Nella conferenza stampa di fine anno – slittata ormai a inizio gennaio – Giorgia Meloni sceglie una linea di nettezza su due fronti destinati a restare centrali nei prossimi mesi: il rapporto con la magistratura e l’esito del referendum sulla riforma della giustizia. Alla domanda del cronista Giacomo Salvini (Il Fatto Quotidiano) su un’eventuale introduzione di una forma di responsabilità civile per i magistrati, la presidente del Consiglio taglia corto: “Non ne stiamo parlando”. E, soprattutto, respinge l’idea di una campagna di delegittimazione contro le toghe: “Non so cosa si intenda con attacchi”, dice, sostenendo di aver solo “raccontato fatti di cronaca”.
È una risposta che vale doppio: serve a chiudere il capitolo su una possibile nuova misura divisiva (la responsabilità civile) e, insieme, a disinnescare l’immagine di uno scontro istituzionale in atto tra governo e magistratura.
La domanda sulla responsabilità civile: “Non ne stiamo parlando”
Il primo snodo è il più tecnico ma anche il più delicato dal punto di vista politico. Salvini chiede se si stia valutando una forma di responsabilità civile per i magistrati, alla luce dei “continui attacchi” che nel dibattito pubblico vengono imputati all’esecutivo. Meloni non entra nel merito e non apre spiragli: “Non ne stiamo parlando”.
La scelta comunicativa è evidente: evitare di far diventare la conferenza un terreno di rilancio su un tema che rischia di infiammare ulteriormente il confronto con la magistratura e di spaccare l’opinione pubblica. La premier, di fatto, si concentra sul messaggio politico generale: il governo va avanti sulla riforma già in agenda, ma non allarga il fronte con nuove misure simbolicamente esplosive.
“Non attacco i magistrati”: la difesa della premier e l’accusa al “racconto dello scontro”
Il secondo passaggio è quello più “istituzionale”. Meloni rifiuta la cornice degli “attacchi” e ribalta la narrazione: sostiene di essersi limitata a citare fatti di cronaca e afferma che “non ci sono attacchi ai magistrati”.
Poi aggiunge un punto che è anche una stoccata al sistema mediatico e alla dialettica politica: “Il fatto che si cerchi disperatamente di costruire scontri tra poteri… lo trovo un errore per lo stato complessivo del sistema”. La frase è significativa perché non riguarda solo la giustizia, ma l’equilibrio tra istituzioni: Meloni prova a posizionarsi come garante di una normalità istituzionale, sostenendo che lo scontro non esiste “dal suo punto di vista”, e che insistere su quella chiave di lettura produce danni al sistema.
In altre parole: la premier non si limita a negare l’attacco, ma contesta l’esistenza stessa del frame “guerra tra poteri”, accusando chi lo alimenta di peggiorare il clima generale.
Il nodo referendum: “Non intendo dimettermi se gli italiani bocciano la riforma”
Il punto politicamente più rilevante arriva quando Meloni risponde a una domanda sull’esito del referendum. Qui la linea è tracciata senza ambiguità: non intende dimettersi nel caso in cui “gli italiani dovessero bocciare” la riforma della giustizia.
La motivazione che offre è doppia:
1. la riforma è presentata come parte del programma: “Noi abbiamo fatto quello che avevamo scritto nel nostro programma”;
2. l’obiettivo politico è la durata del governo: arrivare “alla fine della legislatura” e presentarsi poi “al cospetto dei cittadini” per essere valutati “sul totale del lavoro”.
È un messaggio chiarissimo: la riforma viene inquadrata come un impegno programmatico e non come un plebiscito sul governo. E quindi un eventuale No non diventerebbe, nella sua impostazione, una sfiducia politica automatica.
Perché questa posizione conta: evitare la “trappola plebiscitaria”
La scelta di dire subito “non mi dimetto” ha un effetto strategico: prova a disinnescare in anticipo la dinamica tipica dei referendum ad alta intensità politica, quelli che rischiano di trasformarsi in un voto “pro o contro” il governo.
Meloni, invece, tenta di spostare l’asse:
non è un giudizio sulla sua permanenza a Palazzo Chigi;
è una consultazione su una riforma specifica;
il bilancio del governo si farà alla fine, complessivamente.
In termini di comunicazione politica, è un tentativo di sottrarre al referendum la dimensione di “spallata” e di ridurne la carica di destabilizzazione.
“Valutati sul totale del lavoro”: il messaggio al Paese e alla maggioranza
Quando la premier insiste sull’obiettivo di arrivare a fine legislatura, parla anche ai suoi alleati e alla sua maggioranza: la stabilità viene presentata come un traguardo in sé, “una cosa che non è mai stata possibile per i nostri predecessori”, dice.
Il messaggio implicito è che il governo vuole rivendicare la durata come valore politico e amministrativo: continuità, tenuta, capacità di completare l’azione di governo. In questo schema, il referendum sulla giustizia diventa una tappa importante, ma non l’unico metro di valutazione.
Nella conferenza stampa, Giorgia Meloni sceglie la linea della chiusura preventiva su due potenziali detonatori: nessuna apertura sulla responsabilità civile dei magistrati (“non ne stiamo parlando”) e nessuna disponibilità a trasformare il referendum in un aut-aut sul governo (“non mi dimetto se vince il No”). In mezzo, prova a respingere l’idea di uno scontro tra poteri, sostenendo che l’alimentazione di quella narrativa sia “un errore” per l’equilibrio complessivo del sistema.
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Il risultato è una postura che mira a due obiettivi: tenere la barra istituzionale dritta – almeno nella forma – e blindare politicamente l’esecutivo in vista di una consultazione che può polarizzare il Paese. La partita, adesso, si sposta sul terreno che Meloni indica come decisivo: il giudizio finale degli elettori “sul totale del lavoro”. Ma il referendum, comunque vada, resterà un test politico e simbolico: non solo sulla giustizia, ma su come il governo intende raccontare il rapporto tra potere, istituzioni e consenso.



















