A quasi sette mesi dall’attacco di Hamas del 7 ottobre e dall’inizio della brutale offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza, Liliana Segre rompe il silenzio. Lo fa in un’intervista inedita, pubblicata in anteprima dal Corriere della Sera, che apre il suo nuovo libro Non posso e non voglio tacere. Riflessioni di una donna di pace, in uscita il 6 maggio per Solferino. Un titolo che è già una dichiarazione di intenti, e che segna una svolta netta nel tono e nel contenuto delle sue parole sul conflitto israelo-palestinese.
Segre, superstite della Shoah e simbolo della memoria della persecuzione antiebraica in Europa, non ha mai nascosto la complessità delle sue emozioni rispetto allo Stato di Israele. Ma in queste pagine, curate dalla giornalista Alessia Rastelli, la sua voce assume un tono di rara durezza. “Trovo mostruoso il fanatismo teocratico e sanguinario di Hamas – premette – ma sento anche una profonda repulsione verso il governo di Benjamin Netanyahu e verso la destra estremista, iper-nazionalista e con componenti fascistoidi e razziste al potere oggi in Israele”. Un giudizio che va ben oltre le critiche politiche abituali e colpisce il cuore dell’attuale leadership israeliana, ritenuta responsabile di una gestione spietata del conflitto.
“È chiaro che, dopo un trauma come quello del 7 ottobre, qualunque governo israeliano avrebbe reagito con durezza – riconosce Segre – Ma la guerra a Gaza ha avuto connotati di ferocia inaccettabili e non è stata condotta secondo i principi umanitari e di rispetto del diritto internazionale che dovrebbero guidare Israele”. Per la senatrice a vita, la responsabilità prima resta di Hamas, ma “anche Israele è andato ben oltre i limiti del diritto di difesa, facendo stragi di civili e distruzioni immani”. Parole pesanti come pietre, che arrivano da una figura che in Israele gode di un’autorità morale pressoché indiscussa.
Non usa mai la parola “genocidio”, Segre, ma parla chiaramente di “atrocità e disumanità” sotto gli occhi di tutti. Una posizione che, negli ultimi mesi, è stata chiesta a gran voce da intellettuali, attivisti e organizzazioni umanitarie che lamentavano il silenzio o la cautela con cui molte personalità del mondo ebraico avevano commentato la guerra a Gaza. Ora quel silenzio è rotto, e con parole inequivocabili.
Ma l’intervento della senatrice va oltre la condanna politica e si apre a una riflessione profonda sulle cause strutturali e storiche del conflitto. “Vedo due popoli, quello israeliano e quello palestinese, in trappola, incapaci di liberarsi da una sorta di condanna a odiarsi e a combattersi a vicenda”, afferma. Per Segre, entrambi i fronti sono ostaggio delle “componenti peggiori delle rispettive classi dirigenti”, e sembrano paradossalmente “aver bisogno l’una dell’altra per restare in piedi”.
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Nonostante la desolazione, però, non rinuncia alla speranza: “Ogni nuova fiammata di violenza rende tutto più difficile, ma non esistono alternative alla soluzione dei due Stati. Gli ostacoli sono grandi, ma non insormontabili. Nella storia, anche nel Medio Oriente, abbiamo visto svolte impensabili fino al giorno prima”.
Infine, l’allarme su un altro fronte: l’antisemitismo, tornato a farsi strada in Europa sull’onda lunga della guerra a Gaza. “Non era mai morto – denuncia – ma dormiva nascosto. Adesso non ci si vergogna più. È come se i crimini del governo Netanyahu fossero diventati il pretesto per sdoganarlo”. E mette in guardia: “Criticare Israele è legittimo, ma non si può imputare la condotta del governo all’intero popolo ebraico né a chi, ebreo, vive fuori da Israele”.
Parole che segnano un momento storico. Dopo mesi di guerra, silenzi e ambiguità, una delle figure morali più rispettate d’Europa decide di parlare. E non fa sconti a nessuno.



















