Un annuncio epocale, che segna una rottura profonda con la linea nazionale del governo Meloni e apre un fronte politico e sociale destinato a far discutere. La sindaca di Genova Silvia Salis ha comunicato, con un post sui social, l’approvazione in Giunta di una delibera che introduce per la prima volta un principio di salario minimo orario in tutti gli appalti e concessioni del Comune.
“Lo avevamo promesso, lo stiamo facendo. Il lavoro non è una voce di bilancio da tagliare, è ciò che dà dignità alla nostra città”, scrive Salis.
La misura prevede una soglia minima di 9 euro lordi all’ora, da applicare nei bandi basati su criteri qualitativi. Non un salario minimo universale, ma un passo concreto contro il lavoro povero, che parte da dove il potere pubblico può incidere: la spesa pubblica e gli appalti.
La delibera: come funziona il salario minimo nei bandi del Comune
Il provvedimento approvato dalla Giunta genovese introduce diversi paletti chiari e vincolanti per le aziende che vorranno aggiudicarsi appalti comunali:
Obbligo di applicare il contratto collettivo nazionale stipulato dalle organizzazioni sindacali e datoriali “comparativamente più rappresentative”, per evitare il dumping contrattuale di comodo.
Introduzione del salario minimo di 9 euro lordi l’ora come criterio di valutazione nei bandi assegnati in base alla qualità.
Verifica dei contratti applicati, tavoli permanenti con sindacati e associazioni datoriali.
Estensione delle tutele anche ai subappalti, per evitare che i diritti vengano aggirati lungo la catena di affidamenti.
È un’iniziativa che guarda in particolare ai settori più deboli, come pulizie, assistenza, vigilanza, logistica: ambiti dove il lavoro povero è spesso la regola.
La sfida (implicita ma netta) al governo Meloni
Se l’annuncio della Salis ha il sapore della svolta locale, è impossibile non leggerlo anche come una sfida politica diretta al governo nazionale, che finora ha rifiutato di introdurre un salario minimo legale, nonostante la proposta unitaria delle opposizioni e le richieste di una parte crescente dell’opinione pubblica.
Il governo Meloni ha affossato l’iniziativa parlamentare sostenuta da Pd, M5S, AVS e +Europa, rinviando tutto a un tavolo tecnico, e più recentemente ha presentato una proposta alternativa centrata sul “rafforzamento dei contratti collettivi”. Ma senza soglie minime e vincolanti, il rischio di lasciare scoperti milioni di lavoratori rimane altissimo.
Genova, così, diventa un laboratorio alternativo: non un annuncio propagandistico, ma una misura concreta che mette in pratica ciò che a Roma resta sulla carta.
Il contrasto è netto: chi taglia e chi tutela
Il contrasto tra la linea della sindaca Salis e quella del governo Meloni è evidente su più livelli:
Comune di Genova (Salis) Governo Meloni
Introduzione salario minimo nei bandi (9€/h) Nessuna soglia nazionale
Obbligo di applicare CCNL rappresentativi Tendenza a deregolamentare
Tavoli con sindacati e verifica contratti Dialogo formale con le parti sociali, senza vincoli
Tutele estese anche a subappalti Subappalto a cascata sbloccato con DL concorrenza
Focus sul lavoro povero nei settori fragili Nessuna misura diretta sul lavoro povero
Il messaggio politico è chiaro: il lavoro non è una variabile economica, ma una questione di dignità. E per questo va tutelato, soprattutto quando è lo Stato – o il Comune – a essere committente. Al contrario, le scelte del governo Meloni mostrano un impianto ideologico che rifiuta qualsiasi forma di vincolo pubblico al mercato del lavoro, lasciando ampi spazi alle logiche di concorrenza al ribasso.
“Genova deve essere un esempio”: un segnale nazionale?
La sindaca Salis non nasconde l’ambizione della misura:
“Genova deve essere un esempio”, scrive, aggiungendo che il lavoro povero non può essere pagato con i soldi pubblici.
Una dichiarazione che va oltre l’amministrazione locale, e si inserisce in un contesto nazionale dove il dibattito è sempre più acceso. Dopo anni di crescita del lavoro precario, sottopagato e frammentato, l’azione di Genova potrebbe fare da apripista ad altri comuni, regioni o enti pubblici, specie in aree progressiste dove le amministrazioni vogliono segnare un punto di discontinuità.
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Mentre a Roma il salario minimo resta bloccato tra rinvii, veti e tatticismi, da Genova arriva un segnale chiaro: si può agire anche partendo dal basso, con strumenti concreti, dove la politica ha il coraggio di scegliere da che parte stare.
E in un Paese dove quasi 4 milioni di lavoratori guadagnano meno di 9 euro lordi all’ora, la misura annunciata da Silvia Salis non è solo simbolica. È un passo importante, una risposta concreta alla povertà lavorativa e una sfida morale e politica al governo nazionale.



















