Una guerra “persa in partenza” e una pace attesa da tre anni
“Erano tre anni che aspettavo questo momento”: con queste parole Marco Travaglio ha aperto la presentazione del suo nuovo libro Ucraina, Russia e Nato in poche parole, al Salone del Libro di Torino. Il direttore del Fatto Quotidiano ha accolto con cauto ottimismo la recente apertura di un negoziato di pace a Istanbul, sottolineando come “fermarsi all’inizio del conflitto” sarebbe stata l’unica via per salvare l’Ucraina. Travaglio ha rievocato i tentativi di compromesso del 2022, ritenendoli l’ultima vera occasione per scongiurare una guerra sanguinosa e devastante. “Quando esce quasi tutto il dentifricio dal tubetto – ha detto – rimetterlo dentro è impossibile”.
Un libro senza opinioni, solo fatti
Il volume, come ha precisato l’autore, “non contiene opinioni”, ma è una ricostruzione cronologica dei fatti che hanno portato allo scoppio del conflitto. L’intento dichiarato è di offrire al lettore gli strumenti per comprendere l’evoluzione della guerra al di là della propaganda. Travaglio ha mostrato due cartine tratte dal libro: una con la situazione militare dopo il primo mese di invasione russa, l’altra con lo stato attuale del fronte. “I sacrifici richiesti oggi all’Ucraina – ha osservato – sono molto superiori a quelli di tre anni fa, ma inferiori a quelli che verranno se la guerra continuerà ancora per anni”.
Le responsabilità della Nato e l’origine strutturale del conflitto
Un punto centrale del libro – e dell’intervento – è il ruolo giocato dalla Nato. “Ha avuto un ruolo fondamentale nel causare questa guerra”, ha affermato Travaglio. Ha poi ripercorso le tappe che, dopo il 2014, portarono al progressivo avvicinamento dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica, movimento percepito da Mosca come una minaccia esistenziale. Citando Papa Francesco, ha ricordato che “la Nato abbaiava alle porte della Russia”.
Questa analisi si accompagna a una distinzione netta: “L’aggressione resta inaccettabile”, ha detto, “ma le cause della guerra sono strutturali e vanno rimosse se si vuole davvero finirla, non solo sospenderla”. Una posizione che rifiuta la logica binaria e cerca di collocare il conflitto in un contesto più ampio e complesso.
Il doppio standard dell’Occidente
Durante l’incontro Travaglio ha denunciato l’ipocrisia della comunità internazionale, in particolare sulla gestione delle crisi globali. “È stato varato il diciassettesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Quanti pacchetti di sanzioni contro Israele? Zero”, ha detto, parlando del conflitto in corso a Gaza. E ha aggiunto: “I civili che muoiono a Gaza non sono effetti collaterali, sono effetti diretti. Israele sta colpendo quasi soltanto civili”. Secondo il giornalista, il paragone tra la guerra in Ucraina e l’operazione israeliana a Gaza rivela la mancanza di coerenza nei principi invocati dall’Occidente.
Duro attacco ai leader occidentali e alla retorica militarista
Il direttore del Fatto ha rivolto accuse precise anche ai principali leader occidentali, da Ursula von der Leyen a Emmanuel Macron, da Mario Draghi a Giorgia Meloni: “Hanno sbagliato tutto”, ha detto. Travaglio ha citato un calcolo dell’economista Carlo Cottarelli, secondo cui l’Europa spende già il 38% in più della Russia per la difesa: “Se prepari la guerra, ottieni la guerra. Se prepari la pace, ottieni la pace”, ha affermato, bollando il motto latino “Si vis pacem, para bellum” come “una stronzata galattica, soprattutto nell’era nucleare”.
I “volenterosi”? “Sabotatori guerrafondai”
Chiusura particolarmente dura per i cosiddetti “volenterosi”, cioè quei Paesi e leader che si sono spesi con maggiore decisione per sostenere militarmente l’Ucraina: “Dovrebbero essere chiamati per quello che sono – ha detto Travaglio – dei sabotatori guerrafondai”. Un giudizio netto che rovescia la narrazione dominante, accusando l’Occidente non solo di aver favorito l’escalation, ma anche di ostacolare la pace.
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Una riflessione che divide, ma chiama al confronto
L’intervento di Travaglio, come spesso accade, ha diviso il pubblico e acceso il dibattito, ma ha anche rilanciato il bisogno di interrogarsi in profondità sulle radici del conflitto e sulle reali possibilità di costruire una pace duratura. Con il suo stile provocatorio ma documentato, il direttore del Fatto invita a guardare oltre le versioni ufficiali, mettendo in discussione le responsabilità condivise e le scelte strategiche che hanno contribuito a far deflagrare la guerra.
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