L’allarme-shock del Financial Times: la “legge su misura” che può riscrivere il voto in Italia

Il Financial Times accende i riflettori sul cantiere – ancora politico più che legislativo – aperto dal governo italiano sulla riforma della legge elettorale. Secondo il quotidiano britannico, Giorgia Meloni starebbe valutando un intervento sulle regole del voto con un obiettivo chiaro: rafforzare le prospettive della coalizione di destra in vista delle elezioni politiche del 2027.

L’aspetto che il giornale della City sottolinea con maggiore forza è la cornice storica e “sistemica” del tema: se la riforma andasse in porto, sarebbe il quinto cambio del sistema elettorale dagli anni Novanta, a conferma di un’anomalia italiana: le regole del gioco tendono a essere rimaneggiate ciclicamente, spesso quando l’assetto politico percepisce rischi all’orizzonte.

Il punto di partenza: come funziona oggi il Rosatellum

Oggi l’Italia vota con il Rosatellum (in vigore dal 2017), un sistema misto: una quota dei seggi viene assegnata con collegi uninominali maggioritari e il resto con metodo proporzionale.

Il Financial Times richiama proprio questo snodo: i collegi uninominali – circa un terzo dei seggi – sono il “motore” che può trasformare i rapporti di forza tra coalizioni in una maggioranza parlamentare più netta.

In altre parole: nel Rosatellum la competizione non si gioca solo sui voti complessivi ai partiti, ma anche (e spesso soprattutto) sulla capacità di una coalizione di presentarsi unita nei collegi e battere l’avversario per un voto in più.

La “mossa” descritta dal FT: via gli uninominali, verso un proporzionale “corretto”

Il cuore del ragionamento attribuito al cantiere di Fratelli d’Italia, nel racconto del Financial Times, è questo:

1. Abolire (o ridurre drasticamente) i collegi uninominali maggioritari, che oggi valgono circa un terzo dei seggi;


2. Passare a un proporzionale “corretto”;


3. Inserire un possibile bonus/premio di maggioranza per chi supera una soglia alta, indicata tra 40% e 45% dei voti.

L’obiettivo politico, nella lettura del quotidiano britannico, sarebbe prevenire lo scenario in cui una nuova alleanza di centrosinistra – se davvero unita – possa risultare competitiva nei collegi uninominali e capovolgere il vantaggio che nel 2022 premiò il centrodestra.

Il precedente che pesa: nel 2022 il centrodestra vinse anche grazie agli uninominali

Il Financial Times ricorda un dato che rende il dossier particolarmente sensibile: nel 2022 la coalizione di centrodestra beneficiò proprio della parte uninominale, anche perché l’opposizione arrivò divisa e meno coordinata nella sfida collegio per collegio.

Ed è qui che entra il “fattore paura” evocato dalle opposizioni: se l’architettura attuale ha favorito chi era più unito, un centrosinistra che prova a federarsi cambia le regole della convenienza politica senza bisogno di cambiare la legge.

Malan al FT: “Serve stabilità, il rischio è un Parlamento senza maggioranza”

Nel pezzo richiamato dall’ANSA, il quotidiano britannico riporta anche la posizione di Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato: l’obiettivo dichiarato sarebbe una legge che garantisca stabilità, perché con l’assetto attuale “il rischio maggiore” sarebbe quello di un Parlamento senza maggioranza (o di “coalizioni innaturali”).

È una motivazione classica nelle discussioni sulle riforme elettorali: l’idea di ridurre la frammentazione e rendere più lineare il rapporto tra voto e governo. Ma proprio qui, nota il Financial Times, si apre una contraddizione politica: l’esecutivo Meloni è già uno dei governi più longevi degli ultimi anni secondo chi, come Matteo Renzi, difende la tenuta garantita dall’attuale impianto.

L’accusa delle opposizioni: “paura di perdere” e regole riscritte a ridosso del voto

Dal fronte opposto, la linea è durissima: Elly Schlein parla esplicitamente di un tentativo dettato dalla “paura di perdere” e invita alla prudenza (soprattutto per un principio: cambiare le regole in prossimità delle elezioni alimenta sospetti di manipolazione).

