Nel Partito Democratico si apre una crepa profonda, una di quelle che non si limitano a registrare un malumore interno ma finiscono per raccontare una crisi politica più ampia. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo ed esponente di lungo corso dell’area riformista dem, ha deciso di rompere con il Pd. Una scelta maturata dopo mesi di distanza crescente dalla linea del partito guidato da Elly Schlein e annunciata con parole durissime in un’intervista al Foglio.
“La casa dei riformisti non c’è più”, è il passaggio che più di tutti fotografa il senso politico dell’addio. Non una semplice uscita personale, non un dissenso circoscritto su singoli temi, ma una bocciatura complessiva della direzione intrapresa dal Partito Democratico. Per Picierno, il Pd avrebbe smesso di essere il luogo capace di tenere insieme cultura di governo, responsabilità europea, riformismo e capacità di misurarsi con le sfide del presente.
La rottura arriva in un momento delicato per il centrosinistra, già attraversato da tensioni interne, divergenze strategiche e interrogativi sul rapporto tra identità, alleanze e ambizione di governo. L’uscita di una figura istituzionale come Picierno, vicepresidente dell’Eurocamera, assume dunque un peso che va oltre il perimetro del partito e riapre il dibattito sulla collocazione politica del Pd in Italia e in Europa.
L’addio al Pd e il possibile approdo nel campo liberal europeo
Secondo quanto riferito da fonti vicine alla vicepresidente del Parlamento europeo, Picierno dovrebbe aderire al Partito Democratico europeo, la formazione guidata da Sandro Gozi e collocata all’Eurocamera nel gruppo Renew. Una scelta che confermerebbe la volontà di posizionarsi in un’area europeista, liberal-democratica e riformista, alternativa sia alla destra nazionalista sia a una sinistra percepita come troppo ambigua su alcuni temi cruciali.
L’uscita dal Pd, quindi, non viene presentata come un passo indietro dalla politica, ma come il tentativo di ricostruire altrove uno spazio politico che Picierno ritiene ormai smarrito dentro il partito. Il nodo, nella sua lettura, è proprio questo: il Pd non sarebbe più capace di rappresentare una cultura riformista autentica, cioè una cultura che non si limita a custodire un’identità, ma prova a governare la complessità.
È una critica che colpisce direttamente la linea di Elly Schlein. Secondo Picierno, il partito avrebbe progressivamente spostato il proprio baricentro dalla responsabilità di governo alla protezione di una comunità politica già definita, concentrandosi più sulla rappresentazione di una parte che sulla costruzione di una proposta ampia, credibile e maggioritaria.
La critica: “Il riformismo non serve a custodire una comunità”
Il cuore politico dello strappo riguarda il significato stesso della parola riformismo. Per Picierno, una forza riformista non può limitarsi a parlare a chi già condivide la stessa visione del mondo. Deve invece saper costruire consenso, affrontare le contraddizioni, indicare una direzione e assumersi il peso delle decisioni.
Nella sua analisi, il riformismo nasce per misurarsi con la realtà, anche quando questa appare difficile, nuova, scomoda o perfino inquietante. Non è una postura identitaria, non è una bandiera da sventolare per distinguersi dagli altri, ma un metodo politico. Significa intervenire sui problemi, governare i cambiamenti, accettare il conflitto delle idee e non rifugiarsi nella sola difesa del proprio campo.
Da qui la critica a un Pd che, secondo l’eurodeputata, avrebbe smesso di chiedersi come governare il mondo che cambia e avrebbe iniziato a interrogarsi soprattutto su quale parte di quel mondo rappresentare. Una differenza sostanziale: nel primo caso c’è una vocazione maggioritaria e di governo, nel secondo una logica di testimonianza politica.
Lo scontro sulla politica estera e il nodo Ucraina
Il passaggio più duro riguarda la politica estera, in particolare l’atteggiamento della sinistra nei confronti dell’Ucraina. Picierno contesta ogni forma di ambiguità davanti all’aggressione russa e parla apertamente di “fascismo putiniano”, denunciando le esitazioni di una parte del campo progressista.
Secondo l’eurodeputata, quando l’Europa ha iniziato a immaginare l’ingresso di Kiev nella propria comunità politica, molti a sinistra avrebbero “nicchiato”, mostrando ipocrisia e opportunismo. Una critica pesante, che tocca uno dei temi più divisivi degli ultimi anni: il rapporto tra pacifismo, sostegno militare, allargamento europeo e difesa delle democrazie aggredite.
Per Picierno, l’integrazione dell’Ucraina nell’Unione europea non è solo un atto simbolico di solidarietà. È una scelta politica concreta, una risposta alla violenza dell’imperialismo russo e un modo per trasformare la vicinanza a Kiev in una prospettiva istituzionale. In questa visione, la sinistra non può permettersi neutralità o ambiguità: deve scegliere da che parte stare.
