La gravissima denuncia di Barbara Floridia presidente commissione Rai su Telemeloni

“Così TeleMeloni diventa TeleGarlasco. Stesso copione, stesso obiettivo, stesso finale annunciato”.
La frase è di Barbara Floridia, presidente M5S della Commissione di Vigilanza Rai, ed è una delle più dure mai pronunciate sul rapporto tra governo Meloni e servizio pubblico.

In una nota diffusa il 15 dicembre, Floridia accusa la premier di aver “messo le carte sul tavolo” chiudendo Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, non solo sul piano politico ma anche su quello mediatico: secondo la senatrice, Meloni avrebbe rivendicato di fatto la regia del “circo mediatico” sul caso Garlasco, trasformando la Rai in uno strumento di propaganda in vista del referendum sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

La denuncia arriva mentre la Vigilanza è bloccata da oltre un anno e mentre in manovra sono previsti nuovi tagli al servizio pubblico, elementi che Floridia lega a un disegno preciso: normalizzare il controllo politico sulla Rai e usarne i palinsesti per costruire una narrativa d’emergenza utile alla campagna referendaria.

Atreju, Meloni e il “circo mediatico” sul caso Garlasco

Per capire la portata dell’attacco bisogna partire da Atreju. Chiudendo la kermesse di destra, Meloni ha parlato esplicitamente del caso Garlasco, cavalcando il clima di indignazione riacceso dal riaprirsi del fascicolo giudiziario e dal bombardamento televisivo sul delitto di Chiara Poggi.

Floridia legge quelle parole come una vera e propria investitura politica al racconto mediatico dominante:

“Quello che ha fatto è stato semplicemente dichiarare apertamente di essere a capo del circo mediatico sul caso Garlasco. Un caso che non è più cronaca, è cornice narrativa: serve a tenere alta la tensione, a costruire l’emergenza permanente e a spingere il referendum sulla separazione delle carriere”.

Il messaggio è chiaro: per la presidente della Vigilanza, non siamo più nel campo della cronaca giudiziaria, ma in quello della sceneggiatura politica. Garlasco diventa lo sfondo emotivo perfetto per raccontare una giustizia “che non funziona”, “che sbaglia”, “che non dà certezze”, e a quel punto la riforma voluta dal governo – la separazione delle carriere – viene presentata come l’unica risposta possibile.

Commissione di Vigilanza bloccata e tagli in manovra: il contesto che Meloni non cita

Nel suo attacco, Floridia sottolinea anche ciò che Meloni non ha detto:

nessuna parola sullo stallo della Commissione di Vigilanza Rai, bloccata dalla maggioranza da oltre un anno per il braccio di ferro sulle nomine;

nessun accenno ai tagli al servizio pubblico inseriti in manovra, che per M5S sono parte di una strategia di indebolimento della Rai come azienda autonoma.


Già in un’intervista di settembre, Floridia aveva parlato di un vero e proprio “ricatto senza precedenti”: la maggioranza – spiegava – tiene ferma la Commissione perché l’opposizione non accetta il nome proposto per la presidenza Rai, impedendo così ogni controllo parlamentare sulla gestione del servizio pubblico.

Ora, con l’esplosione del caso Garlasco sui palinsesti, la presidente della Vigilanza lega i due piani:

politicizzazione del controllo (Commissione paralizzata);

politicizzazione dei contenuti (palinsesti saturi di cronaca nera funzionale alla narrazione governativa).

“Quante ore di cronaca nera?”: l’accusa di Rai occupata dai temi graditi al governo

La seconda parte della nota è una serie di domande retoriche rivolte alla Rai:

“Quante ore al giorno e quante alla settimana la televisione pubblica dedica ormai alla cronaca nera? E quanto questo bombardamento è compatibile con le linee editoriali, con il contratto di servizio, con i codici etici e professionali che dovrebbero garantire un’informazione equilibrata e responsabile?”

Floridia denuncia un passaggio da un’informazione pluralista a quella che definisce“occupazione definitiva dei palinsesti con i temi graditi al governo”.
Non è una critica generica: negli ultimi mesi il caso Garlasco è stato al centro di:

speciali e approfondimenti su Rai2 (“Ore 14” e “Ore 14 Sera”) con nuove ricostruzioni, teorie, focus sul DNA;

talk show e programmi di infotainment sulle reti commerciali, da Zona Bianca a Quarto Grado, con dibattiti infiniti su “Ignoto 3”, spostamenti, incongruenze dell’inchiesta.

