Alla vigilia della Giornata internazionale per la libertà di stampa, il report annuale di Reporters Sans Frontières (RSF) fotografa una situazione impietosa per il giornalismo italiano: l’Italia perde tre posizioni nella classifica mondiale, scivolando al 49° posto su 180 Paesi. È il peggior piazzamento in Europa occidentale, superata persino da realtà più piccole e meno sviluppate come Tonga, Belize o l’Organizzazione degli Stati Caraibici orientali. Peggio di noi, in Europa, fanno solo Bulgaria, Ungheria, Malta, Cipro, Romania e Grecia.
Una caduta che non si può liquidare come una tendenza globale, per quanto la crisi del giornalismo riguardi tutto il pianeta. Secondo RSF, il declino italiano ha precise responsabilità politiche: in testa, le scelte del governo guidato da Giorgia Meloni, accusato di imporre limitazioni alla cronaca giudiziaria, favorire la concentrazione editoriale e ignorare le riforme necessarie a garantire la libertà di stampa.
La legge bavaglio: un attacco frontale all’informazione
Il cuore del dossier dedicato all’Italia è l’analisi della cosiddetta “legge bavaglio”, approvata nel dicembre 2024 dalla maggioranza di governo. La norma vieta la pubblicazione testuale delle ordinanze di custodia cautelare fino alla fine dell’udienza preliminare, limitando di fatto la possibilità dei media di raccontare fatti giudiziari in tempo reale. Una norma che ha provocato la condanna unanime dei sindacati dei giornalisti, i quali denunciano una “crescente ingerenza politica” nella gestione dei media pubblici e un clima di intimidazione generalizzato.
Secondo RSF, tale provvedimento ha incentivato l’autocensura nelle redazioni, con molti cronisti che, per timore di querele o ritorsioni, rinunciano a pubblicare inchieste e informazioni rilevanti per l’interesse pubblico. A peggiorare il quadro, vi è la criminalizzazione della diffamazione e l’abuso delle querele temerarie, utilizzate da politici e potenti per scoraggiare i giornalisti più scomodi.
La stampa sotto scacco economico: pubblicità, sussidi e concentrazione
Oltre agli ostacoli legali, il report evidenzia il drammatico deterioramento economico del settore editoriale italiano. La carta stampata è in crisi cronica, con vendite in calo e una crescente dipendenza da pubblicità e fondi pubblici. Questo ha generato un sistema fragile, in cui le testate sono meno autonome e più ricattabili, anche sul piano politico.
A rendere ancora più preoccupante il quadro è l’espansione del gruppo editoriale di Antonio Angelucci, deputato della Lega e imprenditore vicino alla maggioranza, che già controlla quotidiani come Libero, Il Giornale e Il Tempo. L’operazione di acquisizione dell’agenzia di stampa Agi, momentaneamente bloccata, rappresenta secondo RSF un rischio grave: la concentrazione mediatica nelle mani di soggetti con interessi politici evidenti mina la pluralità e l’indipendenza dell’informazione.
Mafie, intimidazioni e violenza: il prezzo del giornalismo d’inchiesta
Il dossier RSF non trascura i rischi quotidiani che affrontano i giornalisti italiani, soprattutto quelli che si occupano di criminalità organizzata e corruzione. Circa venti cronisti vivono sotto scorta permanente, dopo aver ricevuto minacce di morte o essere stati vittima di aggressioni fisiche, incendi dolosi e campagne di intimidazione online. Le mafie, soprattutto al Sud, continuano a essere un freno strutturale alla libertà di stampa, e lo Stato non fornisce protezioni sufficienti.
Il report evidenzia anche gli strascichi sociali e politici della pandemia, che ha esasperato la polarizzazione del dibattito pubblico e reso i giornalisti bersaglio di insulti, fake news e violenze verbali durante le manifestazioni anti-lockdown. Una tensione che, anziché ridursi con il tempo, si è cristallizzata in conflitti ideologici sempre più radicalizzati, alimentati anche da un’informazione sempre meno libera.
Un’Italia silenziosa nel cuore dell’Europa
Nel contesto europeo, l’Italia si conferma maglia nera dell’Europa occidentale. Mentre Norvegia, Estonia e Paesi Bassi occupano i primi tre posti della classifica globale per libertà di stampa, il nostro Paese si trova indietro rispetto a Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e perfino a nazioni con sistemi politici più instabili.
E se nel mondo la libertà di stampa è in crisi (con oltre metà della popolazione mondiale che vive in Paesi in cui la situazione è “molto grave”), in Italia la crisi assume i contorni di una resa politica e culturale. Le responsabilità del governo Meloni sono esplicite: leggi restrittive, concentrazione editoriale, paralisi delle riforme, querele bavaglio, tagli alla Rai e silenzi imposti per via indiretta o economica.
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La democrazia zoppica se la stampa tace
Il messaggio di RSF è chiaro: un giornalismo fragile è un Paese fragile. Senza un’informazione libera, capace di indagare, denunciare e disturbare il potere, la democrazia si impoverisce. Il 49° posto non è solo una brutta figura internazionale: è lo specchio di un’Italia che ha smesso di considerare l’informazione come un diritto fondamentale.
E mentre la premier Meloni continua a sbandierare libertà e sovranità, nel Paese reale la libertà più importante – quella di sapere – è ogni giorno più a rischio.



