Il punto politico, in sostanza, è che una riforma così strutturale – uninominali sì/no, proporzionale corretto, soglie e premio – non è mai neutra: ridisegna la mappa degli incentivi e sposta i vantaggi tra chi è forte nei territori, chi è forte nelle liste, chi regge le coalizioni e chi vive di identità singola.

L’opinione pubblica: scetticismo diffuso (e non solo a sinistra)

Il Financial Times cita anche un elemento che fa da freno: lo scetticismo dell’opinione pubblica verso l’ennesimo cambio di regole. Un sondaggio YouTrend riportato da varie testate indica che il 53% è contrario a cambiare la legge elettorale in vista del voto, contro un 28% favorevole (con una quota di indecisi).

Questo dato è politicamente rilevante per due motivi:

suggerisce che l’operazione non nasce come “domanda sociale”;

espone il governo al rischio di apparire come chi mette mano alle regole per convenienza, proprio l’accusa che il FT riassume ricordando che spesso in Italia le riforme elettorali sono state tentate “per favorire i partiti di governo”.

Perché sarebbe “il quinto cambio dagli anni Novanta”: la storia delle riforme a raffica

Il Financial Times insiste sul record italiano di riforme elettorali ripetute. La sequenza degli ultimi decenni – semplificando – mostra un continuo oscillare tra esigenze opposte: rappresentanza vs governabilità.

Mattarellum (1993): sistema misto con forte componente maggioritaria.

Porcellum (2005): ritorno a un proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate.

Italicum (2015): progettato per la Camera (poi travolto da interventi e contesto politico).

Rosatellum (2017): l’attuale sistema misto usato nel 2018 e nel 2022.


In questa cornice, il “quinto cambio” di cui si parla oggi diventerebbe l’ennesimo capitolo di una storia già vista: ogni volta che cambia l’equilibrio tra coalizioni, cambia anche la tentazione di cambiare il perimetro delle regole.

La variabile che ha riacceso tutto: il centrosinistra che prova a unirsi

Il FT segnala un dettaglio che spiega perché il tema esplode proprio ora: la dinamica delle opposizioni. L’analista Lorenzo Pregliasco osserva che se il centrosinistra “sta cercando di unirsi”, cambia la partita – soprattutto nei collegi.

Se le opposizioni riuscissero a presentarsi con candidati comuni negli uninominali, ciò che nel 2022 è stato un moltiplicatore per il centrodestra potrebbe diventare un moltiplicatore per l’altra parte. E quindi l’idea: tagliare l’effetto-leva degli uninominali e spostare l’asse su un proporzionale “corretto”, dove contano di più i rapporti di forza complessivi.

Il “premio” 40–45%: stabilità o scorciatoia?

La soglia indicata (40–45%) è politicamente altissima: significa che il premio di maggioranza, se introdotto, scatterebbe solo con una performance molto robusta. Nella retorica dei proponenti, sarebbe un incentivo a coalizioni forti e un argine alla frammentazione; per i critici, è un modo per costruire un paracadute istituzionale che trasformi un vantaggio in voti in una certezza di seggi.

Qui sta il nodo democratico: quanto è accettabile “premiare” artificialmente chi supera una soglia, e quanto invece questo altera la proporzionalità della rappresentanza? È il conflitto eterno tra “governare” e “rappresentare”.

Leggi anche

Conclusione: la vera notizia non è solo la riforma, ma la logica che la muove

L’“allarme shock” evocato dal Financial Times non è tanto la singola ipotesi tecnica – uninominali sì/no, premio sì/no – quanto la logica ricorrente: in Italia, quando cambiano i rapporti di forza potenziali, torna la tentazione di cambiare le regole del voto per spostare l’equilibrio prima che siano gli elettori a farlo.

Se davvero il governo porterà un testo in Parlamento, lo snodo sarà duplice: da un lato la promessa di stabilità; dall’altro la percezione (interna e internazionale) che si stia giocando una partita di ingegneria elettorale in anticipo sul 2027. E in una democrazia dove il sistema è già cambiato più volte in pochi decenni, la domanda che resterà sul tavolo è una sola: questa riforma serve al Paese o serve a chi governa oggi?

Condividi sui tuoi social:

Articoli popolari

Voce dei Cittadini