All’Aquila, nella cerimonia di inaugurazione della città come Capitale italiana della Cultura 2026, arriva un messaggio che va oltre il perimetro dell’evento e parla direttamente al presente internazionale. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sceglie parole nette: in un tempo segnato da tensioni e conflitti, “strategie predatorie” sono “riapparse” portando con sé “morte e devastazione”. In questo scenario, sottolinea il Capo dello Stato, il valore della cultura non è un ornamento né un lusso: è lo strumento principe del dialogo e, quindi, della pace.
L’inaugurazione: una cerimonia che diventa discorso sul presente
La cornice è simbolica: L’Aquila inaugura ufficialmente il suo anno da Capitale della Cultura, un titolo che riconosce la centralità di un territorio e lo mette sotto i riflettori nazionali. Ma Mattarella, nel saluto istituzionale, sposta l’asse del ragionamento: non si limita a celebrare l’appuntamento, lo carica di significato. Il periodo storico – dice – offre “molteplici motivi di preoccupazione”, e proprio per questo “l’immenso valore della cultura” risalta ancora di più.
È un passaggio chiave: la cultura viene presentata come risposta civile ai tempi inquieti. Non una dimensione separata dalla realtà, ma un modo per attraversarla senza arrendersi alla logica dei rapporti di forza.
“Strategie predatorie” e “carico di morte”: il riferimento a un mondo che si irrigidisce
Quando Mattarella parla di “strategie predatorie” che ritornano, richiama un’idea precisa: la riemersione di dinamiche in cui prevalgono aggressione, dominio, imposizione. Non serve che il discorso elenchi casi o Paesi per risultare chiaro: la formula è volutamente ampia, proprio perché si rivolge a un contesto globale segnato da guerre, escalation e competizioni sempre più dure.
Il presidente lega queste strategie a un “carico di morte e devastazione”: un modo per ricordare che dietro le parole della geopolitica ci sono conseguenze concrete sulle persone, sulle città, sulle comunità. E in questo passaggio si innesta la sua tesi: se torna la forza come criterio, allora diventa ancora più urgente una grammatica alternativa.
La cultura come “strumento di dialogo”: non solo identità, ma ponte
Nel discorso di Mattarella, la cultura non è evocata solo come patrimonio da custodire, ma come pratica attiva: “strumento principe di dialogo e quindi di pace”. È una definizione che rovescia l’idea della cultura come recinto identitario o bandiera da esibire. Qui la cultura è, prima di tutto, relazione: conoscenza dell’altro, capacità di tradurre differenze, costruzione di un terreno comune.
È un concetto politico nel senso più alto: se il conflitto cresce quando le società si chiudono e semplificano, allora la cultura serve a riaprire spazi di complessità, a disinnescare stereotipi, a rendere possibile la convivenza. In questa prospettiva, investire in cultura non significa solo finanziare eventi: significa rafforzare gli anticorpi democratici.
L’Aquila come simbolo: ricostruzione, memoria, futuro
La scelta del luogo amplifica il messaggio. L’Aquila porta sulle spalle una storia recente segnata dalla frattura e dalla ricostruzione: una città che ha dovuto misurarsi con la perdita, con la cura delle ferite materiali e sociali, con la necessità di ricomporre legami e spazi. Proprio per questo il titolo di Capitale della Cultura assume un significato doppio: non soltanto riconoscimento artistico, ma anche proiezione di futuro.
In questo quadro, l’intervento del Capo dello Stato suona come un invito a leggere la cultura come forza di rigenerazione: ricostruire non è solo rimettere in piedi muri e strade, ma ricostruire senso, partecipazione, fiducia. E una Capitale della Cultura, per definizione, dovrebbe produrre questo: occasioni di incontro, riattivazione sociale, possibilità economiche legate a turismo e creatività, ma soprattutto una narrazione collettiva che non riduca la città al suo trauma.
Un messaggio che parla anche all’Italia: “con la cultura non si mangia” è un errore di prospettiva
Senza trasformare la cerimonia in polemica, il ragionamento di Mattarella incide su un nodo italiano ricorrente: l’idea che la cultura sia secondaria rispetto ad altri capitoli “più concreti”. Il presidente rovescia quel luogo comune: oggi la cultura è concreta perché attiene alla pace sociale, alla qualità della democrazia, alla capacità di affrontare il conflitto senza cadere nella brutalità.
In altre parole: la cultura è anche economia e lavoro, certo, ma prima ancora è architettura civile. Nei momenti in cui la società si spacca e il mondo si militarizza, è ciò che tiene aperti i canali della parola.
Che cosa cambia adesso: un anno di responsabilità e aspettative
Per L’Aquila, l’anno da Capitale italiana della Cultura non è solo un calendario di iniziative: è una responsabilità. L’attenzione nazionale porta opportunità, ma anche aspettative alte: qualità dei progetti, capacità di coinvolgere cittadini e istituzioni, attenzione ai giovani, inclusione dei quartieri e dei territori oltre il centro. Se la cultura deve essere “dialogo”, allora il primo banco di prova è interno: far dialogare comunità, generazioni, competenze.
E poi c’è l’esterno: utilizzare questo titolo per aprire reti, scambi, collaborazioni internazionali, e trasformare l’evento in un investimento duraturo che resti anche dopo il 2026.
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Nel giorno in cui L’Aquila inaugura il suo anno da Capitale della Cultura, Mattarella consegna un messaggio che suona come una bussola: in un tempo in cui riemergono “strategie predatorie” e la violenza torna a occupare spazio, la cultura non è un contorno. È la lingua del dialogo, il terreno su cui costruire pace e convivenza, l’energia civile capace di opporsi alla devastazione non con l’illusione, ma con la forza delle idee e delle relazioni. E l’Aquila, con la sua storia di ferite e ricostruzione, diventa il luogo ideale per ricordarlo: la cultura è anche una forma di resistenza democratica, e oggi è più necessaria che mai.



















