta ancora un forte disagio politico. È esattamente quello che emerge dalle parole di Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia e responsabile organizzazione del partito, incalzato dai giornalisti sulle dimissioni di Daniela Santanchè da ministra del Turismo.

Nel tentativo di spiegare perché il governo abbia deciso di cambiare linea proprio adesso, dopo anni in cui le richieste di dimissioni erano state respinte, Donzelli finisce infatti per consegnare una risposta lunga, tortuosa, piena di distinguo. Una risposta che prova a difendere la scelta di Giorgia Meloni senza attribuirla apertamente né alle opposizioni, né ai giornali, né alla magistratura. Ma che, proprio per questo, lascia intravedere una verità politica molto più netta: qualcosa è cambiato, e il governo ha sentito il bisogno di mandare un segnale.

La domanda che mette in difficoltà Fratelli d’Italia

Il punto da cui parte tutto è semplice ed estremamente politico: perché oggi sì, se per tre anni avete respinto ogni richiesta di dimissioni? È questa la domanda che costringe Donzelli a una risposta tutt’altro che lineare.

Il dirigente di FdI prova innanzitutto a chiarire un principio: non sono le opposizioni a decidere quando un ministro deve lasciare, e non sono nemmeno i giornali o le televisioni. A suo dire, la scelta spetta al presidente del Consiglio, che seleziona i ministri con cui ritiene di poter collaborare, in accordo istituzionale con il presidente della Repubblica, che poi procede alla nomina.

Fin qui la linea è chiara: rivendicare la piena autonomia politica di Palazzo Chigi. Ma è nel momento in cui si entra nelle motivazioni reali della scelta che il discorso si fa molto più incerto. Donzelli ammette di non sapere il motivo preciso, dicendo che sarà eventualmente Giorgia Meloni a spiegarlo. Subito dopo, però, abbozza un’interpretazione politica che pesa moltissimo.

“Dare un segnale di cambio di passo”: la frase più importante

La parte più rilevante delle sue dichiarazioni è quella in cui sostiene che potesse esserci “la necessità di dare un segnale di un cambio di passo”, non tanto sui risultati del ministero del Turismo, quanto piuttosto sui “messaggi” che il governo voleva dare e che, secondo lui, potrebbero essere stati collegati anche al voto degli elettori.

È una frase decisiva, perché smonta almeno in parte la narrazione tenuta fino a quel momento dal centrodestra. Per mesi, infatti, la maggioranza aveva difeso Santanchè sostenendo che non vi fossero ragioni politiche per chiederne l’uscita, soprattutto in assenza di una sentenza definitiva e di problemi evidenti nella gestione del dicastero. Ora invece Donzelli fa emergere un altro criterio: quello dell’opportunità politica, del messaggio da trasmettere, del contesto mutato.

In sostanza, non sarebbe stata la magistratura a determinare la scelta, ma una valutazione più ampia di natura politica e comunicativa. Tradotto: il problema non era solo Santanchè in sé, ma il peso simbolico che la sua permanenza continuava ad avere in un momento delicato per il governo.

Una difesa che conferma il disagio

Nel corso della risposta, Donzelli insiste più volte sul fatto che la decisione spetta esclusivamente alla presidente del Consiglio. È un modo per blindare Meloni e riaffermarne il primato politico. Eppure proprio questa insistenza tradisce la difficoltà del momento.

Quando un esponente di primo piano di un partito di governo ripete che “decide il premier” e che “non decidono le opposizioni”, sta cercando di chiudere una falla narrativa. Perché il vero problema, in questo caso, è spiegare perché fino a ieri si sosteneva una linea e oggi se ne adotta un’altra, pur senza riconoscere apertamente un cambiamento di giudizio sulla vicenda Santanchè.

Il risultato è una giustificazione che appare difensiva: Donzelli non attacca apertamente la ministra dimissionaria, non ne contesta l’operato, non sposa la tesi di una sua inadeguatezza. Ma al tempo stesso non riesce a spiegare in maniera limpida perché il governo abbia deciso di separarsene proprio ora.

