La premier Giorgia Meloni beccata dal video inedito! Ecco cosa mostrano le immagini

“Meglio tassare i patrimoni che il lavoro”: il video del 2011 che inchioda Meloni sulla patrimoniale
Da giovane ministra favorevole alle imposte su ricchezze e rendite, a premier che giura: «Con la destra al governo la patrimoniale non vedrà mai la luce»

Un vecchio frammento televisivo di inizio anni 2010, rilanciato sui social da Stefano Bonaccini, sta facendo il giro del web: Giorgia Meloni, allora giovane ministra del governo Berlusconi, ospite a In Onda su La7, sostiene che in quella fase sarebbe stato “meglio tassare le rendite e i patrimoni piuttosto che i redditi da lavoro”. Il passaggio – estratto da un video che circola su Facebook e Instagram – viene interpretato come una vera e propria apertura a una forma di patrimoniale.

Oggi, da presidente del Consiglio, la stessa Meloni ripete l’esatto opposto: «Con la destra al governo non ci sarà nessuna patrimoniale», ha scritto di recente sui social, bollando l’idea come “bizzarra ricetta tardo comunista” e assicurando che “con la destra al governo non vedrà mai la luce”.

La distanza tra le parole di ieri e la linea di oggi riapre il dibattito su coerenza politica, tassazione dei più ricchi e proposte dell’opposizione – che spingono per colpire solo i super-patrimoni, fino a ipotesi sopra i 100 milioni di euro.

Il video di La7: quando Meloni diceva “meglio tassare patrimoni e rendite”

Nel breve spezzone rilanciato da Bonaccini si vede una Meloni molto più giovane, seduta nello studio di In Onda. Nel passaggio diventato virale, la futura premier afferma – in sintesi – di essere persino d’accordo con l’idea di una patrimoniale, spiegando che in quel momento sarebbe stato preferibile “tassare le rendite e i patrimoni piuttosto che i redditi da lavoro”.

La frase è coerente con un filone di pensiero che, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008, sosteneva la necessità di spostare il peso fiscale dal lavoro alla ricchezza accumulata: immobili, grandi portafogli finanziari, successioni di alto valore.

Il punto politico, però, non è solo ciò che Meloni diceva allora, ma il fatto che oggi la stessa leader utilizzi la parola “patrimoniale” come uno spauracchio da agitare contro la sinistra, descrivendola come un pericolo per il ceto medio e per i risparmiatori.

La Meloni di oggi: “Mai la patrimoniale con la destra al governo”

Negli ultimi mesi il tema della tassa sulla ricchezza è tornato al centro del confronto sulla manovra. La Cgil ha proposto un contributo di solidarietà dell’1–1,3% sui patrimoni netti sopra i 2 milioni di euro; Alleanza Verdi e Sinistra ha depositato un emendamento che va nella stessa direzione.

La reazione di Giorgia Meloni è stata durissima. In un post su X ha scritto:

> «Con la destra al governo non ci sarà nessuna patrimoniale. Le patrimoniali ricompaiono ciclicamente nelle proposte della sinistra: è rassicurante sapere che con la destra al governo non vedranno mai la luce».

 

In altre occasioni ha definito la patrimoniale una misura “da Unione Sovietica” e una “bizzarra ricetta tardo comunista”, ribadendo il divieto assoluto di nuove imposte sulla ricchezza.

È qui che il video del 2011 diventa politicamente esplosivo: perché mostra una leader che, di fronte alle telecamere, sosteneva esattamente la logica opposta – più tasse su patrimoni e rendite, meno sul lavoro – mentre oggi guida un governo che si trincera dietro il “mai” e protegge i grandi patrimoni da qualunque forma di prelievo aggiuntivo.

Che cos’è davvero una “patrimoniale”

Nel dibattito pubblico italiano “patrimoniale” è quasi una parolaccia, ma spesso usata in modo impreciso.

In termini tecnici, con “patrimoniale” si intende una tassa sulla ricchezza netta delle persone: non sui redditi annuali (lo stipendio, la pensione, il fatturato), ma sul valore complessivo di ciò che si possiede – immobili, risparmi, azioni, obbligazioni, partecipazioni societarie, opere d’arte, ecc.

Può essere:

straordinaria (una tantum), per fronteggiare emergenze o ridurre il debito pubblico;

ordinaria e annuale, come accade in alcuni Paesi europei;

progressiva, con aliquote crescenti al crescere del patrimonio;

oppure con aliquota unica sopra una certa soglia.


In Italia una vera patrimoniale generale sulla ricchezza netta non esiste, ma ci sono già diverse imposte patrimoniali settoriali:

l’IMU sugli immobili (escluse le prime case in gran parte dei casi);

l’imposta di bollo su conti titoli e dossier;

l’IVIE sugli immobili detenuti all’estero;

l’IVAFE sui prodotti finanziari esteri.


Il punto quindi non è se l’Italia abbia o meno “la patrimoniale”, ma se introdurre una nuova imposta mirata sui grandi patrimoni complessivi, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la pressione fiscale sul lavoro e finanziare servizi pubblici e investimenti.

