Il procuratore di Napoli nel mirino del centrodestra per le parole sul referendum. L’ex pm di Mani Pulite: «Chi conosce la Calabria lo sa, sono schierati col Sì per paura di una giustizia efficiente»
La campagna per il referendum sulla giustizia si infiamma. E lo fa partendo dalla Calabria, terra di frontiera nella lotta alle mafie, dove le parole del procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, hanno innescato una bufera politica destinata a rimbalzare fino a Roma. Il concetto, espresso in una videointervista al Corriere della Calabria, è netto e tagliente come un atto d’accusa: da una parte le “persone perbene” che voteranno No, dall’altra un’alleanza sotterranea che spingerà per il Sì.
A difendere a spada tratta il magistrato, finito nel mirino di Forza Italia e Fratelli d’Italia, è sceso in campo l’avvocato Luigi Li Gotti, storico ex magistrato e fondatore di Italia dei Valori. Con un’analisi che spoglia la polemica della sua patina politica per riportarla alla cruda realtà dei fatti, Li Gotti rilancia: in Calabria, la ‘ndrangheta e la massoneria deviata sono oggettivamente schierate per l’opzione che garantirebbe loro maggiore impunità.
«Non è un’offesa, è un fatto concreto»
L’avvocato crotonese non usa giri di parole per respingere le accuse di chi, come il presidente del Senato Ignazio La Russa o il ministro Carlo Nordio, ha parlato di toni esasperati e offensivi. Secondo Li Gotti, chi conosce la realtà calabrese non può stupirsi delle dichiarazioni di Gratteri. «Lui non ha fatto un appello al voto né ha offeso gli elettori», ha dichiarato l’avvocato. «Ha semplicemente descritto un fatto concreto: in Calabria, la ‘ndrangheta, la massoneria deviata e certi centri di potere voteranno Sì. Perché? Perché con una giustizia efficiente non avrebbero vita facile».
Li Gotti smonta così la narrazione del centrodestra, che ha interpretato le parole del procuratore come una criminalizzazione generalizzata dei sostenitori del Sì. «Gratteri ha parlato di fatti, non di opinioni. Ha parlato di una regione dove lui ha indagato per anni, dove ha visto con i suoi occhi il radicamento di questi poteri. Dire che queste realtà voteranno per chi propone una giustizia meno incisiva non è uno slogan, ma un’analisi basata su decenni di inchieste».
La bufera politica e le accuse a Gratteri
Le scintille erano scoppiate alla vigilia, quando le parole del procuratore di Napoli avevano fatto il giro d’Italia. «È certo che per il No voteranno le persone perbene, le persone che credono nella legalità come pilastro importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il Sì, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente».
Immediata la reazione del politico. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, ha parlato di «dichiarazioni indegne», mentre Antonio Tajani, su X, ha scritto: «Sono una persona perbene, non sono massone, non sono indagato e voterò Sì. Le sue parole offendono milioni di italiani». Il guardasigilli Carlo Nordio ha evocato paragoni con gli anni di piombo, parlando di un’aggressività verbale che rischia di riprodurre fenomeni analoghi a quelli che hanno insanguinato la democrazia.
Gratteri: «Non mi pento, è lingua italiana»
Lontano dal clima rovente della politica romana, Nicola Gratteri non ha mostrato segni di cedimento. Intervistato dal Corriere della Sera, ha respinto al mittente le accuse e i tentativi di intimidazione, compreso l’annuncio di una possibile pratica al Csm da parte del consigliere laico di Forza Italia, Enrico Aimi.
«Pentito di che? Io ho detto che la mafia, i centri di potere e la massoneria deviata votano Sì. Non ho detto che chi vota Sì fa parte della ‘ndrangheta. L’ho anche precisato. È lingua italiana. Basta leggerla in modo asettico e con la grammatica italiana davanti e si capisce». Parole dure, pronunciate con la consapevolezza di chi da 35 anni convive con la scorta e le minacce di morte. «Il senso della paura l’ho superato 35 anni fa. Non è con le minacce o con gli attacchi che mi si mette a tacere».
