La nuova legge elettorale accende lo scontro politico e questa volta al centro della battaglia non ci sono soltanto premio di maggioranza, capilista bloccati e preferenze. A far esplodere la protesta delle opposizioni è soprattutto la norma che aumenta drasticamente il numero di firme richieste alle forze politiche non rappresentate in Parlamento per poter presentare le proprie liste alle prossime elezioni.
Domenica 14 settembre la contestazione è arrivata direttamente a ridosso di Palazzo Madama. Progetto Civico Italia, guidato da Alessandro Onorato, ha promosso una manifestazione partita da piazza Vidoni e arrivata verso piazza Navona, con gli striscioni “Viva la Costituzione” e “Viva la democrazia”. All’iniziativa hanno partecipato anche esponenti di altre forze non presenti in Parlamento e sono arrivati a sostegno della protesta Giuseppe Conte per il Movimento 5 Stelle, Angelo Bonelli per Alleanza Verdi e Sinistra e Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato.
Il fronte contrario alla riforma denuncia una misura che, a suo giudizio, rischia di trasformare l’accesso alle elezioni in una corsa a ostacoli per nuove liste e movimenti. E mentre Conte parla di una norma “antidemocratica, illiberale e anticostituzionale”, il Pd annuncia che, se la maggioranza non modificherà il testo, la battaglia potrebbe arrivare fino alla Corte costituzionale.
Da 1.500 a 6mila firme per collegio: il nuovo fronte dello scontro
Il punto contestato riguarda l’innalzamento delle sottoscrizioni richieste alle forze politiche che non possono beneficiare delle esenzioni previste per i partiti già rappresentati nelle istituzioni.
Secondo quanto riferito dall’AGI sulla manifestazione, la soglia passerebbe dalle attuali 1.500 a 6mila firme per collegio. Per la sola Camera, l’agenzia calcola che una forza non presente in Parlamento potrebbe arrivare a dover raccogliere circa 300mila sottoscrizioni per presentarsi su scala nazionale.
Le stime complessive circolate in questi giorni non sono tutte identiche: Avvenire, in un commento dedicato alla cosiddetta “norma anti-nuovi”, parla infatti di 6-7mila firme per collegio e di almeno 500mila firme sull’intero territorio nazionale considerando gli adempimenti previsti. Il dato politico, al di là delle diverse modalità di calcolo, resta però lo stesso: l’aumento sarebbe molto consistente rispetto alla disciplina precedente.
Ed è proprio questa barriera che le opposizioni e le forze extraparlamentari contestano, sostenendo che possa rendere molto più difficile l’ingresso nella competizione elettorale di nuovi soggetti.
Conte scende in piazza: “È una norma antidemocratica, illiberale e anticostituzionale”
Giuseppe Conte ha scelto di partecipare personalmente alla manifestazione e ha usato parole durissime.
“A nome del M5S mi associo a questa manifestazione di protesta perché è una norma antidemocratica, illiberale e anticostituzionale”, ha dichiarato il presidente del Movimento 5 Stelle.
Conte ha concentrato il proprio attacco sulla sproporzione che, a suo giudizio, si verrebbe a creare tra le forze già presenti in Parlamento e quelle che tenteranno di entrarvi per la prima volta.
“La barriera che hanno eretto dalla notte al mattino per impedire a nuove formazioni politiche di entrare in Parlamento è oscena”, ha affermato.
Il leader pentastellato ha poi chiamato direttamente in causa Giorgia Meloni, contrapponendo le condizioni con cui la sua forza politica entrò in Parlamento a quelle che verrebbero imposte oggi alle nuove liste.
“Meloni è entrata in Parlamento nel 2013 con una soglia di 40mila firme. Adesso Meloni chiede agli altri, per tenerli fuori dal Palazzo, 400mila firme”, ha sostenuto Conte.
Il confronto numerico è quello utilizzato politicamente dal leader M5S e va letto nel contesto delle differenti regole elettorali e modalità di presentazione delle liste delle due epoche. Ma il messaggio politico di Conte è netto: chi ha potuto accedere alle istituzioni attraverso regole meno onerose non dovrebbe, una volta arrivato al governo, innalzare drasticamente gli ostacoli per chi tenta oggi lo stesso percorso.
“Così si difende soltanto la casta”
Conte respinge anche l’idea che la protesta sia costruita per favorire una specifica formazione politica.
