È un grido d’allarme quello che arriva dalla giornalista Milena Gabanelli, attraverso la sua rubrica Dataroom sul Corriere della Sera. Un’analisi impietosa, fondata su dati ufficiali, che mostra come il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza — i famosi 209 miliardi ottenuti grazie alla negoziazione del governo Conte con l’Europa — rischi di diventare una gigantesca occasione mancata sotto l’esecutivo Meloni. Mancano solo 14 mesi alla fine del programma, e il bilancio è drammatico: cantieri fermi, fondi non assegnati, obiettivi disattesi e il rischio concreto di dover restituire le risorse non spese.
I numeri del fallimento
Dei 194,4 miliardi assegnati al PNRR (esclusi i fondi complementari), alla fine del 2024 ne erano stati spesi soltanto 64: appena il 35,6%. Peggio: 42,4 miliardi non sono ancora stati nemmeno assegnati ai soggetti attuatori. Il cuore del disastro si trova nella Missione 7, dedicata alla transizione energetica e allo sviluppo delle rinnovabili: 11,2 miliardi teoricamente disponibili, ma con una spesa che a fine 2024 è risultata praticamente nulla.
Il 40% dei cantieri è in ritardo e solo il 3% di quelli sopra i 5 milioni di euro è stato completato. Le opere avviate e finite sono quasi esclusivamente di piccola entità. I grandi progetti strategici, invece, arrancano.
Giustizia e istruzione: obiettivi mancati
Nel 2024 è saltato uno degli obiettivi più simbolici: la riduzione del 95% dell’arretrato nei processi civili. Ci si è fermati al 91,7% per mancanza di personale. Dei 16.500 addetti previsti per l’Ufficio del Processo, ne sono stati assunti solo 8.804. Così è cresciuta anche la durata media dei procedimenti, mettendo in discussione il traguardo europeo del -40% entro il 2026.
Malissimo anche gli studentati: si dovevano costruire 60.000 nuovi posti letto per universitari, ma il governo ha ridotto la stima a 23.000. Responsabile, secondo Gabanelli, una scelta ministeriale assurda: imporre che il 70% delle stanze sia singolo ha scoraggiato gli investitori. A guadagnarci è il mercato privato, dove gli investimenti in residenze universitarie sono saliti del 18% nel 2024, con l’80% dei fondi provenienti dall’estero.
Anche sugli asili nido la situazione è tragica: dei 3,24 miliardi stanziati, è stato speso solo il 25,2%. Su 3.199 progetti attivi, solo 88 erano completati a fine anno.
Transizione energetica e opere idriche: la paralisi
Il governo Meloni ha puntato sulla “Transizione 5.0”, ma dei 6,23 miliardi destinati ai crediti d’imposta per investimenti verdi, solo 13 milioni sono stati realmente spesi. Stessa storia per le comunità energetiche, dove dei 2,2 miliardi previsti si è speso appena il 2%.
Le opere idriche al Sud — 45.000 km di reti per ridurre le perdite — sono al palo. La Corte dei Conti scrive nero su bianco che bisogna «prendere atto dell’impossibilità di raggiungere l’obiettivo». Ferme anche le colonnine elettriche e le stazioni a idrogeno: su 40 impianti previsti, sono state presentate domande solo per 18.
Le cause: burocrazia, materiali e mancanza di regia
Il disastro ha cause precise. Ogni ministero ha imposto le proprie regole senza un coordinamento centrale, aumentando i tempi e i costi. Il caro materiali ha colpito duramente: circa 6.000 progetti rischiano di rimanere incompleti per mancanza di fondi, tra cui anche infrastrutture strategiche come l’alta velocità Salerno-Reggio Calabria.
I controlli sui progetti sono lenti e disorganizzati: in media servono mesi per completare una rendicontazione. Il decreto legge 113/2024 ha autorizzato il pagamento fino al 90% dei costi in anticipo, posticipando i controlli alla fine dei lavori. Ma secondo la Corte dei Conti questa scelta espone lo Stato al rischio di finanziare opere che potrebbero risultare non conformi o non realizzate.
Il governo cerca di salvare il salvabile
Consapevole di non riuscire a spendere tutto, il governo Meloni sta cercando di negoziare con Bruxelles un doppio compromesso: spostare parte delle risorse sui fondi di coesione e creare strumenti finanziari per riutilizzare i soldi in futuro. Ma la Commissione UE ha già messo dei paletti: le risorse non usate non potranno essere impiegate per completare progetti in ritardo. Chi pagherà la differenza? L’Italia, ovviamente.
Per limitare i danni, in molti casi il governo ha bandito un numero maggiore di progetti rispetto ai target europei. Ma anche questo escamotage rischia di essere inutile.
Un impatto economico dimezzato
I ritardi del PNRR pesano anche sull’economia. Dopo un +0,2% sul PIL nel 2022 e un +0,5% nel 2023, nel 2024 l’impatto è stato appena dello 0,1%. Il MEF prevede una crescita dello 0,6% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026. Ma si tratta di stime ottimistiche: secondo la BCE, il beneficio potenziale sul PIL italiano (1,3%-1,9%) sarà raggiunto solo se tutti gli obiettivi verranno centrati. E oggi, come fa notare Gabanelli, «non sembra affatto probabile».
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Il PNRR doveva essere il piano Marshall italiano. Un’occasione irripetibile per modernizzare il Paese, rilanciare l’economia e costruire un futuro più sostenibile e giusto. Invece, sotto la guida dell’attuale governo, rischia di trasformarsi in un gigantesco spreco. Milena Gabanelli lo denuncia con dati alla mano: senza una vera cabina di regia, con controlli inefficaci, tagli insensati e una burocrazia paralizzante, l’Italia potrebbe perdere una delle più grandi opportunità della sua storia recente.
E a pagarne il prezzo — ancora una volta — saranno i cittadini.
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