Daniela Santanchè sceglie di alzare i toni e di spostare la discussione su un terreno identitario, anziché rispondere nel merito. A margine di un appuntamento pubblico a Milano, la ministra del Turismo – chiamata a parlare di Milano-Cortina 2026 – non affronta il punto che alimenta le critiche: la richiesta di informazioni chiare su costi, cantieri, opere, tempi e ricadute. Al contrario, liquida il dissenso come un tifo “contro” e arriva a pronunciare la frase che accende la polemica: “Non so se sono italiani questi”.
È una risposta che non chiarisce nulla, ma fa rumore. Perché non replica alle obiezioni: delegittima chi le pone. E lo fa con una scorciatoia retorica tanto semplice quanto tossica: se fai domande, allora non sei “dei nostri”.
“Perché tifare contro?”: la retorica da stadio al posto della trasparenza
Il passaggio chiave del ragionamento della ministra è la domanda-accusa: “Oggi perché bisogna tifare contro le Olimpiadi?”. Santanchè dipinge i contestatori come persone che “ce la mettono tutta” con “manifestazioni” e si chiede “cos’è che vogliono”.
Ma è proprio qui il problema: nessuno sta chiedendo di “tifare contro”. La discussione pubblica sulle Olimpiadi non è (o non dovrebbe essere) una curva da stadio. È un tema di governo: investimenti, opere, impatti sul territorio, priorità di spesa, gestione dei rischi, e soprattutto responsabilità politica.
Quando una ministra sostituisce le risposte con lo slogan “tifiamo Italia”, sta facendo una scelta precisa: spostare il confronto dai fatti alle emozioni. E in quel momento il confronto smette di essere “cosa non vi convince?” e diventa “da che parte state?”.
La frase che incendia tutto: “Non so neanche se sono italiani…”
L’uscita più grave è la più rivelatrice: “Non so se sono italiani questi”. Perché non è una battuta. È un messaggio politico: la critica non è legittima, chi critica è sospetto.
È il classico ribaltamento:
non sei tu governo a dover spiegare;
è chi chiede spiegazioni a doversi giustificare.
Così la richiesta di chiarezza viene riscritta come disfattismo, la critica diventa “odio per l’Italia”, il controllo democratico si trasforma in “tifare contro”.
E infatti la domanda che resta dopo quell’uscita non è “perché contestano?”, ma: perché una ministra reagisce così quando le chiedono chiarezza?
“Orgoglio italiano” come scudo: la propaganda che copre i dettagli
Santanchè costruisce un racconto da spot: l’Italia “al centro del mondo”, “capi di Stato e di governo”, “tutte le squadre del mondo”, “paesaggi e città meravigliose”. E insiste sull’idea della grande vetrina: “miliardi di persone” collegate, San Siro, attenzione globale.
È il frame perfetto per evitare il nodo: un grande evento non si giudica solo dalla cartolina. Si giudica da:
come vengono decise e gestite le opere;
quanto costano davvero;
come si controllano gli extracosti;
che cosa resta dopo, e a chi serve;
quali impatti produce su comunità e territori;
quali sono i tempi reali, non quelli da slide.
Il punto politico è semplice: più un evento è grande, più deve reggere alle domande. Se invece la risposta è “orgoglio italiano” + “non so se siete italiani”, allora non è orgoglio: è un paravento.
Il “delirio” comunicativo: trasformare una critica in una colpa morale
Qui c’è la parte più delirante della reazione: l’idea che chi chiede trasparenza stia “tifando contro”.
È una torsione logica che funziona solo come propaganda:
se chiedi spiegazioni, sei un gufo;
se fai notare contraddizioni, sei un nemico;
se chiedi numeri, sei contro l’Italia.
Ma in uno Stato normale accade l’opposto: la trasparenza non è un fastidio, è un dovere. E chi la chiede sta esercitando un diritto. Anzi, spesso lo fa proprio per evitare che un evento diventi un boomerang.
Perché se Milano-Cortina è un progetto serio, non ha nulla da temere dalle domande. Se invece l’unico modo per difenderlo è trasformare i critici in “non italiani”, allora la debolezza non è nel dissenso: è nella risposta.
La “maglia della Nazionale”: l’argomento che spegne la democrazia
“Siamo tutti italiani, abbiamo tutti la maglia della Nazionale”. È una frase che suona bene, ma è l’ennesima scorciatoia: unisce tutto e non spiega niente.
La democrazia non funziona per “maglie” e “tifoserie”. Funziona per:
confronto,
controlli,
dati,
atti pubblici,
responsabilità.
Quando un ministro usa l’identità nazionale per mettere a tacere le domande, non sta chiamando all’unità: sta chiedendo silenzio.
E il silenzio, sui grandi eventi, è sempre il terreno migliore per gli errori, gli sprechi e le scelte opache.
Che cosa ottiene davvero Santanchè con questa uscita
L’uscita della ministra non risolve il problema reputazionale: lo amplifica. Perché:
1. Non smentisce nulla e non chiarisce nulla.
2. Inasprisce i toni e polarizza ulteriormente il dibattito.
3. Dà l’idea che il governo preferisca lo scontro alla trasparenza.
4. Sposta l’attenzione dal merito (Milano-Cortina) alla polemica (la frase sugli italiani).
E soprattutto produce un effetto boomerang: chi è indeciso o vuole capire non viene convinto; viene respinto. Perché la domanda naturale diventa: se va tutto così bene, perché rispondere così male?
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Santanchè prova a chiudere la partita con l’orgoglio e con la bandiera. Ma non è una partita. E non è un “noi contro loro”.
Milano-Cortina si difende con la credibilità, non con la delegittimazione. Se la richiesta di chiarezza viene trattata come una provocazione, il sospetto non cade su chi domanda: cade su chi governa.
E alla fine resta una fotografia precisa: una ministra che, invece di rispondere alle domande, reagisce in modo delirante e insultante, insinuando che chi chiede trasparenza non sia nemmeno “italiano”.
Non è leadership. È propaganda nervosa. E, soprattutto, è il modo migliore per far crescere proprio ciò che dice di combattere: sfiducia, polemiche, e dubbi su tutto il dossier Milano-Cortina.


















