L’economista Cottarelli stronca sul nascere il riarmo firmato da Meloni – Ecco cosa accadrà

L’ex commissario alla spending review smonta il nuovo obiettivo Nato del 5% del PIL: “Numeri piovuti dall’alto, senza spiegazione. L’attacco russo? Rischio basso. Così servono tagli e più tasse”

“Numeri piovuti dall’alto”: il monito di Carlo Cottarelli

“L’impressione è che siano numeri piovuti dall’alto, senza una chiara spiegazione. Diciamo che quella ufficiale non mi convince molto”. È con queste parole che Carlo Cottarelli, economista, ex direttore del Fondo Monetario Internazionale ed ex commissario alla spending review, commenta i nuovi obiettivi di spesa militare proposti dalla Nato, che puntano a far salire gli investimenti nella difesa al 5% del PIL. Intervistato da Il Fatto Quotidiano, Cottarelli lancia un durissimo allarme: per l’Italia, raggiungere quell’obiettivo significherebbe aumentare la spesa per la difesa fino a 350 miliardi di euro nel prossimo decennio. Una cifra colossale, che – a suo avviso – non è né necessaria né sostenibile.

Il conto per l’Italia: 350 miliardi in più per la Difesa

A prezzi e PIL attuali, per arrivare al 5% richiesto dalla Nato occorrerebbero circa 74 miliardi di euro in più ogni anno rispetto a oggi. E se si considera che il PIL salirà nel tempo, il totale potrebbe toccare i 350 miliardi nel giro di dieci anni. Cifre da capogiro, che metterebbero sotto pressione i conti pubblici italiani. “Tutti debiti in più – avverte Cottarelli – se non si trovano altre fonti di finanziamento”.

E qui arriva il punto critico: per rispettare questi nuovi target, l’Italia dovrebbe tagliare altri capitoli di spesa (sanità? scuola? welfare?) oppure aumentare le tasse. Un bivio drammatico, che mette in discussione la tenuta dell’equilibrio sociale ed economico del Paese.

Il rischio russo? “Non è altissimo”

Ma c’è davvero bisogno di questo riarmo? Per Cottarelli la risposta è netta: no. “Dobbiamo essere razionali. Il rischio che Putin attacchi un Paese Nato non è zero, ma non è certo altissimo. Non vedo la necessità di una spesa simile in tempo di pace, specie se rapportata al reale pericolo rappresentato dalla Russia”.

Secondo l’economista, l’Italia non può permettersi una corsa al riarmo spinta più dalla geopolitica americana che da un’analisi razionale della situazione in Europa. “Putin non è un avversario così potente – spiega – e l’Ucraina, benché invasa, non era un membro dell’Alleanza”.

Una spesa che non genera PIL

Al danno economico si aggiunge, secondo Cottarelli, l’assenza di benefici reali in termini di crescita. “La spesa in riarmo – spiega – potrebbe avere un impatto limitato sul PIL nel breve periodo, ma nel lungo termine non aumenta la capacità produttiva del Paese”. Anzi, distoglierebbe lavoratori da altri settori e concentrerebbe le risorse su produzioni belliche. Il risultato? Una spesa improduttiva, che non crea sviluppo e aumenta il rischio di dipendenza strategica da altri paesi, come gli Stati Uniti: “Negli ultimi anni l’80% delle spese per armamenti è andata in importazioni dagli Usa”, sottolinea.

L’Italia spende già tanto in Difesa

Cottarelli ricorda che l’Italia è già molto impegnata sul fronte delle spese militari. “Oggi spendiamo il 60% del budget per il personale, che è altissimo – denuncia – e non è chiaro come verrà ridisegnata la composizione della spesa”. Nessuna chiarezza sui vincoli, né sulle priorità. E per l’economista non ha senso aumentare la spesa se non si è nemmeno capito come spendere quella attuale.

L’etica della spesa militare

Cottarelli chiude la sua analisi con una riflessione che va oltre i numeri: “Non considero la spesa militare immorale. Occorre difendersi. Ma dire che sia necessario spendere il 5% del PIL in difesa in Italia, per quanto ho visto, non mi convince affatto”.

Le parole di Carlo Cottarelli, tecnicamente precise e politicamente dure, pongono una questione fondamentale: è giusto sacrificare risorse pubbliche per obiettivi Nato che potrebbero non essere in linea con i reali interessi del Paese? La risposta, forse, spetta alla politica. Ma i numeri forniti dall’economista non lasciano spazio all’indifferenza: 350 miliardi per il riarmo non sono una scelta neutra. Sono una scelta che cambierebbe il volto dello Stato sociale italiano.

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Conclusione: il 5% alla Difesa non è solo una cifra, è una scelta di Paese

L’allarme lanciato da Carlo Cottarelli va ben oltre il tecnicismo contabile: chiamare il 5% del PIL “obiettivo Nato” significa in realtà decidere cosa tagliare, chi sacrificare e quale modello di società si intende perseguire. Aumentare la spesa militare fino a 350 miliardi in dieci anni non è una misura neutra o automatica: è una precisa direzione politica, che potrebbe compromettere sanità, istruzione e welfare, senza nemmeno garantire maggiore sicurezza.

La voce di un economista autorevole come Cottarelli impone una riflessione seria e pubblica: non è più tempo di automatismi o fedeltà cieca a logiche di riarmo imposte dall’esterno. È tempo, invece, di valutare con lucidità costi, rischi e priorità. Perché in gioco non c’è solo un numero: c’è il futuro dell’equilibrio sociale ed economico del nostro Paese.

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