La sindaca Salis deve denunciare tutto con un video – Ecco cosa sta accadendo adesso! – Video

La polemica esplode nel pieno delle festività e rimbalza sui social con toni durissimi. In un lungo post pubblicato online, la sindaca di Genova interviene sul caso legato all’arresto di Mohammad Hannoun, indicato come accusato di finanziamento ad Hamas, e denuncia quella che definisce una campagna costruita con “racconto falso”, “fotomontaggi” e “insinuazioni” che “ha superato la soglia della tollerabilità”.

Il messaggio è doppio: da un lato la rivendicazione di un principio (“le inchieste non si commentano, si lascia lavorare la magistratura”), dall’altro una risposta politica frontale a chi, secondo lei, sta usando l’indagine per attaccare la solidarietà alla popolazione palestinese e colpire amministratori e associazioni.

“Avevo scelto il silenzio, ma ora basta”: la linea sulle indagini e lo sfogo pubblico

La sindaca apre chiarendo che, fino a quel momento, aveva evitato di intervenire proprio per non alimentare strumentalizzazioni: “le inchieste non si commentano” è la formula con cui giustifica il silenzio iniziale. Ma sostiene che nelle ultime ore sia circolata una narrazione distorta e aggressiva, tale da renderle inevitabile prendere parola.

È qui che entra il punto più netto: non una difesa “di parte” sull’indagine, ma una denuncia del metodo con cui il caso viene trasformato in arma politica, attraverso contenuti che lei definisce artefatti e manipolati.

La smentita: “Mai andata in piazza ad ascoltarlo. Nessun contatto”

Il cuore della replica sta nella ricostruzione di una data precisa: il 17 settembre. Secondo quanto scrive, la sindaca non sarebbe mai andata in piazza con altri sindaci ad ascoltare Hannoun.

Racconta invece un’altra dinamica: quel giorno, lei e altri amministratori avrebbero partecipato solo per pochi minuti a una delle iniziative dell’associazione Music for Peace, senza alcun contatto con Hannoun “né allora né in altre occasioni”. E aggiunge un dettaglio decisivo nella sua versione: se Hannoun ha parlato, lo avrebbe fatto dopo che lei e gli altri sindaci avevano già lasciato la piazza.

Il post, quindi, punta a smontare l’accusa implicita che le viene rivolta: l’idea di una “vicinanza” o di una presenza intenzionale accanto a una figura oggi al centro di un’indagine.

“Querelerò chi diffonde notizie inventate”: l’annuncio e l’appello agli altri sindaci

Il passaggio più forte sul piano legale arriva subito dopo: la sindaca annuncia che procederà con querele contro chi, a suo dire, sta diffondendo “notizie inventate”. E non si ferma qui: chiede apertamente agli altri sindaci di “seguirmi”, cioè di reagire in modo analogo se colpiti da contenuti falsi o manipolati.

È un cambio di passo importante: la vicenda non resta più solo nel terreno dello scontro politico e mediatico, ma viene portata sul piano giudiziario come questione di reputazione e diffamazione.

L’attacco alla destra: “Secondo loro non dovevo esserci perché c’era anche lui”

Nel post c’è anche un affondo politico molto chiaro. La sindaca sostiene che “secondo la destra” non avrebbe dovuto partecipare a manifestazioni di solidarietà verso “un popolo massacrato” perché in quella piazza era presente anche Hannoun, che all’epoca – sottolinea – sarebbe stato “sconosciuto ai più” e, soprattutto, un “libero cittadino”.

Il suo ragionamento è semplice: se si applica questo criterio, allora la politica dovrebbe continuamente giustificarsi per chi si trova accidentalmente nello stesso luogo, nello stesso evento, nello stesso contesto. E infatti ribalta l’accusa con una domanda retorica: cosa si dovrebbe dire di chi siede “nelle aule istituzionali” accanto a colleghi indagati per corruzione o di chi ha fatto parte di giunte sciolte dopo indagini?

Il senso è evidente: denuncia un doppio standard, dove la solidarietà viene criminalizzata per contiguità presunte, mentre altre vicinanze politiche ben più rilevanti sarebbero tollerate o minimizzate.

“Se le accuse saranno confermate, sarà un danno enorme”: la distinzione tra solidarietà e possibili responsabilità

Un altro punto centrale è la distinzione tra solidarietà e responsabilità individuali. La sindaca scrive che, qualora le accuse fossero confermate, il danno sarebbe enorme su più livelli:

per la popolazione palestinese;

per chi ha donato o aiutato convinto di sostenere persone in difficoltà e, nella sua ricostruzione, potrebbe essere stato “ingannato”;

per realtà come Music for Peace, che – sottolinea – non avrebbero “nulla a che vedere con l’inchiesta” e starebbero svolgendo un lavoro umanitario “straordinario”.


Qui la strategia comunicativa è chiara: non “chiudere gli occhi” davanti a un’indagine, ma respingere l’idea che l’inchiesta possa essere usata per delegittimare tutto ciò che ruota intorno alla solidarietà e, soprattutto, per colpire chi si è speso pubblicamente su quella causa.

 

Music for Peace e gli aiuti “bloccati in Giordania”: il caso umanitario dentro la polemica

Nel post compare anche un riferimento concreto all’attività umanitaria: la sindaca parla di “tonnellate di materiali” ancora bloccati in Giordania, in attesa di arrivare a destinazione. È un passaggio che sposta la discussione dal piano delle polemiche al piano dei fatti: la solidarietà non come slogan, ma come logistica, invii, aiuti, ostacoli.

E allo stesso tempo è un modo per dire: se si costruisce una campagna “per associazione” (colpendo chi aiuta perché qualcuno, in un contesto, è poi finito sotto indagine), il rischio è far pagare il prezzo più alto proprio a chi ha bisogno di corridoi umanitari e sostegno reale.

“Non prenderò distanza”: la rivendicazione della solidarietà e l’orgoglio per il movimento genovese

La chiusura è politica e identitaria: la sindaca dichiara che non prenderà “alcuna distanza” dallo “straordinario movimento di solidarietà” nato a Genova e di cui dice di essere “profondamente orgogliosa”.

È una frase che serve a due scopi: difendere la legittimità della solidarietà e respingere il tentativo (che lei attribuisce agli avversari) di trasformare il caso giudiziario in uno strumento per silenziare o intimidire chi prende posizione sul conflitto.

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VIDEO:

La replica della sindaca di Genova non è una semplice smentita: è una controffensiva completa. Da una parte ricostruisce i fatti e nega qualsiasi contatto con Hannoun, dall’altra denuncia una campagna di disinformazione fatta di fotomontaggi e insinuazioni, annunciando querele contro chi diffonde notizie inventate. Nel mezzo, un messaggio politico netto: la solidarietà alla popolazione palestinese non può essere delegittimata per “contiguità” presunte, né può diventare il pretesto per colpire associazioni e amministratori.

Ora la vicenda si sposta su due binari paralleli: quello dell’inchiesta (che seguirà il suo corso) e quello della battaglia pubblica e legale contro le narrazioni false. E il punto, per come viene posto nel post, è destinato a restare: dove finisce il diritto di critica e dove inizia la costruzione di un racconto manipolato per colpire politicamente chi è scomodo.

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