Il progetto dei centri per migranti in Albania, presentato dal governo Meloni come una svolta storica nella gestione dei flussi migratori e come un possibile “modello” per l’Europa, rischia ora di trasformarsi definitivamente nel simbolo di una promessa politica rimasta schiacciata dalla realtà. Dopo mesi di polemiche, ricorsi, costi elevatissimi e risultati molto lontani dagli annunci iniziali, arriva infatti un nuovo colpo: Tirana non intende rinnovare l’accordo con l’Italia oltre il 2030.
A dirlo è stato il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha, in un’intervista a Euractiv. Una dichiarazione che pesa, perché arriva direttamente dal governo albanese e perché mette un limite politico e istituzionale a uno dei dossier più propagandati dall’esecutivo italiano. Il ragionamento di Hoxha è semplice: una volta che l’Albania sarà entrata nell’Unione Europea, non potrà più essere considerata un territorio extraterritoriale rispetto all’Unione stessa. Di conseguenza, il meccanismo immaginato dall’accordo con Roma non avrebbe più ragione di esistere.
Per Giorgia Meloni, che su questo progetto aveva costruito una parte importante della propria narrazione sulla “fermezza” nella gestione dell’immigrazione, si tratta di un passaggio politicamente pesantissimo. Perché non arriva dopo un successo, ma dopo una lunga sequenza di difficoltà operative, numeri bassissimi e critiche crescenti.
L’annuncio di Tirana: “Non ci sarà alcun rinnovo”
Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha ha chiarito la posizione del suo governo con parole nette. L’accordo ha una durata di cinque anni e, secondo quanto dichiarato, non ci sarà un rinnovo oltre il 2030 perché l’Albania punta a essere, a quel punto, membro dell’Unione Europea.
Il punto giuridico e politico è decisivo. Hoxha ha spiegato che, una volta entrata nell’Ue, l’Albania non sarà più un territorio esterno all’Unione, ma parte integrante dello spazio europeo. Questo renderebbe incompatibile il modello pensato dall’Italia, fondato proprio sull’idea di trasferire alcune procedure fuori dai confini dell’Unione.
Il ministro albanese ha poi respinto l’ipotesi che questa posizione possa incrinare i rapporti con Roma o spingere l’Italia a frenare il percorso di adesione europea dell’Albania. “L’Italia aveva bisogno di aiuto. Noi abbiamo aiutato. E questo non va dimenticato”, ha spiegato.
Ma il messaggio politico resta chiarissimo: l’accordo non è destinato a diventare permanente. E soprattutto non è quel modello stabile e replicabile che il governo Meloni aveva raccontato.
La grande promessa dei 36mila migranti
Quando il protocollo tra Italia e Albania venne firmato nel 2023, il governo italiano lo presentò come una svolta epocale. L’obiettivo, nelle stime iniziali, era arrivare a trasferire nei centri albanesi fino a 36mila richiedenti asilo all’anno, persone soccorse in mare da unità italiane e poi portate nelle strutture realizzate oltre Adriatico.
Una cifra enorme, usata politicamente per comunicare l’idea di un cambio di passo drastico nella gestione dei flussi migratori. Il messaggio era chiaro: l’Italia avrebbe alleggerito la pressione sul proprio territorio, accelerato le procedure e mostrato all’Europa una strada nuova.
La realtà, però, è stata molto diversa. Secondo i dati riportati, da aprile dello scorso anno le persone ospitate nei centri sarebbero state poco più di 500. Un numero lontanissimo dalle ambizioni iniziali e quasi simbolico rispetto alla portata economica e politica dell’operazione.
La distanza tra l’annuncio e il risultato è il cuore del fallimento. Perché un progetto può anche incontrare ostacoli, rallentamenti o correzioni. Ma quando viene presentato come una soluzione strutturale e poi produce numeri così bassi, il problema non è solo tecnico: è politico.
