La voce scomoda che denuncia l’orrore
Da anni Rula Jebreal, giornalista e scrittrice palestinese naturalizzata italiana, è una delle voci più ascoltate e controverse sul conflitto israelo-palestinese. Già nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre, quando gran parte della stampa internazionale esitava a definire ciò che stava accadendo, lei ha usato senza esitazioni una parola: genocidio. Una definizione che inizialmente la rese isolata, ma che oggi trova eco crescente nei rapporti delle Nazioni Unite, nelle manifestazioni di piazza e persino tra alcuni governi occidentali.
“Un genocidio israeliano, armato dall’Occidente”
Intervistata a Porto Rotondo, dove ha presentato il suo libro Genocidio (Piemme), Jebreal non ha usato mezzi termini: “Questo è un genocidio israeliano, sostenuto dall’Europa e armato dagli Stati Uniti. Era prevedibile e prevenibile”. Giuristi ed esperti di diritto internazionale, ha ricordato, avevano da anni segnalato il rischio che Gaza diventasse teatro di un crimine di massa. Nel 2023 perfino un rapporto dell’ONU inseriva la Palestina tra le aree a rischio genocidio. “Eppure – accusa – l’Unione Europea ha ignorato ogni avvertimento, scegliendo il silenzio”.
L’urgenza di agire prima che sia troppo tardi
Per Jebreal il genocidio non riguarda solo i palestinesi: in gioco c’è il destino stesso del diritto internazionale e della dignità dell’Occidente. “Se non agiamo con decisione, avremo molto di cui pentirci”. La giornalista teme che, dopo Gaza, la violenza possa estendersi alla Cisgiordania, colpendo milioni di persone.
Governi complici, opinioni pubbliche in rivolta
La sua accusa è diretta ai governi occidentali: “Sanno benissimo cosa accade, ma chiudono gli occhi”. Intanto, mentre l’Italia continua a vendere armi a Israele, il ministro degli Esteri Tajani si vanta di aver regalato ai bambini palestinesi copie della Pimpa in arabo. “Un gesto ridicolo – dice Jebreal – di fronte a un popolo affamato e bombardato”. L’unica speranza, aggiunge, è nella società civile e nei movimenti popolari che si stanno mobilitando in Europa e negli Stati Uniti.
Le eccezioni in Europa
Alcuni governi, come quelli di Irlanda, Spagna, Norvegia, Slovenia e Belgio, hanno adottato posizioni più critiche verso Tel Aviv. Ma per Jebreal serve una linea unitaria: senza un’opposizione compatta, l’Europa rischia di condannarsi “alla vergogna, all’irrilevanza e all’impotenza per i decenni a venire”.
Il racconto dal cuore di Gaza
La giornalista è in contatto diretto con la popolazione della Striscia. “Ogni giorno mi chiedono: il mondo vede come veniamo massacrati, affamati, bruciati vivi? Dov’è la comunità internazionale?”. Testimonianze che restituiscono la drammaticità di una condizione ormai insostenibile.
Netanyahu “primo antisemita”
Jebreal non risparmia critiche neppure alla politica israeliana interna. “Il primo antisemita è Netanyahu”, afferma, accusando il premier di aver trasformato l’odio e la paura in strumenti di potere. Secondo la giornalista, in Israele esistono voci coraggiose di opposizione, ma da sole non bastano: “Non ce la possono fare senza pressioni occidentali sul governo genocida”.
La soluzione: embargo e sanzioni
Per fermare l’orrore, Jebreal indica una via chiara: embargo sulle armi e sanzioni paralizzanti. Una decisione che, a suo dire, basterebbe per piegare in pochi giorni la macchina militare israeliana. “Il fallimento nel prevenire il genocidio a Gaza – avverte – avrà ripercussioni catastrofiche per generazioni”.
Una profezia inascoltata
Alla domanda se qualcuno le abbia riconosciuto di aver avuto ragione, la risposta è amara: “Fino a oggi nessuno”. Eppure, le sue parole risuonano oggi più che mai come un monito contro il silenzio e la complicità dell’Occidente.
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La voce di Rula Jebreal continua a rappresentare una sfida scomoda per governi e opinioni pubbliche: definire senza esitazioni ciò che accade a Gaza come un genocidio significa chiamare per nome le responsabilità dell’Occidente e smascherare il silenzio complice delle istituzioni. Le sue parole non sono solo denuncia, ma anche un appello all’azione: embargo, sanzioni, pressione diplomatica. Se ignorato, questo monito rischia di trasformarsi nell’ennesima profezia inascoltata, destinata a pesare sulla coscienza collettiva per generazioni.



