“Non è così che si difende il valore democrazia, così si difende solo la casta della classe politica che siede in Parlamento”, ha dichiarato.
Il presidente del Movimento 5 Stelle riconosce che debba esistere una soglia minima di sottoscrizioni per evitare la proliferazione incontrollata di liste prive di un effettivo radicamento. La contestazione riguarda dunque non l’esistenza delle firme, ma la loro quantità.
“Vogliamo che le regole ci siano, una minima soglia è corretto metterla”, ha spiegato, per poi aggiungere che il M5S respingerà quelle che definisce “oscenità antidemocratiche”.
La promessa è quella di una battaglia parlamentare e politica fino all’ultimo passaggio della riforma: “Faremo ogni battaglia possibile e immaginabile per permettere a tutti di poter continuare a esprimere una rappresentanza politica nelle istituzioni”.
Boccia: “Una legge truffa, un inganno, un imbroglio”
Al fianco dei manifestanti è arrivato anche Francesco Boccia. Il capogruppo del Partito democratico al Senato ha allargato l’attacco all’intero impianto della riforma.
“Siamo qui per ribadire che il centrosinistra è unito contro questa legge elettorale, contro le tante forzature e contro i tanti profili di incostituzionalità che ovviamente abbiamo già denunciato in Parlamento”, ha dichiarato.
Boccia ha quindi utilizzato tre definizioni pesantissime: “legge truffa, un inganno, un imbroglio”.
Secondo il dirigente dem, il problema non riguarda infatti soltanto le firme. Il nuovo sistema continuerebbe a lasciare un peso determinante alle segreterie nella selezione degli eletti.
“È una legge elettorale piena di nominati, che consente ai capi di partito di avere un potere illimitato sulla vita politica dei candidati e delle candidate”, sostiene Boccia.
La critica si salda così a quella già avanzata nei giorni scorsi dal Movimento 5 Stelle contro il meccanismo delle cosiddette “preferenze” previsto dalla riforma: la presenza di capilista bloccati, secondo gli oppositori, limiterebbe fortemente la capacità degli elettori di determinare con il voto personale la composizione del Parlamento.
Il Pd avverte: “La porteremo davanti alla Corte costituzionale”
Boccia annuncia anche il possibile passo successivo.
Se la maggioranza approverà definitivamente il provvedimento senza recepire le contestazioni delle opposizioni, il Pd intende sostenere le iniziative giuridiche volte a portare la questione davanti alla Corte costituzionale.
“Continueremo a denunciare fino all’ultimo momento in cui sarà possibile e, se loro andranno avanti senza ascoltare tutti i rilievi che le opposizioni fanno, non ci resterà altro che fare ricorso alla Corte Costituzionale e sostenere tutti i ricorsi che pioveranno”, ha detto.
Naturalmente l’eventuale incostituzionalità della norma non è un fatto già accertato: quella formulata da Boccia, Conte e dai promotori della manifestazione è una contestazione politica e giuridica che, se tradotta in un procedimento ammissibile, spetterebbe alla Consulta valutare.
Ma l’annuncio dimostra quanto il livello dello scontro sia ormai salito.
L’accusa politica a Meloni: “Sta cambiando le regole”
Boccia ha rivolto poi l’attacco direttamente alla presidente del Consiglio.
“È fin troppo evidente che Giorgia Meloni sta modificando le regole per conservare il suo ruolo a Palazzo Chigi”, ha sostenuto il capogruppo dem.
È l’accusa che accompagna ormai l’intera discussione sulla riforma: secondo le opposizioni, la maggioranza starebbe costruendo un sistema elettorale calibrato sugli equilibri politici attuali e sulle esigenze del centrodestra in vista delle Politiche del 2027.
La maggioranza, al contrario, rivendica l’obiettivo di garantire governabilità e stabilità e contesta la lettura secondo cui la riforma sarebbe costruita esclusivamente per favorire gli attuali partiti di governo.
È proprio su questa contrapposizione che si giocheranno gli ultimi passaggi parlamentari.
La “norma anti-nuovi” e il paradosso dei piccoli partiti già in Parlamento
A sollevare ulteriori interrogativi è il meccanismo delle esenzioni.