Il riferimento al voto e il tentativo di leggere il messaggio degli elettori

Molto significativo è anche il passaggio in cui Donzelli collega, seppure in modo ipotetico, la decisione a “messaggi molto chiari” che forse sarebbero arrivati “dal voto degli elettori”. Qui si coglie un elemento politico di fondo: il governo avrebbe percepito la necessità di correggere la propria immagine dopo una fase in cui alcune vicende interne rischiavano di logorarlo.

Non parla di una bocciatura diretta, non dice che Santanchè sia stata allontanata per ragioni elettorali, ma lascia intendere che la permanenza della ministra potesse diventare un problema sul piano della percezione pubblica. Ed è proprio questo il punto: la scelta, nelle sue parole, sembra nascere da una valutazione di convenienza politica e di tenuta del messaggio più che da un fatto strettamente giuridico o amministrativo.

In altre parole, Fratelli d’Italia prova ancora a difendere la dignità politica della ministra uscente, ma allo stesso tempo lascia trapelare che mantenerla al suo posto non era più sostenibile dal punto di vista del segnale da inviare fuori dal palazzo.

Il passaggio sul “capro espiatorio”

Donzelli viene poi sollecitato sulle dichiarazioni di Santanchè, che aveva rivendicato di essere abituata a “pagare il conto proprio e anche quello degli altri” e di non voler passare per capro espiatorio. Anche qui la risposta è molto misurata, quasi fredda.

Il deputato dice di aver letto le sue parole, poi evita di entrare davvero nel merito. Successivamente aggiunge che sul lavoro svolto al ministero non ci sarebbe stato “alcun problema” e che Santanchè “ha lavorato bene per il turismo”, motivo per cui “la ringraziamo ovviamente”.

Anche questo è un passaggio politicamente rilevante. Se il lavoro al ministero è stato giudicato buono, se non ci sono contestazioni sull’operato e se il partito continua a ringraziarla pubblicamente, allora la decisione di cambiare non nasce da un fallimento di governo. Nasce da altro. E quel “altro”, nelle parole di Donzelli, è appunto il terreno dell’opportunità, della percezione, del segnale politico.

Il fatto che non venga esplicitato in modo netto rafforza ancora di più l’impressione di un partito che sta cercando di tenere insieme due esigenze opposte: non sconfessare la linea tenuta finora, ma allo stesso tempo legittimare una scelta che di fatto rappresenta un cambio di impostazione.

“Non è un tema di giustizia”: la linea garantista di FdI

Il cuore ideologico della risposta arriva però quando Donzelli affronta il tema della giustizia. E qui la linea di Fratelli d’Italia viene esposta in modo molto netto. Il deputato afferma che non spetta alla magistratura selezionare la classe dirigente, ribadendo che il partito non ha mai ritenuto e non riterrà mai che un avviso di garanzia, un’inchiesta o persino una condanna debbano automaticamente determinare l’estromissione dalla vita politica.

Anzi, Donzelli rivendica apertamente che il partito abbia in passato allontanato parlamentari mai neppure inquisiti, mentre in altri casi abbia riconosciuto “piena dignità” a persone che avevano ricevuto anche delle condanne. È un passaggio fortissimo, perché sgancia completamente la valutazione politica da quella giudiziaria e rivendica una sovranità totale del partito nella scelta dei propri dirigenti.

La tesi è chiara: la magistratura fa il suo lavoro, ma la politica decide da sola chi è degno di rappresentarla. È una posizione coerente con l’impostazione garantista che il centrodestra cerca di mantenere, ma nello stesso tempo apre interrogativi enormi sul criterio effettivo con cui vengono valutati i casi concreti.

Opportunità politica contro automatismi giudiziari

La frase che forse meglio sintetizza l’intero ragionamento di Donzelli è quella in cui afferma che esistono “questioni di opportunità politiche” che non hanno nulla a che vedere con le scelte della magistratura. In quel punto si concentra tutta la logica della difesa di FdI.

Da un lato, il partito non vuole concedere nulla alla narrazione secondo cui Santanchè sarebbe stata costretta a lasciare per effetto delle inchieste o delle pressioni giudiziarie. Dall’altro, non può ignorare che il caso era diventato politicamente ingombrante. Per questo separa i due piani: la giustizia va da una parte, la politica dall’altra. E la politica, in autonomia, valuta quando una presenza diventa un problema di opportunità.

