La lettera in diretta di Gabanelli a Ranucci che fa la storia della Televisione e non solo – IL VIDEO

Roma, 31 ottobre 2025 –
Un momento di televisione raro, intenso e insieme irresistibilmente ironico.
È quello andato in onda su Rai 3 durante la puntata di Splendida Cornice, il programma di Geppi Cucciari, dove Milena Gabanelli ha dedicato una “lettera d’addio” – o meglio, una finta orazione funebre – al collega Sigfrido Ranucci, storico conduttore di Report.
Un siparietto che, tra battute e commozione, ha conquistato il pubblico e commosso migliaia di spettatori, diventando virale sui social in poche ore.

“Temeva solo le parole con la R”

La scena si apre con un’atmosfera da “roast in peace”, come lo ha definito Geppi Cucciari: una celebrazione ironica dei protagonisti del giornalismo italiano.
Milena Gabanelli, in giacca chiara e tono serissimo, inizia a leggere quella che sembra una lettera di commiato. Poi, subito la svolta umoristica:

“Sigfrido Ranucci temeva solo le parole con la R: per questo non è mai andato a Torre del Greco.”

Un riferimento alla leggera inflessione di Ranucci, subito accolto da una risata generale e dallo stesso giornalista, che si presta al gioco con affetto e complicità.

Dalle inchieste “nelle città senza R” al passaggio di testimone

Con il suo inconfondibile tono asciutto, la Gabanelli ha ripercorso con ironia gli esordi di Ranucci, ricordando come “gli assegnavano sempre le inchieste nelle città senza R”.
Poi, ha scherzato sul passaggio di consegne alla guida di Report, che lei stessa lasciò nel 2017 proprio a lui:

“Quando gli consegnai Report, gli dissi solo una cosa: Sigfrido, prova a dimagrire un po’.”

Battute a parte, il senso del messaggio è chiarissimo: un riconoscimento pieno per un giornalista che ha continuato, negli anni, la missione di Report — indagare dove altri distolgono lo sguardo, anche a costo di disturbare i potenti.

Una lettera che parla di coraggio e di giornalismo

Il momento più emozionante arriva verso la fine della “lettera”, quando la Gabanelli abbandona per un attimo l’ironia per dare spazio a un pensiero profondo sul mestiere che li unisce:

“Fare il giornalista è come accendere la luce in una stanza buia. Dà fastidio a chi dorme, ma serve a chi vuole vedere.”

Una frase che ha colpito il pubblico in studio e a casa, diventando subito virale.
Decine di giornalisti e spettatori sui social hanno condiviso l’estratto, commentando: “Una lezione di giornalismo in dieci parole.”

Geppi Cucciari tra risate e applausi

La conduttrice Geppi Cucciari, visibilmente divertita e commossa, ha accompagnato il momento con la sua consueta leggerezza.
“Ecco, questo è il modo più bello di dire ‘ti voglio bene’ a un collega”, ha detto alla fine del monologo, mentre il pubblico si alzava in piedi per applaudire i due protagonisti.

La clip, pubblicata su RaiPlay e rilanciata dal canale YouTube della Rai, ha superato in poche ore le 60 mila visualizzazioni, con centinaia di commenti di affetto e gratitudine.
“Milena è la voce della verità, Sigfrido è la sua eredità”, scrive un utente. “È la dimostrazione che in Italia c’è ancora chi crede nel giornalismo come servizio, non come potere.”

Un’eredità che continua

La “lettera” di Milena Gabanelli, pur nata come gag televisiva, è diventata un manifesto sulla dignità del giornalismo.
Un omaggio sincero a chi continua a indagare, a raccontare, a fare domande scomode.
Perché – come ha ricordato la stessa Gabanelli –

“Un’inchiesta non è mai contro qualcuno. È sempre a favore dei cittadini che hanno diritto di sapere.”

E se la televisione italiana ha ancora bisogno di maestri, quella sera su Rai 3 ne ha avuti due sullo stesso palco.

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VIDEO: 
Quello tra Milena Gabanelli e Sigfrido Ranucci non è stato solo un momento di ironia tv. È stato un atto d’amore per il giornalismo vero: quello che indaga, fa domande scomode e sta dalla parte dei cittadini. Con la sua finta “orazione funebre”, Gabanelli ha riconosciuto pubblicamente Ranucci come erede di quella missione e ha ricordato che accendere la luce dà fastidio al potere, ma serve a chi vuole capire. Il pubblico lo ha capito subito: non era solo spettacolo, era un promemoria su perché questo tipo di giornalismo serve ancora.

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