È un venerdì di blocchi e cortei in tutta Italia quello di oggi, 28 novembre. Sindacati di base e movimenti sociali hanno proclamato uno sciopero generale nazionale contro la Legge di Bilancio 2026 del governo Meloni, definita “finanziaria di guerra” per l’aumento delle spese militari a fronte di risorse giudicate insufficienti per sanità, scuola, salari e servizi pubblici.
Tra le città simbolo della mobilitazione c’è Genova, dove alla protesta dei lavoratori si è aggiunto un forte fronte pacifista e ambientalista: nel porto e in Darsena si è svolto anche un corteo di barche con lo striscione “No port for genocide”, collegando la contestazione alla manovra con le denunce sui traffici di armi diretti verso i teatri di guerra.
Le ragioni dello sciopero: “una finanziaria che taglia diritti, non sprechi”
A incrociare le braccia sono oggi lavoratrici e lavoratori di trasporti, sanità, scuola, pubblico impiego, logistica, nettezza urbana e molti altri settori. Lo stop è stato proclamato da Usb, Cobas, Sgb, Cub e altre sigle di base, che da settimane denunciano una manovra “costruita su tagli al welfare e più soldi per le armi e le missioni militari”.
Le richieste principali dei sindacati sono:
più risorse per sanità, scuola, università e trasporti pubblici;
rinnovo dei contratti con aumenti in grado di recuperare almeno l’inflazione reale;
stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione e nei servizi essenziali;
stop all’aumento dell’età pensionabile e alla stretta su ammortizzatori e misure di sostegno al reddito;
taglio drastico delle spese militari e di quelle legate al riarmo.
Nel mirino, direttamente, ci sono la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, considerati responsabili di una legge di Bilancio che, secondo i promotori dello sciopero, “fa pagare la crisi sempre agli stessi: lavoratori, pensionati, giovani precari”.
Genova capitale della protesta: cortei in città e barche in Darsena
Genova, già epicentro nei mesi scorsi delle mobilitazioni contro il traffico di armamenti, è di nuovo al centro della scena.
In mattinata un corteo cittadino ha attraversato le vie del centro con sindacati, collettivi studenteschi, comitati per la casa e associazioni ambientaliste. A fianco degli striscioni contro la manovra campeggiano cartelli che chiedono “più salario, meno guerra”, “sanità pubblica, non spese militari”, “fermate la legge di Bilancio”.
Ma l’immagine che più colpisce arriva dalla Darsena: una sfilata di imbarcazioni di lavoratori portuali, attivisti e associazioni che espongono la scritta “No port for genocide”, in continuità con le mobilitazioni che denunciano il ruolo degli scali italiani nelle forniture militari verso Israele e altri teatri di conflitto.
La manifestazione ligure si inserisce nel quadro più ampio delle proteste pro-Palestina che, da settimane, attraversano il Paese e che proprio nei porti – da Genova a Livorno – hanno trovato alcuni dei loro punti più visibili, con blocchi e presidi contro le navi considerate parte della filiera bellica.
Uno sciopero che attraversa tutto il Paese
Quella di oggi non è una mobilitazione isolata. Dalle cronache nazionali arriva la fotografia di uno sciopero che tocca tutte le regioni:
nei trasporti si registrano cancellazioni e ritardi per treni regionali e a lunga percorrenza, autobus locali, metropolitane e alcuni collegamenti marittimi;
in molte città ospedali e Asl garantiscono solo i servizi minimi essenziali, con rinvii per visite e prestazioni non urgenti;
nelle scuole scioperano docenti e personale Ata, con assemblee e presidi davanti agli istituti;
anche i giornalisti di diverse testate aderiscono per sollecitare il rinnovo del contratto nazionale, fermo da anni.
Per le sigle promotrici è il terzo sciopero generale in tre mesi, segno di un livello di conflitto sociale crescente che non si limita ai grandi sindacati confederali ma trova sponda in realtà di base, reti studentesche e movimenti per la giustizia climatica e sociale.
Manovra e guerra: il doppio fronte contro il Governo Meloni
La scelta dello slogan “finanziaria di guerra” non è casuale. I promotori dello sciopero contestano al governo Meloni di aver costruito una Legge di Bilancio che, mentre chiede sacrifici su pensioni, salari e servizi, conferma e rafforza gli impegni sul riarmo e sulle missioni militari.
Nel mirino ci sono, in particolare:
gli stanziamenti per nuovi sistemi d’arma e programmi Nato;
le spese per la gestione esterna dei flussi migratori, dagli accordi con l’Albania agli interventi nel Mediterraneo;
l’assenza – denunciata da sindacati e movimenti – di un vero piano strutturale su salari, casa, lotta alla povertà e transizione ecologica.
In questo quadro, Meloni e Giorgetti vengono accusati di aver varato una manovra “tutta dentro i vincoli europei” e fuori dalle esigenze del Paese reale: un bilancio che rassicura i mercati ma non le persone che vivono di stipendio o pensione.
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Lo sciopero generale di oggi, con le piazze piene da Genova a molte altre città e il porto ligure trasformato in un grande palcoscenico di protesta, manda un messaggio chiaro al governo: la Legge di Bilancio 2026 è percepita da una parte significativa del mondo del lavoro come ingiusta, squilibrata e sbilanciata sulla spesa militare.
Per Giorgia Meloni e il ministro Giorgetti non si tratta solo di gestire un giorno di disagi nei servizi, ma di fare i conti con un malessere profondo che mette insieme salari fermi, precarietà, tagli ai servizi e rifiuto dell’economia di guerra.
Domani le mobilitazioni proseguiranno con una manifestazione nazionale a Roma e nuove iniziative locali.
Se e come il governo deciderà di raccogliere le richieste che arrivano dalle piazze – dal taglio delle spese militari a maggiori investimenti nel welfare – dirà molto non solo sul destino di questa manovra, ma anche sulla capacità dell’esecutivo di ascoltare un Paese che oggi, ancora una volta, ha scelto di farsi sentire nelle strade.



















