La rimonta del fronte del No nei sondaggi sul referendum sulla giustizia — legato alla riforma Nordio — non sarebbe un mistero né un “colpo di vento” dell’opinione pubblica. Per Gianrico Carofiglio, ex magistrato e scrittore, la spiegazione è quasi lineare: prima molti elettori non sapevano neppure di cosa si stesse parlando, adesso stanno iniziando a informarsi. Il ragionamento arriva in diretta tv, a L’aria che tira su La7, in una puntata che diventa rapidamente un piccolo “caso” politico-mediatico: perché Carofiglio non si limita a commentare i numeri, ma mette nel mirino il modo in cui la riforma è stata proposta e raccontata e, soprattutto, prova a individuare quello che definisce il “centro” più delicato del pacchetto.
I sondaggi e la rimonta del No: “prima non ne sapevano nulla”
L’innesco del dibattito è un dato che, nel racconto televisivo, viene presentato come “sorpasso” o comunque come recupero deciso del fronte contrario: secondo il sondaggio citato (Ixè), il quadro sarebbe arrivato a una quasi perfetta parità, con 49,9% per il No e 50,1% per il Sì.
Carofiglio legge questo cambio di scenario in modo preciso: la variabile informazione. In sintesi: quando un tema entra davvero nel radar delle persone, le opinioni si muovono; e il movimento registrato dai sondaggi diventerebbe, per lui, la prova più chiara che la conoscenza del contenuto incide sulle scelte.

“Disinformazione ancora altissima”: l’accusa politica alla maggioranza
Da qui, però, Carofiglio alza il livello dello scontro. Il suo avvertimento è netto: il livello di disinformazione sul referendum “è ancora altissimo” e non sarebbe un effetto casuale. Nella ricostruzione riportata, attribuisce alla maggioranza un interesse a mantenere opaco il punto più controverso della riforma, parlando di un iter portato avanti con “modalità quasi militari” per una riforma costituzionale che, proprio perché tocca snodi delicati, richiederebbe — secondo lui — “accordo e collaborazione fra le diverse forze”.
È un passaggio politicamente pesante: non si discute solo di merito, ma del contesto in cui il merito arriva al pubblico. E Carofiglio introduce un concetto-chiave: la maggioranza — sostiene — non vorrebbe che le persone capissero qual è il “centro doloroso, pulsante e pericoloso” della riforma, cioè uno “scardinamento” di alcuni meccanismi costituzionali fondamentali.
Il “cuore” della polemica: il Csm e il sorteggio (“la tombola”)
Il punto più concreto, e più facilmente “traducibile” per chi guarda da casa, è quello che Carofiglio identifica nel Consiglio Superiore della Magistratura. Nella sua formulazione, se il referendum passasse (scenario che dice di non credere probabile), il Csm — organo di rilievo costituzionale — finirebbe nominato per sorteggio, e qui arriva la battuta destinata a fare titolo: “cioè la tombola”.
Non è soltanto una frecciata retorica: è un modo per “visualizzare” la critica, trasformando un tema tecnico in una domanda di buon senso democratico, su cui incalza anche il conduttore David Parenzo.
Parenzo insiste: “Lo vorresti per Comune e Regione?” La tv come arena del referendum
Parenzo, infatti, prova a stringere il ragionamento in una formula immediata: “Tu vorresti che il tuo Consiglio comunale o regionale fosse nominato per sorteggio?”. E la risposta implicita è già nella domanda: “No, non lo vorrebbe nessuno”. È l’architettura tipica del talk: comprimere un nodo complesso in un esempio vicino alla vita quotidiana, per far emergere la posta in gioco.
In questa dinamica, la televisione diventa un “campo” centrale della campagna referendaria: esattamente ciò che Carofiglio sostiene quando collega la rimonta del No al fatto che ora il tema circola, se ne parla, entra nel circuito informativo.
Il cartello “Sinistra per il sì” e la frattura politica: “Di sinistra non ne vedo”
È però il momento successivo a segnare lo strappo più evidente. Parenzo mostra un cartello con la scritta “Sinistra per il sì” e una lista di volti e nomi: Pina Picierno, Anna Paola Concia, Raffaella Paita, Claudio Petruccioli, Stefano Esposito, Stefano Ceccanti, Augusto Barbera, Cesare Salvi, Enrico Morando. Il messaggio è chiaro: esiste un pezzo di area progressista (o ex progressista, o riformista) che si schiera per il Sì.
La risposta di Carofiglio è tranchant e, per come viene riportata, volutamente tagliente: “Non vedo molta gente di sinistra lì, di sinistra proprio non ne vedo”. Aggiunge una precisazione per evitare l’attacco personale: persone “rispettabili” e “di qualità”, ma che lui fatica a definire “di sinistra”.
È una frase che pesa per due motivi:
1. Spacca semanticamente il campo: non discute solo chi sta dove, ma chi può rivendicare l’etichetta “sinistra”.
2. Trasforma il referendum in un test identitario: non più soltanto “sei per o contro la riforma”, ma “che idea di sinistra rappresenta ciascun fronte”.
Il nodo politico dietro lo scontro: referendum come “battaglia di cornici”
Il passaggio su “Sinistra per il sì” mostra come la partita non sia soltanto giuridica. È anche una guerra di cornici:
per chi sostiene il Sì, la riforma può essere raccontata come modernizzazione e correzione di assetti percepiti come distorti;
per chi spinge il No (e per Carofiglio, almeno nel perimetro dell’intervento), il rischio è un intervento “pericoloso” sugli equilibri costituzionali, presentato in modo da non far emergere subito il suo punto più sensibile.
In questo senso, Carofiglio lega le oscillazioni dei sondaggi non a una “volubilità” dell’elettorato, ma a una dinamica più semplice e più politica: quando le persone iniziano a capire il contenuto, cambiano idea. E se cambiano idea, allora la battaglia vera diventa come e quanto quel contenuto viene spiegato.
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L’intervento di Carofiglio a La7 fotografa un referendum che, a suo giudizio, sta vivendo una fase decisiva: quella in cui l’attenzione pubblica si accende davvero e il dibattito smette di essere per pochi addetti ai lavori. La sua tesi è che l’informazione stia cambiando i rapporti di forza; la sua accusa è che la disinformazione resti alta; il suo bersaglio principale è il meccanismo del sorteggio per il Csm, definito “tombola”; la sua stoccata più politica è quella che rifiuta l’etichetta di “sinistra” per parte dei sostenitori del Sì.
Tradotto: non è solo uno scontro su una riforma. È uno scontro su chi controlla la narrazione, su che cosa viene spiegato per davvero e su quale campo politico possa rivendicare il ruolo di “sinistra” in una partita che, ora, sembra destinata a entrare nel vivo.



















