C’è un filo rosso che attraversa tutta la conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni: ogni volta che una domanda entra davvero nel merito di un nodo sensibile, la risposta scivola altrove. Non sempre per negare, spesso per spostare il fuoco. È successo con l’Ucraina, con i rapporti interni alla maggioranza, e in modo ancora più evidente con il caso Paragon, che ha prodotto uno degli scontri più duri e simbolici della giornata.
La domanda secca: cosa sta facendo il governo?
A porre la questione è Francesco Cancellato, direttore di Fanpage. La sua non è una domanda polemica, ma operativa. Chiede azioni, tempi, responsabilità. Chiede soprattutto chiarezza: chi ha usato Graphite, con quali autorizzazioni e con quali risorse pubbliche, in una vicenda che riguarda giornalisti e cittadini e che va avanti da oltre un anno.
È una domanda asciutta, quasi amministrativa. Ed è proprio questo a renderla scomoda: non consente slogan, non permette deviazioni ideologiche. Costringe a dire cosa si è fatto e cosa si farà.
La risposta “istituzionale”… che dura pochi secondi
Meloni apre con una premessa formale, da manuale: il governo — dice — sta offrendo tutta la sua disponibilità per arrivare alla verità. Ribadisce che non ha mai considerato il caso Paragon una questione secondaria o strumentale, ma un tema serio su cui l’esecutivo intende fornire tutte le informazioni.
Fin qui, nulla da eccepire. È il linguaggio tipico delle istituzioni quando si tratta di dossier delicati e in corso. Ma dura poco.
Il cambio di binario: dal merito al piano personale
Subito dopo, la risposta deraglia. Invece di entrare nel merito — cosa fa il governo, quali atti ha messo in campo, quali verifiche sono in corso — Meloni alza i toni e sposta la questione sul piano personale. Ricorda che lei stessa ha visto la propria vita “scandagliata”, che ha letto notizie sui suoi conti, sulla sua casa, sulle sue scelte private. E pronuncia la frase che diventa il cuore polemico dell’intervento:
“Mi sono forse messa a spiare il mio conto in banca?”
È il momento in cui il fuoco cambia completamente bersaglio. Non si parla più di spionaggio ai giornalisti, ma della premier come vittima di attenzioni mediatiche invasive.
Il nodo Copasir e la parola “Graphite”
Meloni richiama poi il lavoro del Copasir, ricordando che la relazione del giugno 2025 — votata all’unanimità — esclude che il sistema Graphite, fornito dalla società israeliana Paragon, sia stato utilizzato nei confronti di Cancellato.
Aggiunge che due Procure stanno indagando e che il governo, tramite l’Agenzia di intelligence, sta fornendo tutto il supporto necessario. È una ricostruzione formalmente corretta. Ma non risponde al punto centrale della domanda: chi, se non Graphite, ha spiato? Con quali strumenti? Con quali autorizzazioni? E cosa fa oggi il governo per impedirlo?
Il ribaltamento: da questione pubblica a questione personale
È qui che lo scontro diventa politico. Perché la domanda di Cancellato non è “chi ha spiato Meloni”, ma cosa fa lo Stato quando emergono indizi di sorveglianza su giornalisti e cittadini. La risposta, invece, ribalta la prospettiva: la vittima diventa la premier, il problema diventa la narrazione mediatica su di lei, e la questione strutturale resta sospesa.
Il risultato è un corto circuito evidente. Una domanda secca ottiene una risposta lunga, ma priva dell’informazione richiesta. La disponibilità viene ribadita, ma l’azione concreta non viene descritta.
Perché questo scontro pesa più degli altri
Questo episodio pesa più di altri perché tocca un nervo democratico profondo: la tutela del giornalismo e il confine tra sicurezza e controllo. Non è una disputa tra governo e opposizione, né una schermaglia ideologica. È una richiesta di trasparenza su chi controlla chi, e con quali limiti.
Quando la risposta scivola sul piano personale, il rischio è che il potere confonda la critica con l’attacco e la domanda con l’accusa. E che, così facendo, lasci senza risposta l’unica cosa che conta davvero: come si garantisce che strumenti invasivi non vengano usati contro chi informa.
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Alla fine dello scontro, resta una sensazione netta. Il governo dice di essere disponibile. Dice di collaborare. Dice di attendere le Procure. Ma la domanda iniziale resta intatta: concretamente, cosa sta facendo l’esecutivo per fare luce su uno spionaggio che riguarda giornalisti e cittadini?
In conferenza stampa, Meloni ha scelto di difendersi più che di spiegare. È una scelta politica. Ma è anche una scelta che lascia un vuoto informativo proprio dove la democrazia chiede il massimo della chiarezza.
E finché quel vuoto resta, il caso Paragon non è chiuso. È solo rimandato.



















