Rincari da gennaio: la stangata “media” e le eccezioni società per società
Con l’arrivo del 2026 tornano ad aumentare i pedaggi autostradali. Secondo una nota del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti guidato da Matteo Salvini, è previsto un rincaro medio dell’1,5% “per tutte le società concessionarie autostradali per le quali è in corso la procedura di aggiornamento dei relativi Piani Economico-Finanziari (Pef)”.
Non si tratta però di un aumento uniforme: il comunicato ministeriale e la ricostruzione dei casi indicano eccezioni e percentuali differenti a seconda dello stato delle concessioni e dei Pef:
Nessuna variazione tariffaria per gli utenti, in “vigenza di periodo regolatorio”, per:
Concessioni del Tirreno S.p.A. (tronchi A10 e A12)
Ivrea-Torino-Piacenza S.p.A. (tronchi A5 e A21)
Strada dei Parchi S.p.A.
Aumento del +1,925% per la concessionaria Salerno–Pompei–Napoli S.p.A.
Aumento del +1,46% per Autostrada del Brennero, definita nel testo con concessione scaduta e “in corso il riaffidamento”.
Nel quadro citato, compaiono anche valori indicati come negativi nella tabella del Mit per alcune tratte: per Ivrea-Torino-Piacenza (-8,03%) e per la Tirreno sui tronchi A10 (-3,69%) e A12 (-6,3%). È un dettaglio che mostra quanto il tema sia tecnico e “a pezzi”: l’aggiornamento tariffario non è identico per tutti e risente delle singole convenzioni, dei periodi regolatori e dello stato dei Pef.
La “colpa” secondo il Mit: una sentenza della Corte costituzionale avrebbe “vanificato” il congelamento
Nel comunicato, il Mit attribuisce la responsabilità degli aumenti a un verdetto della Corte costituzionale del 14 ottobre 2025. La tesi ministeriale è netta: la sentenza “contraria” avrebbe “vanificato lo sforzo del ministro… e dello stesso governo di congelare le tariffe” dei pedaggi fino alla definizione dei nuovi Pef.
In sostanza, la linea politica del dicastero è questa: il governo avrebbe provato a bloccare gli adeguamenti tariffari in attesa dei nuovi piani economico-finanziari; la Consulta, intervenendo sulle norme che consentivano i rinvii, avrebbe riaperto la porta agli aumenti.
Cosa dice davvero la sentenza 147 del 14 ottobre 2025: stop ai rinvii 2020-2023
Il passaggio decisivo è la sentenza n. 147, depositata il 14 ottobre 2025. La Corte costituzionale, nella ricostruzione riportata, ha “dato semaforo verde” agli adeguamenti tariffari perché ha bocciato le norme che, tra 2020 e 2023, avevano rinviato gli aggiornamenti dei pedaggi in attesa dei nuovi Pef.
I giudici hanno censurato i rinvii contenuti in una serie di decreti-legge (a partire dal 162/2019 e dal 183/2020, e poi le proroghe successive), ritenendoli in contrasto con gli articoli 3, 41 e 97 della Costituzione.
Il tema non è solo “aumenti sì/aumenti no”, ma anche il principio: non si può congelare a lungo un meccanismo tariffario rinviando continuamente l’adeguamento, soprattutto quando questo incide su un settore regolato da convenzioni, piani economici e obblighi di investimento e manutenzione.
Perché la Consulta è intervenuta: il ricorso di una concessionaria e il rinvio del Consiglio di Stato
La sentenza nasce da un contenzioso preciso. La Corte costituzionale è stata chiamata in causa dal Consiglio di Stato, impegnato a decidere sul ricorso di una concessionaria contro due note del Mit che non avevano riconosciuto gli adeguamenti tariffari per 2020 e 2021.
Secondo la concessionaria, quel mancato riconoscimento avrebbe compromesso:
la continuità dell’azione amministrativa,
con ricadute sulla libertà d’impresa
e sull’utilità sociale.
Di fatto, la Consulta – nella ricostruzione proposta – ha dato ragione alla concessionaria sul nodo di legittimità dei rinvii, aprendo la strada al ripristino degli adeguamenti.
