Luciana Littizzetto colpisce ancora.
Nella puntata di ieri sera di Che Tempo Che Fa, la comica torinese ha dedicato la sua tradizionale “letterina” al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, affrontando con ironia e lucidità il momento di imbarazzo vissuto a Sharm el-Sheikh, quando Donald Trump, durante il vertice internazionale, si è rivolto alla premier italiana con un complimento sessista: “Posso dirti che sei bellissima, non ti dispiace, no?”
Una scena che ha fatto il giro del mondo e che Littizzetto ha deciso di commentare a modo suo: da donna a donna, con quella miscela perfetta di sarcasmo e indignazione civile che da anni la rende una delle voci più ascoltate e libere della tv italiana.
“Alla tua altezza, suppergiù un metro e 57”
La lettera comincia con il tono affettuoso e graffiante che le è tipico:
“All’attenzione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Chi ti scrive è una donna come te, una donna alla tua altezza, cioè suppergiù un metro e 57, che ti ha vista a Sharm in quella storica giornata, ancora una volta impallata da Trump, quell’enorme braciola di carne pettinato come Donatella Rettore”.
Già nelle prime righe, la comica costruisce una scena vivida: una premier italiana costretta a farsi spazio tra i giganti maschili della politica mondiale, in un contesto che – nonostante il protocollo e le luci internazionali – rimane profondamente maschilista e patriarcale.
“Perché lasci che ti trattino così?”
Littizzetto passa poi al cuore della sua invettiva, alternando leggerezza e serietà:
“Ma perché lasci che ti trattino così, tu che nel tuo partito tieni tutti sull’attenti come il sergente di Full Metal Jacket? (…) Anche nella foto ufficiale stavi all’estrema destra — che forse ti avrà fatto anche piacere — ma talmente di lato che stavi per sconfinare in Libia.”
Una battuta irresistibile, ma anche una metafora: la premier italiana isolata, relegata al margine simbolico e fisico della scena internazionale, nonostante il ruolo di rilievo.
Trump e il patriarcato globale
La parte più tagliente arriva quando Littizzetto affronta l’episodio del complimento di Trump:
“E infine Trump, con i suoi modi da lumacone, il playboy col fisico da Playmobil, ti ha guardato e ti ha detto: ‘Posso dirti che sei bellissima, non ti dispiace, no?’… Cosa potevi fare con gli occhi del pianeta puntati addosso? Forse potevi dirgli: ‘Sono bellissima? Allora levami i dazi del 100% sulla pasta’.”
Poi l’affondo politico:
“Non è che Trump va a dire a Macron ‘sei un bel gnocco’, o a Putin ‘stai benissimo pettinato così’. Fai attenzione, ma non farti intortare da questi qua. Sono un gruppo di maschi in andropausa con i modi e il cervello piantati ancora nel patriarcato.”
Un monologo che smaschera il sessismo sistemico anche ai vertici delle istituzioni globali, trasformando una scenetta da gossip diplomatico in una riflessione universale sulla condizione delle donne nel potere.
“Dire bella non è un complimento, è un modo per metterti sotto”
Littizzetto, da sempre impegnata su temi di parità, ha poi colpito nel segno:
“Dire bella a una donna è un bel complimento e tu te lo meriti, ma non in una circostanza del genere. In un momento così ufficiale serve solo a tenerti sotto, a relegarci a un ruolo subordinato, ad annullare i tuoi meriti e le tue capacità. Trump non sta solo facendo il galante, sta tracciando confini, sta marcando il territorio come un labrador.”
L’ironia lascia spazio a un messaggio serio: la discriminazione di genere può essere sottile, elegante, mascherata da cortesia, ma resta una forma di dominio.
“Non farti blandire, fallo per tutte noi”
Il passaggio più intenso della letterina è una sorta di appello generazionale e politico:
“Se fai solo le faccine, anziché mandarli a stendere, non ne usciamo e tu lo devi fare per te e per tutte noi che abbiamo un’unghia del tuo potere e del tuo carisma.
Dentro ‘sta gente qua, ‘sti capi di Stato vecchio stampo, si nasconde un Cro-Magnon. Quando vedono una donna riescono a pensare solo questo.”
E aggiunge con la sua ironia spiazzante:
“È vero che la Thatcher e la Merkel non erano proprio le Kessler, ma con i Cro-Magnon devi essere dura dal minuto uno, perché capiscono solo quella roba lì.”
“Bella ce lo devono dire i mariti, non i capi di Stato”
Il finale, come sempre, è una stoccata che mescola riso e amarezza:
> “Bella ce lo dovrebbero dire i nostri mariti, i nostri compagni, gli amanti, Jovanotti quando canta Bella. Al lavoro invece non siamo belle, siamo brave, intelligenti, preparate o scarse, ma giudicate per quello che facciamo, non per come appariamo.”
E chiude con un tocco di autoironia:
“Comunque poteva anche andarti peggio. Pensa se oltre a dirti bella ti avessero salutato con Bella ciao, come è successo a me.”
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Il monologo di Luciana Littizzetto ha scatenato applausi e riflessioni.
Dietro la comicità e le battute taglienti, il messaggio è chiaro: la politica internazionale resta un’arena dominata da linguaggi e sguardi maschili, e anche una premier donna rischia di essere giudicata prima per il suo aspetto che per le sue idee.
Un pezzo di satira intelligente, che ha fatto sorridere e discutere, ma che soprattutto ha ricordato — con la forza della leggerezza — che il rispetto per le donne non si misura in centimetri o complimenti, ma nel riconoscimento pieno della loro autorevolezza.


















