Durante la presentazione alla Camera del suo libro Una nuova giustizia, il ministro Carlo Nordio è tornato a colpire uno dei provvedimenti simbolo dell’era Bonafede: la legge “Spazzacorrotti”. A innescare il botta e risposta è stata una domanda della giornalista di La7 Gaia Tortora, che ha letto un passaggio del volume in cui Nordio attacca frontalmente quella normativa.
La scena: presentazione del libro e domanda in sala
Il contesto è quello di un appuntamento pubblico istituzionale: Nordio presenta il suo libro e, nel confronto, arriva l’assist della giornalista. Tortora richiama un estratto in cui il ministro definisce la “Spazzacorrotti” un impianto figlio di un “delirio moralistico” e ne contesta le conseguenze sul piano degli strumenti investigativi.
Non è una domanda generica: è un invito a spiegare, davanti a una platea politica e mediatica, perché quella legge venga considerata dal ministro un problema e che cosa, concretamente, intenda fare il governo.
L’attacco alla “Spazzacorrotti” e il tema delle intercettazioni
Nella risposta, Nordio lega direttamente la legge al ricorso a strumenti come il trojan, definito nel racconto giornalistico come un “captatore informatico che trasforma gli smartphone in microfoni”, e arriva a usare toni molto duri.
Il cuore del messaggio è doppio:
da un lato, l’idea che l’utilizzo di questi strumenti, anche per reati contro la Pubblica amministrazione, sia diventato troppo esteso;
dall’altro, la denuncia di un rischio per la libertà dei cittadini, richiamando l’articolo 15 della Costituzione (segretezza e inviolabilità delle comunicazioni).
In sintesi, Nordio mette sul tavolo una linea politica precisa: restringere l’uso di questi mezzi, perché – nella sua impostazione – il “controllo” finirebbe per diventare una compressione dei diritti.
“Stiamo già lavorando”: la promessa di intervenire dopo il referendum
L’elemento che rende la risposta particolarmente esplosiva è il collegamento diretto tra questa linea e il percorso della riforma costituzionale che il governo punta a portare a casa.
Nel suo intervento, infatti, Nordio annuncia che l’esecutivo sarebbe già al lavoro per ridurre, se non eliminare, ciò che definisce una “vergogna”, e aggiunge che dopo il referendum si vedrà come “rimediare” a quella che considera un’inciviltà. È qui che la risposta diventa “politica” nel senso più pieno: non solo un giudizio su una legge passata, ma l’anticipazione di una rotta per i prossimi mesi.
Perché la risposta fa discutere
La polemica esplode per almeno tre ragioni.
La prima è il bersaglio: la “Spazzacorrotti” è stata per anni un vessillo del Movimento 5 Stelle e un punto identitario della stagione Bonafede. Attaccarla con parole così nette significa riaprire una frattura politica mai chiusa tra garantismo e giustizialismo, tra chi difende strumenti invasivi in nome dell’efficacia investigativa e chi teme derive da “controllo generalizzato”.
La seconda è il tema concreto: il trojan non è un dettaglio tecnico, ma uno degli strumenti più controversi perché entra nel cuore della vita privata. Quando un ministro lo mette al centro del discorso pubblico con toni allarmati, inevitabilmente alza la temperatura dello scontro.
La terza è la tempistica: collegare l’intervento restrittivo all’esito di un referendum o, comunque, al percorso di una riforma costituzionale, suona come un messaggio chiaro a maggioranza e opinione pubblica: “questa è una priorità e arriverà dopo quello snodo”.
Il punto politico: due visioni opposte dello Stato e dei controlli
Il conflitto, in fondo, è tutto qui: che cosa deve prevalere, quando si parla di reati contro la Pubblica amministrazione?
Da un lato c’è l’idea che servano strumenti forti per scoperchiare corruzione e reti opache, perché senza intercettazioni e captatori molte indagini non reggerebbero.
Dall’altro c’è la tesi di Nordio: se la percezione diventa “possiamo essere intercettati sempre”, allora si mette in discussione un principio di libertà e si scivola verso un modello di sorveglianza incompatibile con un ordinamento democratico.
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La domanda di Gaia Tortora ha fatto da miccia, ma la sostanza è che Nordio ha scelto di trasformare un passaggio del suo libro in una dichiarazione politica: mettere nel mirino la “Spazzacorrotti” e, soprattutto, l’uso del trojan, indicando l’intenzione di intervenire con una stretta.
Una risposta che, per toni e obiettivo, è destinata a rimanere al centro dello scontro: perché chiama in causa insieme sicurezza, libertà, corruzione e il confine – sempre delicato – tra controllo legittimo e invasione della sfera privata.


















