Alla Camera dei deputati va in scena uno scontro durissimo tra il Movimento 5 Stelle e la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini. Nel Question Time, il capogruppo M5S in commissione Cultura, Antonio Caso, prende la parola e attacca frontalmente la riforma dell’accesso a Medicina e il cosiddetto “semestre filtro”, definendoli “un fallimento totale, annunciato e prevedibile”. Nelle sue parole, non c’è solo la critica tecnica a un meccanismo giudicato sbagliato: c’è la richiesta esplicita di dimissioni della ministra e la denuncia degli insulti rivolti agli studenti che avevano protestato contro il nuovo sistema.
Il bersaglio del M5S: il “semestre filtro” per Medicina
La miccia è la riforma voluta dal ministero Bernini per l’accesso ai corsi di Medicina e Chirurgia, che prevedeva una fase sperimentale con il cosiddetto semestre filtro: gli studenti, invece del test secco a numero chiuso, si iscrivono a un percorso iniziale comune di sei mesi, al termine del quale una selezione basata su esami e valutazioni decide chi prosegue e chi no.
L’obiettivo dichiarato del governo era “superare il vecchio numero chiuso” rendendo più meritocratico l’accesso, legandolo al rendimento e non a un solo test a crocette. Ma già nei mesi scorsi erano emersi forti dubbi: carenza di posti disponibili, differenze tra atenei, incertezza sui criteri di valutazione, timore di mandare in aula migliaia di studenti che poi, dopo mesi di lezioni ed esami, rischiano di essere respinti comunque.
Per il Movimento 5 Stelle, i risultati hanno confermato le peggiori previsioni: Caso parla di riforma “condannata al fallimento” fin dall’inizio, costruita “ignorando i ripetuti campanelli d’allarme” che arrivavano dalle organizzazioni studentesche e dal mondo accademico.
“Studenti usati come cavie”: il j’accuse di Antonio Caso
Nel suo intervento in Aula, Caso non usa giri di parole. La ministra, accusa, avrebbe venduto la riforma come uno strumento per “abolire il numero chiuso” e garantire finalmente un accesso davvero meritocratico. “Propaganda pura”, attacca il deputato pentastellato, che descrive il semestre filtro come un esperimento improvvisato sulla pelle degli studenti:
“Gli studenti, quelli che avete trattato come cavie, meritano risposte. Meritano rispetto. Non ingiurie.”
La critica è doppia: da un lato il fallimento del meccanismo, dall’altro il modo in cui il ministero avrebbe gestito il confronto con le associazioni studentesche, in particolare con l’Unione degli Universitari (UdU), protagonista delle proteste contro la riforma e delle denunce sulle disfunzioni del nuovo sistema.
“Poveri comunisti” e “inutili”: la polemica sugli insulti
Il passaggio più esplosivo del discorso riguarda le frasi attribuite ad Anna Maria Bernini. Caso rinfaccia alla ministra di aver definito gli studenti che protestavano “poveri comunisti” e, soprattutto, “inutili”. Un lessico che, se confermato, viene giudicato dai 5 Stelle “gravissimo” per un ministro che dovrebbe rappresentare l’intero mondo universitario, non una parte politica.
È su questo punto che il capogruppo M5S alza il livello dello scontro:
“Un Ministro dell’Università che dice agli studenti che sono inutili ha davanti una sola strada: le dimissioni.”
Secondo il Movimento, in un momento in cui l’università combatte con sottofinanziamento cronico, precarietà dei ricercatori e fuga di cervelli, il governo dovrebbe aprire un dialogo con gli studenti, non liquidarli con insulti ideologici. La riforma fallita più l’attacco verbale diventano, nella narrazione grillina, il marchio politico di una ministra “nemica” della comunità accademica.
La difesa di Bernini e la linea del governo
Dal canto suo, la ministra respinge da tempo le accuse di improvvisazione, rivendicando il tentativo di superare un sistema di accesso che da anni produce ricorsi e ingiustizie percepite. In più occasioni Bernini ha garantito che gli studenti che hanno partecipato alla fase di sperimentazione “non perderanno l’anno” e che sarebbero state trovate soluzioni per non penalizzare chi ha scelto il semestre filtro rispetto al vecchio test.
Il governo difende la riforma come un primo passo verso un modello più moderno, sostenendo che l’obiettivo sia ampliare nel tempo il numero di posti disponibili e rafforzare la selezione basata sul merito reale, cioè sugli esami, non su un unico test d’ingresso. Ma le rassicurazioni non bastano a spegnere le polemiche: i nodi logistici, le differenze tra atenei, i timori per chi resterà escluso dopo mesi di studio e tasse pagate continuano a tenere alta la tensione.
L’università come terreno di scontro politico
Il durissimo attacco di Caso arriva in un contesto in cui l’università è diventata sempre più terreno di conflitto politico. Da un lato, le opposizioni accusano il governo Meloni di aver “messo in ginocchio” il sistema della ricerca, alimentando il precariato e tentando di “mettere le università sotto controllo politico”. Dall’altro, la maggioranza rivendica di aver aumentato i fondi per borse di studio e dottorati, sostenendo che le riforme in corso servano a rendere il sistema più competitivo e vicino al mondo del lavoro.
Le parole di Caso — “la storia ricorderà Anna Maria Bernini come la ministra che ha distrutto l’università e la ricerca italiana” — vanno lette proprio in questa chiave: non come una fotografia neutra, ma come l’estremizzazione di uno scontro che coinvolge non solo i numeri di Medicina, ma l’intera idea di università pubblica nel Paese.
Gli studenti tra rabbia e incertezza
Sul fondo, restano loro: le ragazze e i ragazzi che hanno affrontato il semestre filtro o che si preparavano a farlo. Molti si sono mobilitati in questi mesi denunciando confusione, carenza di informazioni e la sensazione di essere finiti in un esperimento costruito senza ascoltare abbastanza le loro esigenze.
Il Movimento 5 Stelle, nel suo intervento alla Camera, prova chiaramente a dare voce a questo malcontento: chiede “rispetto” per chi si è visto cambiare le regole in corsa, denuncia l’assenza di un confronto strutturato con le rappresentanze studentesche e reclama un ripensamento complessivo della riforma, non semplici “rattoppi”.
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Lo scontro sul semestre filtro non è solo un incidente di percorso, ma un banco di prova politico per l’intero governo Meloni. Per il M5S, la vicenda è l’emblema di una stagione fatta di annunci altisonanti e di riforme costruite male, che scaricano su studenti e famiglie i costi degli errori. Per la ministra Bernini e la maggioranza, invece, si tratta di un passaggio complicato ma necessario nel tentativo di superare un numero chiuso considerato da anni insostenibile.
Quel che è certo è che la giornata alla Camera ha segnato un punto di non ritorno nei rapporti tra il Movimento 5 Stelle e il ministero dell’Università: con l’accusa di aver definito “inutili” gli studenti e la richiesta esplicita di dimissioni, Antonio Caso ha trasformato un confronto tecnico in un atto d’accusa politico durissimo.
Ora la riforma di Medicina non è più un tema solo per addetti ai lavori: è diventata uno dei simboli dello scontro tra governo e opposizione sul futuro dell’università italiana. E la capacità (o l’incapacità) di correggere il tiro dirà molto non solo sulla sorte del semestre filtro, ma sulla credibilità di chi oggi guida il sistema



















