Le parole shock di Marco Travaglio sull’attentato a Sigfrido Ranucci – Le parole epiche – VIDEO

Un intervento diretto, lucido e spietato quello di Marco Travaglio nella puntata speciale di Accordi & Disaccordi andata in onda ieri sera sul Nove. Il direttore del Fatto Quotidiano, ospite di Luca Sommi, ha commentato l’attentato che giovedì notte ha colpito Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report, parlando di “un attacco non alla libertà di stampa in astratto, ma a chi la libertà di stampa la pratica ogni giorno”.

Con il suo stile netto, Travaglio ha spostato il discorso dal terreno retorico a quello concreto, denunciando l’isolamento dei pochi giornalisti che ancora fanno inchieste vere, pagandone le conseguenze in termini di rischi, minacce e delegittimazione pubblica.

“Non è un attentato alla libertà di stampa, ma contro chi la esercita davvero”

“L’attentato contro Sigfrido Ranucci è un attacco contro la libertà di stampa? No, è un attentato contro di lui e contro Report”, ha esordito Travaglio.
“Sento mitomani che vanno in giro a dire: ‘avrei potuto esserci io’. Ecco, difficilmente. Perché se tutti facessero il giornalista come lo fa Ranucci, un attentato del genere sarebbe folle. Non basterebbe colpirne uno: bisognerebbe colpirli tutti. Ma purtroppo gli altri cento sono già educati.”

Un passaggio durissimo, che descrive in modo disincantato lo stato del giornalismo italiano, dove – spiega Travaglio – “chi fa il proprio mestiere fino in fondo diventa un bersaglio isolato, riconoscibile, vulnerabile”.

“In Italia – ha aggiunto – i giornalisti che fanno il loro lavoro per davvero sono così pochi che li conosciamo tutti per nome e cognome. Lo stesso vale per i magistrati che non si piegano. E questo li rende soli.”

“Ranucci ha pestato molti piedi: ci sono troppi che hanno interesse a farlo tacere”

Nel corso della puntata, il conduttore Luca Sommi ha ricordato che lo stesso Ranucci ha collegato l’attentato ad alcune inchieste inedite che dovrebbero andare in onda dalla prossima settimana.
Travaglio ha confermato che il giornalista “ha pestato molti piedi”, e che le piste investigative sono “molteplici e delicate”.

“Ha pestato i piedi a talmente tanta gente che c’è solo l’imbarazzo della scelta. Saranno gli inquirenti a capire da quale ambiente criminale arriva il gesto. A occhio, un chilo di esplosivo senza timer, con miccia accesa da una persona sul posto, fa pensare a bande locali, non a Cosa Nostra o alla camorra, che operano in modo diverso. Ma parliamo comunque di un segnale chiarissimo.”

Il direttore del Fatto invita alla cautela, ma anche alla serietà:

“Lasciamo lavorare i magistrati, ma evitiamo la fiera delle ipocrisie. Quella sagra del tartufo a cui stiamo assistendo, con persone che lo hanno insultato e che oggi fingono di commuoversi.”

“Chi lo attacca oggi come ieri contribuisce a isolarlo”

Travaglio ha accusato una parte del mondo politico e mediatico di aver contribuito all’isolamento di Ranucci e della sua trasmissione, creando un clima ostile che rende più facile colpire chi fa informazione d’inchiesta.

“Molti di quelli che oggi fingono solidarietà hanno passato anni a screditarlo, a descrivere Report come un programma deviato, bizzarro, complottista. Questo non c’entra con l’attentato, ma alimenta una percezione tossica, quella per cui chi scava troppo dà fastidio, quindi è anomalo. Mentre anomalo, in realtà, è chi non fa il proprio mestiere.”

Per Travaglio, l’Italia vive un paradosso mediatico: la libertà di stampa è formalmente garantita, ma la cultura dominante tende a punire chi la esercita con troppa libertà.

“Gli attacchi a Report sono bipartisan: non iniziano con questo governo”

Nel finale, Travaglio ricorda che la trasmissione di Ranucci è da trent’anni nel mirino, e che le intimidazioni e le querele temerarie contro Report attraversano governi di ogni colore.

“Non si può dire che i nemici di Ranucci siano solo in questo governo. Report è sotto attacco da quando esiste. È nata nel 1994 con Milena Gabanelli, poi è passata su Rai3. Da allora è stata massacrata di querele, cause civili infondate, minacce e tentativi di chiusura.”

Il giornalista cita anche le pressioni interne alla Rai, che nel tempo hanno minacciato di togliere la “manleva” legale alla trasmissione, esponendo i giornalisti a pagare personalmente eventuali danni:

“È uno dei modi più subdoli per spegnere la libertà d’inchiesta: non vietarla, ma renderla troppo costosa da praticare.”

Infine, una stoccata politica:

“Ricordo che Ranucci ha ricevuto i peggiori attacchi proprio durante l’era renziana. E non certo da destra.”

“Un attentato a chi non si piega”

Conclude Travaglio, in tono più riflessivo ma non meno duro:

“Non è un colpirne uno per educarne cento, perché gli altri cento purtroppo sono già educati. Si colpisce uno solo, perché insiste a fare diversamente dagli altri.”

Un pensiero che sintetizza la sua visione del giornalismo italiano: una professione dove il conformismo protegge e l’indipendenza espone, dove chi indaga il potere viene trattato come un’anomalia.

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L’intervento di Travaglio ha scatenato un vivace dibattito sui social e nelle redazioni.
Molti giornalisti hanno condiviso la sua analisi sul rischio di “ipocrisia postuma”, altri lo accusano di ridurre una tragedia a un processo mediatico contro i colleghi.

Ma al di là delle polemiche, il messaggio resta nitido: l’attentato a Ranucci non è solo un episodio di cronaca, ma uno specchio del giornalismo italiano, dove chi continua a scavare viene lasciato solo.

E, come ha detto Travaglio, “quando i giornalisti che fanno il loro mestiere li possiamo contare sulle dita di una mano, allora il problema non è la libertà di stampa. È la libertà dei giornalisti.”

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