L’attacco pesante del Prof Montanari a Giorgia Meloni: “L’ignoranza è la chiave del suo p…” – VIDEO

Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per Stranieri di Siena, è tornato a denunciare con parole nette e dirette quella che definisce una deriva autoritaria del governo Meloni. Lo ha fatto nel corso della trasmissione Otto e Mezzo su La7, dove è intervenuto commentando l’ultima intervista della premier all’agenzia Adnkronos. Una presa di posizione che non lascia spazio a fraintendimenti: secondo Montanari, l’esecutivo mira a “parlare al suddito” e a disarmare culturalmente il Paese.

“Una comunicazione che si nutre di ignoranza”

Il punto centrale dell’intervento di Montanari riguarda il linguaggio e il metodo comunicativo della premier: “Attaccano le università perché sono un nemico di questa comunicazione che punta sull’ignoranza. Parla al suddito. L’ignoranza generale aiuta queste retoriche a fare presa”. È una riflessione che colpisce nel cuore del dibattito culturale italiano, laddove il sapere critico viene visto sempre più spesso come un ostacolo anziché una risorsa.

Montanari non si limita alla denuncia retorica, ma traccia un quadro preciso: un’Italia che, a suo dire, sta progressivamente assomigliando all’Ungheria di Viktor Orbán, dove il controllo dell’informazione e delle istituzioni culturali è parte di una strategia di potere.

Il premierato e l’assalto alla magistratura

Le parole di Meloni su Trump – “leali ma non subalterni” – non convincono Montanari, che anzi le interpreta come segno di subordinazione implicita: “Se lo si deve precisare, è perché si sa bene che Trump è imprevedibile”. E lancia un allarme sul contenuto dell’intervista: “Nell’intervista ha ribadito la necessità del premierato e del controllo dei magistrati: tutto questo non è affatto moderato”.

Il professore denuncia un tentativo di concentrazione del potere che passa per la riforma della giustizia, con l’obiettivo di minare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Una deriva che, sottolinea, richiama direttamente esperienze storiche autoritarie.

Una battaglia culturale prima che politica

La voce di Montanari si distingue perché, nel panorama pubblico italiano, è tra le poche a difendere con coerenza e continuità il valore della cultura come presidio democratico. Le sue parole non sono solo una critica politica, ma un appello civile a non normalizzare la compressione del pensiero critico.

Nel suo intervento a La7 ha ribadito che non è questione di etichette: “Chiamatelo come volete, ma è quella roba lì”. Il riferimento al fascismo non è ideologico, ma strutturale: l’attacco al pluralismo, l’erosione dell’indipendenza dei magistrati e la marginalizzazione delle università rappresentano, secondo Montanari, gli ingredienti di una democrazia svuotata.

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Conclusione: la necessità di una resistenza civile

Montanari non è nuovo a queste battaglie, ma oggi le sue parole suonano più attuali che mai. In un clima dove il dissenso viene spesso etichettato come estremismo, il suo intervento ricorda che il ruolo dell’intellettuale è quello di disturbare il potere, non di compiacerlo.

Difendere l’autonomia della cultura, denunciare l’ignoranza come strategia politica e pretendere la separazione dei poteri non è radicalismo: è difesa della Costituzione.
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