La premier Meloni frena – Ecco cosa ha deciso dopo le pressioni del M5s – ULTIM’ORA

Per giorni il punto sembrava uno solo: il governo avrebbe lasciato scattare in silenzio il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele. Poi, all’improvviso, arriva la frenata. E non una frenata secondaria, tecnica, nascosta tra le righe. A pronunciarla è stata direttamente Giorgia Meloni, che dal Vinitaly di Verona ha annunciato che, “in considerazione della situazione attuale”, l’esecutivo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele.

È una decisione che pesa per almeno due ragioni. La prima è diplomatica e sostanziale: riguarda un’intesa molto sensibile, che incrocia cooperazione militare, scambio di materiali e ricerca tecnologica nel settore della difesa. La seconda è tutta politica: il cambio di linea del governo arriva dopo giorni di pressione pubblica da parte del Movimento 5 Stelle e delle opposizioni, che avevano chiesto apertamente di bloccare o almeno sospendere il rinnovo. Per questo, al di là delle formule ufficiali, la mossa di Meloni viene già letta come una vittoria politica di M5S e opposizione, o quantomeno come il segno che la loro offensiva ha lasciato il segno.

Il cambio di rotta della premier

La frase della presidente del Consiglio è stata breve ma chiarissima: il governo ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di Difesa con Israele. Non è un dettaglio linguistico. Fino a poche ore prima, infatti, il quadro che emergeva dalle ricostruzioni era quello di una riflessione ancora aperta all’interno dell’esecutivo, con una “fitta discussione” in corso ma senza una scelta pubblica già formalizzata. ANSA parlava di un prosieguo dell’intesa “non così scontato”, segnalando però che la questione era ancora dentro una valutazione politica e diplomatica delicatissima.

Il fatto che sia stata Meloni in persona a uscire allo scoperto cambia il peso dell’intera vicenda. Non si tratta più di indiscrezioni, di riflessioni ufficiose o di malumori sotterranei dentro la maggioranza. È una decisione assunta e resa pubblica dal capo del governo. Ed è una decisione che, inevitabilmente, certifica un arretramento rispetto alla linea della continuità automatica che appariva fino a ieri la più probabile.

Che cos’è il memorandum Italia-Israele e perché è così delicato

Per capire la portata politica della scelta bisogna ricordare di quale atto si parla. Il memorandum tra il governo italiano e il governo israeliano in materia di cooperazione militare e della difesa risale al 16 giugno 2003, è stato poi ratificato dall’Italia con la legge 17 maggio 2005, n. 94, ed è diventato nel tempo la cornice giuridica e politica dei rapporti bilaterali nel settore della difesa. Il Parlamento italiano lo definisce esplicitamente come il memorandum d’intesa tra i due governi in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche delle ultime ore, l’intesa stabilisce una cornice di cooperazione che riguarda lo scambio di materiali militari e la ricerca tecnologica nell’ambito delle forze armate. Non si tratta quindi di un accordo simbolico o protocollare, ma di un dispositivo concreto, con implicazioni che toccano direttamente uno dei terreni oggi più sensibili della politica internazionale.

Il nodo politico degli ultimi giorni era proprio il suo rinnovo automatico, previsto secondo la disciplina dell’intesa. Ed è qui che si è concentrata la pressione dell’opposizione: impedire che il rinnovo scattasse nel pieno della crisi mediorientale e nel momento di massima tensione tra Roma e il governo Netanyahu.

Perché il passo indietro del governo pesa così tanto

La sospensione annunciata da Meloni non cade in un momento qualunque. Arriva mentre i rapporti tra Italia e Israele vengono descritti come tra i più difficili degli ultimi tempi, sullo sfondo della crisi in Medio Oriente, dei raid israeliani contestati dalla diplomazia italiana e di un contesto internazionale molto più deteriorato rispetto al passato. ANSA ha ricordato che proprio nelle stesse ore l’ambasciatore italiano a Tel Aviv era stato convocato per protesta dal ministero degli Esteri israeliano, dopo le dichiarazioni critiche del vicepremier Antonio Tajani sui raid in Libano.

In questo quadro, sospendere il rinnovo automatico del memorandum equivale a lanciare un segnale politico molto più forte di una semplice presa di distanza verbale. Significa interrompere il pilota automatico della cooperazione militare in un momento in cui lasciarla scattare senza interventi sarebbe stata letta come una conferma implicita della continuità del rapporto. Per questo la decisione di Meloni ha un valore che va oltre la dimensione tecnica dell’accordo: segna un cambio di postura.

La pressione di M5S e opposizioni

Se si guarda alla cronologia politica delle ultime giornate, il vantaggio dell’opposizione è evidente. ANSA ha scritto chiaramente che una spinta perché l’intesa non fosse rinnovata o fosse almeno sospesa è arrivata proprio dalle opposizioni. Nello stesso dispaccio si ricorda che Elly Schlein ha chiesto cosa dovesse ancora accadere prima che il governo impedisse il rinnovo automatico, mentre il gruppo del Movimento 5 Stelle al Senato ha depositato un’interrogazione rivolta ai ministri competenti per chiedere “immediata chiarezza” sulle intenzioni dell’esecutivo.