Il punto più scomodo per il Mit: la Corte indica anche come evitare i rincari
Dentro la stessa pronuncia, però, c’è un passaggio politicamente rilevante perché indebolisce la narrazione del “non potevamo farci niente”. La Corte – sempre secondo quanto riportato – osserva che l’esigenza di far partire il nuovo sistema tariffario e gestire richieste eventualmente in contrasto con esso poteva essere soddisfatta applicando le delibere del CIPE e dell’ART (Autorità di regolazione dei trasporti) già intervenute nel frattempo.
Tradotto: per la Consulta, i governi avevano strumenti per intervenire “senza indugi” definendo le tariffe e il sistema, invece di continuare con rinvii ripetuti. È un punto cruciale perché sposta parte della responsabilità dal “divieto della Corte” alla scelta politica e amministrativa di non chiudere in tempi utili i nuovi Pef e il relativo assetto tariffario.
In più, la Corte richiama le “conseguenze di non poco momento” sull’infrastruttura: efficienza, sicurezza, manutenzione e investimenti che vanno programmati. In altre parole, il tema dei pedaggi viene collegato al nodo strutturale: senza un quadro regolatorio stabile e investimenti programmati, la rete autostradale rischia di pagare un prezzo in termini di qualità e sicurezza.
Che cosa succede dal 1° gennaio: aumenti diffusi, con un caso sopra la media
Sul piano pratico, la conseguenza è che l’adeguamento medio dell’1,5% si applica alla “quasi totalità” delle concessioni interessate dal percorso di aggiornamento dei Pef. Ma l’opinione pubblica si concentrerà inevitabilmente su due aspetti:
1. L’impatto immediato: gli aumenti scattano “con l’anno nuovo”, quindi dal 1° gennaio 2026, proprio quando molte persone si rimettono in viaggio.
2. I casi specifici: il +1,925% per Salerno–Pompei–Napoli e il +1,46% per Autostrada del Brennero diventano i numeri simbolo, perché più facilmente spendibili nel dibattito politico.
L’opposizione attacca Salvini: “fallimento” e “scaricabarile sui giudici”
La reazione politica non si fa attendere. Dal Partito Democratico, Andrea Casu e Marco Simiani parlano di “fallimento totale” del ministro dei Trasporti e accusano Salvini di un tentativo “goffo” di scaricare la responsabilità sulla Corte costituzionale. Nella critica entra anche un altro elemento: l’impatto sull’autotrasporto, già sotto pressione per altre misure citate come l’aumento delle accise sul diesel e la nuova tassa sui pacchi.
Sulla stessa linea Angelo Bonelli (AVS) insiste su un frame ormai ricorrente nello scontro politico: “è sempre colpa dei giudici per la destra”, mentre il problema sarebbe l’inadeguatezza del ministro. Bonelli lega poi il tema pedaggi a un giudizio più ampio sulla gestione dei dossier del Mit: Ponte sullo Stretto, ritardi dei treni, trasporto pubblico.
Al netto dei toni, il punto politico è chiaro: l’opposizione prova a trasformare l’aumento dei pedaggi in una questione di responsabilità diretta del ministero, contestando la narrazione secondo cui sarebbe “solo colpa della Consulta”.
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Dal 2026, gli automobilisti si troveranno davanti a un aumento medio dell’1,5% su molte tratte, con alcune eccezioni e casi particolari. Ma il vero “nodo” che sta esplodendo non è solo tariffario: è politico-istituzionale.
Da un lato, il Mit sostiene che la sentenza della Corte costituzionale abbia reso inevitabile l’adeguamento. Dall’altro, la stessa ricostruzione della pronuncia mostra che la Corte non si limita a “sbloccare gli aumenti”: indica anche che esistevano strumenti alternativi (CIPE e ART) per gestire il sistema tariffario senza affidarsi a rinvii ripetuti.
E così, mentre i pedaggi aumentano, resta la domanda che alimenta lo scontro: si tratta di un rincaro imposto dai giudici o del prezzo di una gestione rimandata troppo a lungo dei nuovi Pef e del sistema tariffario? In ogni caso, il conto – come sempre – lo pagheranno prima di tutto utenti, famiglie e imprese che sull’autostrada ci lavorano e ci viaggiano ogni giorno.



