Centri vuoti o quasi: il caso di Gjader e Shëngjin
Il quadro operativo appare ancora più fragile guardando alla situazione delle strutture. Secondo quanto emerso da una recente visita di parlamentari di Fratelli d’Italia, il centro di Gjader, convertito in Cpr, ospiterebbe appena 80 persone. L’altra struttura, quella di Shëngjin, risulterebbe invece vuota.
Due centri pensati per diventare il perno di una nuova strategia migratoria italiana si ritrovano dunque a funzionare molto al di sotto delle aspettative. E questo alimenta una domanda inevitabile: quanto è costato, e quanto continuerà a costare, mantenere in piedi un sistema che lavora su numeri così ridotti?
Le opposizioni parlano apertamente di spreco. Il Movimento 5 Stelle, in particolare, ha attaccato duramente il governo sostenendo che centinaia di milioni sarebbero stati impiegati per un progetto incapace di produrre risultati concreti. La critica riguarda anche il personale: agenti e risorse sottratti, secondo il M5S, al presidio delle città italiane per sorvegliare strutture che ospitano poche decine di persone.
Dal “funzioneranno” al “chiuderanno”
La formula scelta dal Movimento 5 Stelle è diventata subito uno slogan politico: da “fun-zio-ne-ran-no” a “chiu-de-ran-no”. Un modo per colpire direttamente la comunicazione della premier, che in passato aveva difeso con forza il progetto, rivendicandone la bontà e insistendo sulla sua futura efficacia.
Per i pentastellati, l’annuncio del governo albanese rappresenta la “pietra tombale” sul cosiddetto modello Albania. Secondo i capigruppo M5S delle commissioni Esteri e Politiche Ue di Camera e Senato, Giorgia Meloni dovrebbe chiedere scusa agli italiani per quello che definiscono un flop costosissimo.
L’accusa è pesante: il governo avrebbe trasformato l’Italia in una “nazione-barzelletta”, investendo risorse enormi in un progetto più utile alla propaganda che alla gestione reale dell’immigrazione.
Al di là dei toni politici, il nodo resta: se i centri non funzionano a regime, se ospitano numeri minimi e se non saranno rinnovati oltre il 2030, allora l’intera architettura dell’accordo appare molto più fragile di quanto raccontato inizialmente.
Il costo politico ed economico dell’operazione
Uno dei punti più contestati riguarda il costo complessivo dell’operazione. Le opposizioni parlano di una spesa che potrebbe arrivare fino a quasi un miliardo di euro entro il 2028. Una cifra enorme, soprattutto se confrontata con i risultati finora ottenuti.
La delegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo ha definito i centri in Albania tra i più grandi sprechi di denaro pubblico della storia recente italiana. Secondo i pentastellati, quelle risorse avrebbero potuto essere investite per rafforzare gli organici delle forze dell’ordine, migliorare la sicurezza nelle città o rendere più efficiente il sistema di accoglienza e rimpatrio già esistente in Italia.
Il tema del costo è centrale perché tocca direttamente la credibilità del governo. Meloni ha spesso rivendicato una gestione pragmatica, rigorosa e orientata ai risultati. Ma un progetto costoso, poco utilizzato e ora destinato a non proseguire oltre il limite fissato da Tirana rischia di incrinare proprio questa immagine.
Il Pd: “Siamo al ridicolo”
Anche il Partito Democratico ha attaccato duramente il governo. Enzo Amendola, capogruppo Pd in commissione Esteri alla Camera, ha parlato di una situazione ormai “al ridicolo”. Secondo Amendola, quello che Meloni e la destra avevano presentato come un modello europeo sarebbe diventato lo scarto delle politiche migratorie, al punto che perfino l’Albania oggi ne prende le distanze.
Per il Pd, le parole di Hoxha certificano il fallimento politico di un progetto nato male e proseguito peggio. L’attacco si concentra soprattutto sulla distanza tra la narrazione del governo e la realtà dei fatti: da un lato l’idea di un modello internazionale, dall’altro centri quasi vuoti, costi elevati e un futuro già segnato.