La sua accusa è chiara: una cultura progressista e di governo non può tollerare zone grigie davanti agli autoritarismi, agli estremismi e alla propaganda putiniana. Per questo la distanza dal Pd non riguarda soltanto le alleanze italiane o la comunicazione interna, ma investe il profilo internazionale del partito.
Pride, antisemitismo e giustizia: le fratture degli ultimi giorni
La decisione di lasciare il Partito Democratico arriva dopo una serie di segnali già emersi nei giorni precedenti. Picierno aveva criticato duramente l’esclusione di una realtà ebraica Lgbtq+ dal Roma Pride, sostenendo che chiedere agli ebrei di dimostrare di essere politicamente accettabili per partecipare a uno spazio pubblico significhi superare un limite molto pericoloso.
Per l’eurodeputata, quel problema ha un nome preciso: antisemitismo. Anche in questo caso, la questione non è soltanto organizzativa o interna al mondo dell’attivismo. Riguarda, nella sua lettura, la capacità della sinistra di riconoscere e combattere gli estremismi anche quando si manifestano dentro ambienti considerati progressisti.
Un altro terreno di distanza riguarda la giustizia. Picierno si era già mostrata in contrasto con la linea del partito sul referendum, rivendicando il fatto che le riforme della giustizia non siano una materia tecnica separata dalla vita dei cittadini. Al contrario, incidono concretamente sui diritti, sulle garanzie, sul rapporto tra Stato e persone.
Anche qui emerge il filo rosso della sua critica: il Pd, secondo Picierno, avrebbe perso la capacità di discutere nel merito delle riforme, preferendo spesso rifugiarsi in appartenenze, schemi di campo e logiche di schieramento.
Una botta politica per Elly Schlein
L’addio di Pina Picierno rappresenta inevitabilmente una nuova pressione sulla leadership di Elly Schlein. La segretaria del Pd ha costruito la propria linea politica su un’identità più netta, su una maggiore attenzione ai temi sociali, alla redistribuzione, ai diritti e alla costruzione di un campo largo alternativo alla destra.
Ma proprio questa traiettoria è contestata dall’area riformista, che teme una progressiva marginalizzazione delle culture liberal, europeiste e di governo dentro il partito. La rottura di Picierno dà voce a questo disagio e lo porta fuori dal perimetro interno, trasformandolo in un caso politico nazionale.
Il problema per il Pd è duplice. Da un lato, deve continuare a costruire un’alternativa credibile al centrodestra; dall’altro, deve evitare che la propria identità si restringa fino a perdere pezzi importanti della sua storia. La domanda che l’addio di Picierno consegna al partito è semplice ma pesante: il Pd vuole essere una forza di sinistra identitaria o una forza progressista a vocazione maggioritaria?
Il centrosinistra davanti al nodo del riformismo
La vicenda Picierno non riguarda soltanto il destino personale di una vicepresidente dell’Eurocamera. È il sintomo di una tensione più profonda nel centrosinistra italiano: quella tra radicalità e governo, tra identità e allargamento, tra rappresentanza sociale e cultura riformista.
Da anni il Pd convive con questa contraddizione. Da una parte c’è l’esigenza di parlare a un elettorato progressista che chiede chiarezza sui diritti, sul lavoro, sull’ambiente e sulle disuguaglianze. Dall’altra c’è la necessità di costruire una proposta capace di convincere anche settori moderati, europeisti, produttivi e istituzionali.
Picierno sostiene che questa seconda anima non trovi più casa nel Partito Democratico. Ed è proprio questa affermazione a rendere politicamente rilevante la sua uscita. Perché non si limita a dire che una dirigente lascia il partito: dice che un pezzo di cultura politica non si riconosce più nel progetto dem.
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L’addio di Pina Picierno al Pd apre una ferita difficile da liquidare come semplice dissenso personale. Le sue parole contro le ambiguità sulla Russia, la critica alla linea del partito sull’Ucraina, la denuncia dell’antisemitismo nel caso del Pride e la distanza sulla giustizia compongono un quadro politico netto: secondo l’eurodeputata, il Partito Democratico avrebbe smesso di essere la casa dei riformisti.
Per Elly Schlein si tratta di una sfida delicata. La leadership dem dovrà decidere se considerare questa rottura come un episodio isolato o come il segnale di un disagio più ampio. Perché la questione non riguarda soltanto chi esce, ma anche chi resta: quale spazio avranno, nel Pd del futuro, le culture riformiste, europeiste e liberaldemocratiche?
La frattura di Picierno racconta un centrosinistra ancora alla ricerca di un equilibrio stabile. E soprattutto pone una domanda che il Pd non potrà evitare a lungo: per tornare competitivo, basta rafforzare l’identità o serve ricostruire una vera cultura di governo?



















