Andrea Scanzi non usa mezzi termini per commentare le elezioni regionali nelle Marche, che hanno visto il governatore uscente Francesco Acquaroli (FdI, centrodestra) imporsi su Matteo Ricci (Pd-M5S). Per il giornalista, si è trattato di un esito “prevedibilissimo”, con percentuali esatte che aveva già anticipato nei suoi pronostici.
“È andata come vi dicevo da mesi”
Scanzi rivendica di non aver mai avuto dubbi: “Nelle Marche è andata come vi dicevo da mesi, percentuali comprese. Se vi dico che un’elezione finisce in un certo modo, vuol dire che so che finisce in quel modo. Non perché sia un mago, ma perché conosco gli italiani e i loro umori. Basta speranze: fotografo la realtà”.
Il giornalista ricorda come anche in passato le sue previsioni fossero state accolte con scetticismo, ma spesso confermate dai risultati: “Mi davano del matto quando dicevo che Vannacci avrebbe fatto il pieno alle Europee. Chi aveva ragione? Io”.
Il trionfo del centrodestra
Secondo Scanzi, il successo di Acquaroli era scritto: “Ha vinto perché tutte le Marche, Pesaro a parte, guardano a destra. Anche la vittoria del centrodestra ad Ancona ha influito. Diranno che Ricci ha perso per le beghe giudiziarie, ma non è vero: gli italiani dei processi non si curano più. Avrebbe perso comunque”.
L’analisi si allarga poi al contesto globale: “Tira un vento di destra in tutto il mondo, e dunque anche nelle Marche. Una regione dove il centrosinistra ha fatto così tanti disastri nei decenni, che oggi la gente preferisce persino Acquaroli pur di non riaverli. È masochismo puro”.
I partiti: vola FdI, male M5S
Per Scanzi il quadro è chiaro:
Fratelli d’Italia resta il primo partito nelle Marche: “Si vola!”, commenta.
Il Pd oscilla attorno al 20%, con un altro 10% raccolto dalle liste civiche di Ricci: “Non è un crollo, ma con quei numeri non costruisci nulla”.
I 5 Stelle restano marginali: “Hanno fatto schifo, attorno al 4-5%. Molti ex elettori non hanno accettato l’alleanza con Ricci e il Pd. Questa scelta di candidare chiunque, persino renziani o calendiani, genera disgusto”.
Il nodo dell’astensione
Un dato particolarmente preoccupante, per Scanzi, riguarda la partecipazione al voto: “Nelle Marche si è passati dal 59% di cinque anni fa al 50%. E gran parte degli astenuti viene dalla sinistra e dal M5S. Fino a quando Schlein, Conte e Fratoianni non riporteranno al voto quei delusi, non vinceranno mai. Ma proprio mai”.
Uno sguardo al futuro
L’editorialista ridimensiona l’importanza del voto: “Erano elezioni importanti, ma pur sempre regionali. Le politiche del 2027 saranno un altro sport”. Tuttavia, mette in guardia il centrosinistra da nuove derive centriste: “Ripartiranno con la solita se*a cosmica su Renzi e Calenda. Se lo faranno, Meloni nel 2027 non vincerà 51 a 49, ma 61 a 39”.
Infine, un messaggio secco agli elettori: “Quelli di destra magari mugugnano, ma poi a votare ci vanno. Chi resta a casa e non vuole la Meloni è semplicemente un cogl***e”.
“L’Italia è questa roba qua, baby”
Il commento di Scanzi si chiude con una nota amara: “Ogni volta che il centrosinistra perde, tutti cadono dal pero. Ma vivete sulla luna? Vi accorgete della gente nei bar, nei social? Pensate davvero che interessino Flotilla, Santanché o Report? La verità è che l’Italia è questa roba qua, baby”.
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In conclusione, Scanzi legge il voto marchigiano come la conferma di una tendenza strutturale: vento a destra, FdI dominante, centrosinistra fermo attorno al 20% (più civiche) e M5S marginale. Rivendica la prevedibilità dell’esito (“ve l’avevo detto”) e sposta l’attenzione su due fattori chiave: la geografia politica della regione (quasi tutta a destra, con la sola Pesaro più contendibile) e soprattutto l’astensione, cresciuta fino a sfiorare il 50% e, a suo dire, alimentata in gran parte dall’area progressista. Finché Schlein–Conte–Fratoianni non riportano al voto i delusi, la coalizione “larga” resta un’addizione che non sposta i rapporti di forza.
Sul piano nazionale, Scanzi ridimensiona la portata della sconfitta (sono regionali), ma lancia l’allarme per il 2027: se il centrosinistra torna a logorarsi sul centrismo di rito (Renzi/Calenda) senza un progetto identitario e mobilitante, il divario con Meloni rischia di ampliarsi. La sua è una fotografia impietosa: senza radicamento, leadership e partecipazione, l’opposizione non cambia l’esito—nemmeno quando il contesto le sarebbe teoricamente favorevole.



