Ma il pressing più diretto era arrivato soprattutto dal Movimento 5 Stelle. Già il 10 aprile il M5S aveva chiesto pubblicamente a Meloni di sospendere il memorandum militare, parlando di un dovere politico e morale da assumere davanti alla condotta del governo Netanyahu.

Lo stesso Giuseppe Conte, alla vigilia della scadenza, aveva lanciato un appello pubblico al governo sostenendo che il memorandum si sarebbe rinnovato automaticamente per altri cinque anni e che l’esecutivo avrebbe dovuto fermarlo per una questione di dignità politica e di coerenza con i principi costituzionali e internazionali.

È per questo che oggi, sul piano della narrazione politica, il Movimento 5 Stelle può rivendicare il risultato più di tutti. La linea che Conte e i gruppi parlamentari avevano sostenuto fino a ieri — fermare il rinnovo — è diventata, almeno nella sostanza immediata, la linea poi adottata dal governo. Non è una prova automatica di causalità diretta, ma è oggettivamente una coincidenza politica troppo precisa per non essere letta come un successo dell’opposizione.

Una vittoria politica, ma non ancora la chiusura definitiva della partita

Detto questo, va tenuto fermo un punto. La decisione di Meloni riguarda la sospensione del rinnovo automatico, non equivale ancora, almeno sulla base delle informazioni pubbliche disponibili, a una revoca complessiva e definitiva di ogni cornice di cooperazione con Israele. Il governo ha scelto di fermare l’automatismo, cioè di bloccare la prosecuzione silenziosa dell’intesa in un momento eccezionale. Questo è già un atto politicamente forte. Ma non significa, almeno per ora, che l’intero rapporto militare e strategico con Israele sia stato cancellato.

Proprio qui si giocherà la prossima fase dello scontro. L’opposizione, e in particolare il M5S, proverà con ogni probabilità a trasformare questa frenata in un punto di non ritorno, chiedendo che la sospensione non sia solo un congelamento momentaneo ma l’avvio di una rottura politica più netta. Il governo, al contrario, potrebbe cercare di tenere insieme il segnale politico lanciato oggi con la necessità di non compromettere del tutto i canali strategici con Israele. Questa è una lettura inferenziale, ma poggia sulla differenza concreta tra “sospendere il rinnovo automatico” e “disdire definitivamente l’intera cooperazione”.

Perché Meloni ha cambiato linea adesso

La domanda politica più interessante è forse questa: perché Meloni ha scelto di frenare proprio ora? La risposta sta probabilmente nell’incrocio di tre fattori. Il primo è l’aggravarsi della situazione internazionale e il raffreddamento dei rapporti tra Italia e Israele. Il secondo è il costo politico crescente che avrebbe avuto lasciare scattare il rinnovo in modo quasi burocratico nel pieno della crisi. Il terzo è la pressione delle opposizioni, che aveva già costruito attorno al memorandum un caso politico nazionale.

In pratica, il governo si è trovato stretto tra la necessità di difendere la propria credibilità internazionale, il bisogno di non esporsi a una nuova ondata di polemiche interne e il rischio di apparire del tutto allineato a una posizione che una parte rilevante dell’opinione pubblica e del Parlamento contestava apertamente. La scelta di sospendere l’automatismo appare così come una mediazione politica: non una rottura totale, ma neppure la prosecuzione senza correzioni di rotta.

Il M5S prova a capitalizzare il risultato

Per il Movimento 5 Stelle questo passaggio ha un valore politico molto alto. Arriva in una fase in cui Conte sta cercando di accreditarsi come il leader dell’opposizione più netto sul terreno della politica estera, del rapporto con Netanyahu e della critica alle ambiguità del governo. Poter dire oggi che il governo ha finito per fermare proprio ciò che il M5S chiedeva di fermare significa rafforzare l’idea di un’opposizione non solo testimoniale, ma capace di ottenere risultati e di spostare il quadro politico.

Anche il resto delle opposizioni può naturalmente rivendicare un pezzo di questo esito. Il Pd aveva chiesto di impedire il rinnovo automatico, e l’intero fronte critico verso l’intesa ha contribuito a rendere la questione sempre più costosa per Palazzo Chigi. Ma il M5S, per intensità della pressione e per chiarezza della richiesta politica, è la forza che più facilmente può intestarsi la lettura di “vittoria”.

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La sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di Difesa tra Italia e Israele segna un passaggio politico molto più importante di quanto la formula, apparentemente tecnica, possa far pensare. Giorgia Meloni ha interrotto un automatismo che fino a poche ore prima sembrava destinato a scattare, e lo ha fatto sotto la pressione di una crisi internazionale gravissima ma anche di un’offensiva politica molto esplicita delle opposizioni.

Per questo oggi il Movimento 5 Stelle e l’opposizione possono legittimamente leggere la decisione come un loro successo politico. Non perché abbiano già imposto al governo una rottura totale con Israele, ma perché hanno costretto l’esecutivo a non restare fermo, a non lasciare che il memorandum si rinnovasse nel silenzio, a compiere una scelta che fino a ieri non appariva affatto scontata.

La vera partita, adesso, comincia proprio qui. Perché una sospensione può essere l’inizio di un cambio di linea oppure soltanto una pausa tattica. E sarà sul significato di quel passaggio che si misureranno, nelle prossime ore, non solo la coerenza del governo ma anche la capacità delle opposizioni di trasformare una frenata in una svolta politica più profonda.

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