Cosa propone l’opposizione (e i sindacati): dalle soglie da 2 milioni alla tassa sopra i 100 milioni

Nel fronte progressista e sindacale si muovono due grandi filoni di proposta.

1. La “patrimoniale dei ricchi” stile Cgil/AVS

La Cgil ha rilanciato un piano di prelievo dell’1–1,3% sui patrimoni netti sopra i 2 milioni di euro, che riguarderebbe circa 500 mila contribuenti, poco più dell’1% degli italiani, con un gettito stimato in diverse decine di miliardi da destinare a welfare, sanità e riduzione del cuneo fiscale.

Alleanza Verdi–Sinistra ha portato in Parlamento un emendamento alla legge di bilancio che va sostanzialmente nella stessa direzione: un’imposta ordinaria sulle grandi ricchezze dell’1,3% oltre i 2 milioni.

È questa la proposta contro cui Meloni ha puntato il dito, promettendo che con la destra al governo non passerà mai.

2. La tassa sui super-ricchi sopra i 100 milioni

Parallelamente, nel dibattito internazionale e anche in parte italiano è entrata la cosiddetta “tassa Zucman”, dal nome dell’economista francese Gabriel Zucman: un prelievo del 2% annuo sui patrimoni superiori a 100 milioni di euro.

Secondo le stime, una misura del genere colpirebbe meno di 2.000 persone in Francia e circa 1.800 famiglie a livello europeo, con un gettito potenziale di 15–20 miliardi l’anno in Francia e oltre 60 miliardi nell’Unione Europea; per l’Italia, si parla di una settantina di super-ricchi e di gettiti tra 8 e 10 miliardi l’anno.

Alcuni economisti e settori della sinistra italiana guardano a questa proposta come a un modello: una patrimoniale ultra-selettiva, che lascia completamente fuori il ceto medio, i piccoli proprietari di casa e perfino la fascia “normale” dei milionari, concentrandosi solo sui patrimoni mostruosi – quelli sopra i 100 milioni, appunto.

È a questo tipo di scenario che allude l’idea di “patrimoniale sui patrimoni sopra i 100 milioni di euro”: un’imposta che non toccherebbe la quasi totalità dei cittadini, ma solo una ristrettissima élite economica.

 

Meloni contro se stessa? Il nodo della coerenza politica

Il contrasto tra il video del 2011 e le dichiarazioni del 2025 non è solo un gioco da social, ma apre un interrogativo politico più profondo.

Ieri Meloni, da ministra in un governo di centrodestra, riconosceva la logica di “tassare rendite e patrimoni piuttosto che il lavoro”, cioè l’idea che chi vive di rendita e grandi ricchezze potesse contribuire di più, alleggerendo il peso fiscale su salari e stipendi.

Oggi la stessa leader rifiuta qualsiasi discorso su una patrimoniale, anche quando riguarda solo patrimoni milionari o addirittura superiori ai 100 milioni, presentandola come un attacco indistinto ai risparmiatori e al ceto medio.


Si può cambiare idea – la politica è fatta anche di evoluzioni e ripensamenti – ma allora sarebbe necessario spiegare perché: cosa è cambiato nell’economia, nella distribuzione della ricchezza o nella visione del fisco che giustifica il passaggio da un “meglio tassare i patrimoni” a un “mai la patrimoniale”?

In assenza di una spiegazione chiara, il rischio è che il messaggio appaia puramente propagandistico: la patrimoniale diventa un totem identitario, da respingere a prescindere, anche quando colpirebbe solo patrimoni che il 99,9% degli italiani non vedrà mai nemmeno da lontano.

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VIDEO:

Il reel rilanciato da Stefano Bonaccini non è solo un esercizio di citazioni dal passato: mette in luce una frattura reale tra la Meloni di ieri, che ammetteva la possibilità di spostare il peso fiscale dai redditi da lavoro alle grandi ricchezze, e la premier di oggi, che si presenta come scudo assoluto contro qualunque patrimoniale, anche limitata ai super-ricchi.

Nel frattempo, l’Italia resta un Paese in cui il lavoro è tra le voci più tassate, mentre le grandi fortune sono in larga parte protette; un Paese che discute da decenni di “tassa sui ricchi” senza mai affrontare seriamente il nodo di chi deve pagare il conto della spesa pubblica.

Che si sia favorevoli o contrari a una patrimoniale, il punto minimo di partenza dovrebbe essere la chiarezza: dire chi si vuole tassare, quanto e per finanziare che cosa. Il video del 2011 ricorda che, almeno una volta, Giorgia Meloni aveva ammesso davanti alle telecamere che “meglio tassare patrimoni e rendite che il lavoro” aveva un suo senso.

Oggi, con la destra al governo, quella frase viene smentita non con argomenti, ma con un “mai” assoluto. È proprio su questa distanza tra parole e scelte concrete che, nelle prossime settimane, si giocherà una parte importante del confronto politico italiano su tasse, disuguaglianze e giustizia fiscale.

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