Chi è Luigi Li Gotti: una vita contro le mafie
Per comprendere il peso delle dichiarazioni dell’avvocato che difende Gratteri, è necessario conoscere il profilo di Luigi Li Gotti. Nato a Crotone nel 1947, Li Gotti è una figura storica della magistratura italiana e della lotta alla criminalità organizzata. Entrato in magistratura nel 1972, ha iniziato la sua carriera come pretore a Crotone, per poi diventare sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Catanzaro. Sono gli anni duri delle grandi inchieste contro la ‘ndrangheta, dei sequestri di persona e delle faide sanguinose.
Il suo nome, però, è indissolubilmente legato all’esperienza di Mani Pulite. All’inizio degli anni Novanta, Li Gotti fa parte del pool di Tangentopoli come pm, lavorando a fianco di Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo. Dopo aver lasciato la toga, la sua carriera politica lo vede come fondatore e leader di Italia dei Valori, movimento nato proprio sulle ceneri di Tangentopoli con l’obiettivo di tenere alta l’attenzione sulla legalità. Sottosegretario alla Giustizia nel secondo governo Prodi dal 2006 al 2008, oggi Li Gotti esercita la professione di avvocato, mantenendo intatta la sua autorevolezza nel panorama giuridico e il suo impegno civile. La sua difesa di Gratteri non è quindi una semplice opinione, ma la posizione di chi ha trascorso una vita nelle aule di giustizia, prima da pm e poi da uomo delle istituzioni.
La posta in gioco: la fiducia nella giustizia
Al di là delle polemiche, la presa di posizione di Li Gotti riaccende i riflettori su un tema cruciale: il rapporto tra la riforma della giustizia e le aree a più alta densità mafiosa. La domanda che sottende all’intera vicenda è spinosa: una riforma che separa le carriere e limita l’azione della magistratura inquirente può rappresentare un vantaggio per chi ha interesse a mantenere zone d’ombra?
Per Li Gotti la risposta è implicita. E il fatto che a dirlo sia un uomo come Gratteri, che in Calabria ha retto per anni la procura di Catanzaro e condotto indagini che hanno scoperchiato il sistema di potere ‘ndranghetista, conferisce alle sue parole un peso specifico che la politica fatica a scalfire. In attesa del voto, resta la frattura: da un lato il centrodestra che chiede scuse e invoca il fair play democratico, dall’altra una parte della società civile che, con Li Gotti, rilancia: «In Calabria, è un fatto: loro stanno col Sì. Prendere atto della realtà non è faziosità, è onestà intellettuale».
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A pochi giorni dal voto referendario, le parole di Gratteri e la difesa di Li Gotti hanno avuto il merito – o il demerito, a seconda dei punti di vista – di squarciare il velo di un dibattito che rischiava di rimanere confinato nei palazzi della politica. Hanno riportato la discussione sul piano concreto di chi la giustizia la vive sulla propria pelle, soprattutto nei territori dove lo Stato arranca e le mafie prosperano.
Che la ‘ndrangheta abbia un interesse oggettivo verso una giustizia meno efficiente è, per chi conosce certi meccanismi, una constatazione banale. Che la politica si sia sentita chiamata in causa e abbia reagito con veemenza è, d’altro canto, fisiologico in campagna elettorale. Ma al di là delle schermaglie, resta una domanda di fondo che gli italiani sono chiamati a sciogliere con il voto: quale modello di giustizia vogliamo per il futuro del Paese? E, soprattutto, quel modello sarà in grado di proteggere i cittadini onesti e colpire con la stessa efficacia il potente e l’ultimo degli uomini? La risposta, come spesso accade, sarà nei numeri. Ma il monito lanciato da Gratteri e raccolto da Li Gotti è destinato a rimanere, indipendentemente dall’esito delle urne, come una pietra d’inciampo nella coscienza civile del Paese. Perché in Calabria, come nel resto d’Italia, la vera posta in gioco non è tanto chi vincerà il referendum, ma se la giustizia riuscirà a essere uguale per tutti.



