In questo flusso continuo, la senatrice vede una strategia: alterare la percezione di ciò che conta davvero nella vita sociale, politica e culturale del Paese, facendo scomparire dallo schermo temi come:

sanità e liste d’attesa;

salari e precarietà;

scuola, clima, politica estera;

stessa riforma della giustizia, discussa più per suggestioni che per contenuti.

Da qui la formula finale:

“Così TeleMeloni diventa TeleGarlasco. Stesso copione, stesso obiettivo, stesso finale annunciato”.

Il referendum sulla separazione delle carriere: riforma o bandiera propagandistica?

Al centro della denuncia c’è il referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici, per il quale il governo Meloni e i suoi alleati puntano a una grande mobilitazione politica e mediatica.

Floridia definisce questa operazione così:

“Un’operazione che non accelera i processi, non rende la giustizia più efficiente, non migliora la vita dei cittadini. Serve solo a fare propaganda, e la propaganda ha bisogno di rumore costante”.

Il riferimento è doppio:

da una parte, giuristi e comitati per il No sostengono che la separazione delle carriere non risolverà i veri problemi della giustizia – carenza di personale, risorse, organizzazione – ma rischia di aumentare il controllo della politica sulla magistratura;

dall’altra, il governo presenta la riforma come la risposta alle paure dell’opinione pubblica, alimentate anche da copertura mediatica martellante di casi di cronaca e processi mediatici.


In questo schema, il caso Garlasco diventa il paradigma perfetto per spingere l’elettore a pensare: “Così non si può più andare avanti, servono regole nuove”. Il punto di Floridia è che questo “così” viene costruito selezionando e amplificando un tipo preciso di informazione: quella che fa emergenza, che fa indignazione, che produce voti.

Non solo Garlasco: la lunga battaglia di Floridia contro “TeleMeloni”

La denuncia di oggi è l’ultimo tassello di una guerra aperta da mesi.
Già a settembre, in un’intervista a Fanpage, Floridia accusava Meloni di “usare la Rai e danneggiare la democrazia”, parlando di “ricatto senza precedenti” sul blocco della Vigilanza e criticando la presenza della premier a Domenica In in piena campagna elettorale regionale.

In quell’occasione aveva descritto così il meccanismo:

la maggioranza tiene ferma la Commissione di Vigilanza perché l’opposizione non accetta il nome proposto per la presidenza Rai;

nel frattempo, la premier sceglie contesti televisivi amichevoli e ad alta audience, evitando conferenze stampa e ambienti meno controllabili;

il risultato è una asimmetria di potere: governo che usa il servizio pubblico per la propria narrazione, Parlamento che non può esercitare pienamente il controllo previsto dalla Costituzione.


Ora, con la svolta su Garlasco e il referendum, Floridia aggiorna il lessico: da “TeleMeloni” (Rai al servizio della premier) a “TeleGarlasco” (Rai al servizio del racconto che legittima la riforma della giustizia).

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Conclusione: un allarme sullo stato della democrazia mediatica

La “durissima denuncia” di Barbara Floridia non è un fulmine isolato, ma il punto di convergenza di tre piani:

1. istituzionale – una Commissione di Vigilanza bloccata da oltre un anno, che non può esercitare fino in fondo il proprio ruolo;


2. editoriale – un servizio pubblico accusato di piegare i palinsesti ai temi graditi al governo, in particolare cronaca nera e casi “esemplari”;


3. politico-referendario – una campagna sulla separazione delle carriere che, secondo M5S e i comitati per il No, punta più a indebolire la magistratura e ridisegnare gli equilibri di potere che a rendere la giustizia più rapida ed efficiente.

 

Parlando di “TeleGarlasco”, Floridia dà un nome a una sensazione diffusa: quella di un sistema mediatico sempre più costruito sull’emergenza, sul caso simbolo, sul processo infinito in tv, mentre i grandi dossier – sanità, lavoro, scuola, clima, disuguaglianze – scivolano ai margini del racconto.

Se quell’allarme verrà raccolto o bollato come semplice polemica di parte dipenderà anche dalla capacità del servizio pubblico di rispondere nel merito: con numeri, dati sugli spazi dedicati ai diversi temi, garanzie di pluralismo reale.

Perché, al di là degli slogan, la domanda posta dalla presidente della Vigilanza resta lì, pesante: quanta democrazia può permettersi un Paese in cui la tv pubblica diventa la colonna sonora di una riforma di parte?

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