È una critica che tocca il cuore della strategia comunicativa meloniana. Perché il governo non aveva presentato l’accordo come un semplice esperimento, ma come una soluzione innovativa, destinata a essere osservata e imitata anche da altri Paesi europei.
Italia Viva: “Propaganda a spese degli italiani”
Anche Italia Viva ha usato parole molto dure. La senatrice Raffaella Paita ha sostenuto che la vicenda dimostra come Giorgia Meloni abbia fatto “solo propaganda a spese degli italiani”. Secondo Paita, il conto dell’operazione sarebbe salatissimo e arriverebbe a circa un miliardo di euro.
La critica di Italia Viva insiste su un punto politico preciso: il governo avrebbe saputo fin dall’inizio che l’accordo non avrebbe potuto avere una durata indefinita, proprio perché il percorso europeo dell’Albania rendeva prevedibile il problema della futura extraterritorialità.
In questa lettura, il fallimento non sarebbe dunque solo gestionale, ma anche di trasparenza politica. Il governo avrebbe venduto agli italiani un modello destinato a durare e a incidere sulle politiche migratorie europee, pur sapendo che il suo orizzonte temporale era limitato.
Il problema dell’extraterritorialità
Il nodo sollevato da Ferit Hoxha è fondamentale. L’intero impianto dell’accordo si basa sulla possibilità di gestire alcune procedure fuori dal territorio italiano e fuori dal territorio dell’Unione Europea. Ma se l’Albania entrerà nell’Ue, quella condizione verrà meno.
A quel punto, i centri non sarebbero più collocati in un Paese terzo, ma all’interno dello spazio giuridico europeo. Questo cambierebbe radicalmente il quadro normativo e renderebbe impossibile proseguire con lo stesso schema.
Il governo Meloni aveva presentato l’accordo come un modello esportabile. Ma proprio questo aspetto mostra la sua fragilità: il modello funziona, almeno sulla carta, solo fino a quando l’Albania resta fuori dall’Unione. Se il Paese entra nell’Ue, il meccanismo si svuota.
È una contraddizione politica evidente, perché l’Italia sostiene il percorso europeo dell’Albania ma allo stesso tempo ha costruito con Tirana un accordo che ha senso proprio finché l’Albania resta esterna all’Unione.
La propaganda contro la realtà
La vicenda dei centri in Albania è diventata uno dei casi più emblematici della distanza tra propaganda e realtà. Il governo aveva promesso una soluzione forte, visibile, capace di cambiare il paradigma sull’immigrazione. Aveva presentato l’accordo come un segnale all’Europa e come una prova di leadership internazionale.
Poi sono arrivati i problemi: i ricorsi, i dubbi giuridici, le difficoltà operative, i numeri molto inferiori alle aspettative, le strutture semi vuote e ora l’annuncio di Tirana sul mancato rinnovo oltre il 2030.
Il risultato è che quello che doveva essere un successo identitario del governo rischia di diventare una delle sue sconfitte più vistose. Non solo perché il progetto non ha prodotto i risultati promessi, ma perché la sua stessa durata appare ora limitata e dipendente da fattori che il governo italiano non controlla.
Il fallimento del “modello per l’Europa”
Meloni aveva puntato molto sull’idea che i centri in Albania potessero diventare un esempio per l’Europa. Il messaggio era ambizioso: l’Italia non subisce più l’emergenza migratoria, ma propone una soluzione nuova, concreta, replicabile.
Oggi, però, quella narrazione appare molto indebolita. Un modello che ospita poche centinaia di persone invece delle decine di migliaia previste, che richiede costi enormi e che il Paese ospitante non intende rinnovare oltre una certa data difficilmente può essere presentato come un successo.