Tuttavia questa distinzione, pur teoricamente chiara, nella pratica lascia scoperto un punto: se la politica decide solo in base all’opportunità, allora il metro di giudizio diventa inevitabilmente mobile, variabile, perfino discrezionale. E infatti la domanda dei giornalisti resta tutta in piedi: perché fino a ieri no e oggi sì?

Le esitazioni che pesano più delle parole

Al di là del contenuto, colpisce il modo in cui Donzelli costruisce la sua risposta. Ci sono esitazioni, ripetizioni, frasi interrotte, formule prudenti come “credo”, “forse”, “sono ipotesi che sto facendo”. È il linguaggio di chi vuole proteggere la leadership del proprio partito, ma non dispone di una spiegazione semplice e politicamente inattaccabile.

Non c’è una rottura aperta con Santanchè. Non c’è una critica frontale. Non c’è neppure l’ammissione che le precedenti difese fossero sbagliate. C’è però una forte sensazione di disagio, come se il partito stesse cercando di rimettere ordine a una vicenda che ha lasciato strascichi interni e che continua a produrre domande scomode.

In questo senso, l’imbarazzo non è solo comunicativo. È politico. Perché segnala la difficoltà di Fratelli d’Italia nel tenere insieme la propria rivendicazione garantista con la necessità di compiere, quando serve, scelte che rispondano anche alla pressione del contesto, del consenso e dell’immagine pubblica.

Il tentativo di blindare Meloni

Un altro elemento che emerge chiaramente è il tentativo di non coinvolgere direttamente Meloni sul terreno più scivoloso. Donzelli ripete che soltanto la presidente del Consiglio può spiegare fino in fondo le motivazioni, ma intanto costruisce una cornice che la protegge: la scelta dei ministri è sua, è legittima, rientra nella piena discrezionalità politica del capo del governo.

È una linea che serve a due obiettivi. Il primo è evitare che la decisione venga letta come una vittoria delle opposizioni o dei media. Il secondo è preservare l’immagine di Meloni come leader che decide in autonomia, senza subire pressioni esterne. Ma anche qui la difficoltà si vede: nel tentativo di rafforzare la premier, Donzelli finisce per ammettere che la scelta è stata un atto essenzialmente politico, e quindi che il governo ha ritenuto non più difendibile una linea che per lungo tempo aveva sostenuto.

Una vicenda che lascia strascichi

Le parole di Donzelli non chiudono dunque il caso. Al contrario, lo rendono politicamente ancora più interessante. Perché mostrano come, dietro le formule ufficiali, resti aperto un nodo di fondo: Santanchè se n’è andata per ragioni di merito, per convenienza politica o per necessità simbolica?

La risposta di FdI, almeno per ora, sembra essere questa: non per la magistratura, non per i giornali, non per una bocciatura del lavoro al ministero, ma per una valutazione politica maturata a Palazzo Chigi in un momento in cui serviva dare un segnale. Una spiegazione che però, proprio perché fondata su un criterio così politico e non rigidamente oggettivo, espone il partito a un’accusa inevitabile: aver cambiato linea non quando sono cambiati i fatti, ma quando è cambiata la convenienza.
VIDEO:

Leggi anche

IL VIDEO:

L’intervento di Giovanni Donzelli sulle dimissioni di Daniela Santanchè finisce così per raccontare molto più di quanto forse avrebbe voluto. Doveva essere una difesa ordinata della scelta del governo, ma si trasforma in una fotografia nitida del disagio che il caso continua a produrre dentro Fratelli d’Italia.

Tra rivendicazione del primato della politica, difesa del garantismo, ringraziamenti alla ministra uscente e riferimento a un “cambio di passo” necessario, emerge una linea tutt’altro che lineare. La sostanza, però, appare chiara: il governo ha scelto di chiudere una fase non perché costretto dalla magistratura, ma perché ha ritenuto che fosse arrivato il momento di mandare un messaggio diverso.

Ed è proprio questo che rende le parole di Donzelli così significative. Perché nel loro equilibrio incerto, nelle loro esitazioni e nei loro distinguo, raccontano una verità politica che nessuno dentro la maggioranza può più nascondere: il caso Santanchè non era più solo una questione giudiziaria o personale, ma un problema politico diventato troppo pesante da gestire senza cambiare passo.

Condividi sui tuoi social:

Articoli popolari

Voce dei Cittadini