Nel commento pubblicato da Avvenire, Marco Iasevoli parla esplicitamente di “norma anti-nuovi”. Il paradosso denunciato è che formazioni politiche con un consenso elettorale molto ridotto potrebbero essere tutelate perché già inserite nel sistema parlamentare, mentre un movimento nuovo, anche potenzialmente capace di raccogliere un consenso maggiore, sarebbe obbligato ad affrontare l’enorme macchina organizzativa necessaria per raccogliere centinaia di migliaia di firme.
Il problema diventa allora più ampio delle convenienze immediate del centrodestra o del centrosinistra.
Una legge elettorale, infatti, non stabilisce soltanto chi vincerà le prossime elezioni. Definisce le condizioni attraverso le quali, anche negli anni successivi, nuove esperienze politiche potranno nascere e sottoporsi al giudizio degli elettori.
Ed è questo il punto più delicato della contestazione.
Non solo firme: capilista bloccati e preferenze nel mirino
La raccolta delle firme si aggiunge agli altri aspetti della riforma già fortemente contestati.
Tra questi ci sono i capilista bloccati, che continuerebbero a essere individuati direttamente dai partiti. Le preferenze consentirebbero agli elettori di incidere sugli altri candidati, ma non sulla scelta del primo nome della lista.
Secondo i critici, il risultato sarebbe un sistema nel quale una quota significativa degli eletti continuerebbe a dipendere direttamente dalle decisioni dei vertici.
Avvenire osserva inoltre che le preferenze avrebbero un peso effettivo soprattutto per le formazioni più grandi: nei partiti che eleggono pochi parlamentari in un collegio, il seggio potrebbe infatti essere assorbito dal capolista già predeterminato.
Da qui l’accusa di costruire una riforma che promette agli elettori il ritorno della scelta diretta, mantenendo però contemporaneamente ampi spazi di controllo nelle mani delle segreterie.
La protesta arriva davanti al Senato
È in questo clima che il corteo di domenica ha assunto un significato che supera la singola iniziativa di Progetto Civico Italia.
Dietro gli striscioni “Viva la Costituzione” e “Viva la democrazia”, i manifestanti hanno percorso corso Rinascimento fino alla zona di piazza Navona e Palazzo Madama.
Alla protesta hanno aderito anche realtà extraparlamentari come Rifondazione comunista, insieme a rappresentanti delle principali opposizioni parlamentari.
La convergenza tra forze molto diverse è significativa: il timore comune è che il nuovo sistema possa creare una distinzione troppo marcata tra chi è già dentro il Parlamento e chi tenta di entrarvi.
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Lo scontro diventa una questione di partecipazione democratica
Ed è probabilmente questo il punto destinato a pesare maggiormente nel dibattito delle prossime settimane.
La raccolta delle firme ha una funzione precisa: dimostrare che una lista possieda un minimo di sostegno reale prima di partecipare a un’elezione nazionale. Nessuna democrazia è quindi obbligata a consentire la presentazione senza condizioni di qualunque lista.
La questione è però dove collocare quella soglia.
Se è troppo bassa, il rischio è una proliferazione incontrollata di simboli e candidature. Se diventa troppo alta, il pericolo opposto è costruire una barriera che protegge chi è già rappresentato e rende estremamente difficile la nascita di nuovi soggetti politici.
È esattamente su questo confine che si sta consumando lo scontro.
Gli ultimi passaggi possono ancora cambiare la riforma
Il testo non ha ancora concluso definitivamente il proprio percorso parlamentare e restano quindi margini, almeno teorici, per modificare alcuni dei punti più controversi.
Le opposizioni promettono battaglia fino all’ultimo voto. Conte assicura che il M5S utilizzerà ogni strumento disponibile; Boccia annuncia che il Pd è pronto a sostenere eventuali ricorsi; i movimenti extraparlamentari portano invece la protesta fuori dal Parlamento.
La maggioranza dovrà ora decidere se mantenere l’impianto costruito finora oppure intervenire sulla soglia delle firme e sugli altri meccanismi contestati.
Perché dietro una questione apparentemente tecnica si nasconde una domanda politica molto più grande: le regole elettorali devono limitarsi a garantire la stabilità di chi governa oppure devono anche lasciare aperta la porta a chi, oggi fuori dal Parlamento, vuole provare a conquistare domani il consenso degli italiani?
È su questa domanda che la “norma anti-nuovi” ha trasformato l’ennesimo passaggio della riforma elettorale in uno scontro sulla qualità stessa della rappresentanza democratica.



