Le opposizioni insistono proprio su questo punto: altro che modello europeo, il protocollo Albania sarebbe diventato il manuale di ciò che un governo non dovrebbe fare. Una scelta costosa, complessa, giuridicamente fragile e politicamente esposta.
La richiesta di scuse a Meloni
Il Movimento 5 Stelle chiede ora che Giorgia Meloni chieda scusa agli italiani. Una richiesta politicamente forte, costruita sulla convinzione che il governo abbia usato il tema migratorio per alimentare consenso, senza però produrre una risposta efficace.
Secondo i pentastellati, il fallimento è doppio. Da una parte ci sono i soldi pubblici investiti in un progetto dai risultati minimi. Dall’altra c’è l’immagine internazionale dell’Italia, che secondo le opposizioni sarebbe stata danneggiata da un accordo presentato come rivoluzionario e poi ridimensionato dagli stessi fatti.
La premier, finora, ha sempre difeso la linea dura sull’immigrazione come uno dei tratti distintivi del suo governo. Ma il caso Albania rischia di diventare un terreno molto difficile da sostenere, perché mette insieme tre elementi esplosivi: soldi pubblici, promesse mancate e fallimento simbolico.
Una vicenda che pesa anche sull’Europa
Il caso non riguarda solo l’Italia e l’Albania. Euractiv ha inquadrato l’accordo nel contesto più ampio dei tentativi europei di esternalizzare la gestione dei migranti, spostando fuori dai confini dell’Ue procedure, trattenimenti e valutazioni delle richieste di asilo.
Il protocollo Meloni-Rama era stato osservato con attenzione proprio perché si inseriva in questa tendenza. Alcuni governi europei guardavano con interesse alla possibilità di creare meccanismi simili. Ma le difficoltà incontrate dall’Italia e il limite temporale posto dall’Albania potrebbero ora raffreddare molte ambizioni.
Se il progetto più celebrato si rivela costoso, complicato e poco produttivo, diventa più difficile presentarlo come una strada da seguire.
Una sconfitta politica per la premier
Per Meloni, il dossier Albania è particolarmente sensibile perché riguarda uno dei temi centrali della sua identità politica: l’immigrazione. La destra italiana ha costruito per anni la propria forza elettorale sulla promessa di fermare gli sbarchi, aumentare i rimpatri, difendere i confini e superare il sistema di accoglienza considerato inefficace.
I centri in Albania dovevano essere la dimostrazione concreta di questa svolta. Dovevano mostrare che il governo era capace di passare dalle parole ai fatti. Invece, oggi vengono descritti dalle opposizioni come un fallimento costoso e propagandistico.
La questione, dunque, non è solo amministrativa. È identitaria. Se il governo fallisce proprio sul terreno su cui ha costruito una parte importante del proprio consenso, il danno politico può essere molto più profondo.
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L’annuncio dell’Albania di non voler rinnovare l’accordo con l’Italia sui centri per migranti oltre il 2030 rappresenta un passaggio durissimo per il governo Meloni. Il progetto, nato come simbolo di fermezza e innovazione, appare oggi sempre più come una scelta costosa, fragile e lontana dai risultati promessi.
Dai 36mila richiedenti asilo annunciati alle poche centinaia di persone effettivamente ospitate, dalle strutture quasi vuote ai costi contestati, fino alla prospettiva di una chiusura futura già indicata da Tirana: il bilancio politico è pesante.
Le opposizioni parlano di propaganda, spreco di denaro pubblico e fallimento annunciato. E questa volta l’attacco trova forza non solo nelle critiche interne, ma nelle parole dello stesso governo albanese, che chiarisce i limiti dell’intesa.
Il cosiddetto “modello Albania” doveva essere la prova della capacità del governo Meloni di cambiare le regole sull’immigrazione. Rischia invece di passare alla storia come l’ennesimo grande annuncio travolto dai fatti: un progetto nato per dimostrare forza, ma diventato il simbolo di una promessa che non ha retto alla prova della realtà.




















