La Spagna di Sanchez dà un’altra lezione a Giorgia Meloni. Ecco cosa accadrà dal 2026

Dal 1° gennaio 2026 in Spagna si lavorerà meno, ma si guadagnerà uguale. Il governo di centrosinistra guidato da Pedro Sánchez, con la ministra del Lavoro Yolanda Díaz (leader di Sumar), ha avviato una delle riforme più significative del lavoro in Europa: riduzione dell’orario settimanale da 40 a 37,5 ore a parità di stipendio, con l’obiettivo di arrivare gradualmente a 32 ore. Un cambiamento epocale che punta a migliorare la qualità della vita di milioni di lavoratori, senza toccare le retribuzioni.

Nel frattempo, in Italia, il governo Meloni continua a opporsi anche alla sola introduzione di un salario minimo legale, sostenendo che “ci pensa la contrattazione collettiva”. Ma nel Paese con uno dei più alti tassi di lavoro povero in Europa, questa narrazione suona sempre più vuota.

Il modello spagnolo: meno ore, stesso stipendio

La riforma spagnola, sostenuta dai principali sindacati e da un’ampia fetta dell’opinione pubblica (68,1% secondo un sondaggio del 2024), mira a conciliare vita e lavoro, ridurre lo stress, aumentare la produttività e riconoscere il diritto al tempo libero come parte integrante del benessere sociale.

Coinvolgerà circa 12 milioni di lavoratori e sarà attuata senza riduzione salariale. “Lavorare meno per vivere meglio” non è uno slogan, ma un pilastro di una visione culturale e politica.

E in Italia? Niente di tutto questo

Il governo italiano, al contrario, non solo ha rifiutato l’introduzione del salario minimo, ma non ha nemmeno avviato un dibattito serio sulla riduzione dell’orario di lavoro.

Giorgia Meloni ripete di non essere “serva di nessuno”, ma nei fatti si dimostra molto attenta alle esigenze di Confindustria e poco a quelle di precari, under30, partite IVA e lavoratori a bassa retribuzione. Il risultato?

Nessun salario minimo legale, mentre oltre 3 milioni di lavoratori guadagnano meno di 9 euro lordi l’ora.

Contratti pirata sempre più diffusi, con retribuzioni ai limiti della sopravvivenza.

Precarietà strutturale: boom di contratti a termine e part-time involontario.

Nessuna proposta di riduzione dell’orario o di settimana corta.

La differenza? La volontà politica

In Spagna, Yolanda Díaz ha guidato un processo coraggioso: prima ha rafforzato i contratti stabili, poi ha aumentato il salario minimo (+54% in 5 anni), infine ha lanciato la settimana corta. Il tutto con il sostegno dei sindacati, ma anche con la capacità di sfidare i timori del padronato.

In Italia, invece, si continua a proteggere una parte del sistema industriale che vive di bassi salari e alta flessibilità. Il governo Meloni si è mostrato ostile a ogni proposta di miglioramento strutturale delle condizioni lavorative.

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Conclusione: due visioni opposte di futuro

La Spagna sceglie di redistribuire il tempo e aumentare la dignità del lavoro.
L’Italia resta bloccata in una visione padronale, dove ogni diritto è un costo e ogni riforma è una minaccia.

Yolanda Díaz lavora per “vivere meglio, lavorare meno”.
Giorgia Meloni governa per “non disturbare chi produce”.

Ma in un’Europa che cambia, anche l’Italia prima o poi dovrà scegliere da che parte stare: con chi lavora, o con chi sfrutta.

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