Il governo Meloni aveva promesso di abolire la legge Fornero. In campagna elettorale la Lega, con Salvini in prima fila, ha costruito per anni il suo consenso attorno a questo obiettivo. Oggi però, a distanza di quasi tre anni dall’insediamento, la realtà è ben diversa: niente superamento della Fornero, ma un nuovo meccanismo che rischia di scaricare sui lavoratori il costo di un’uscita anticipata.
Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon (Lega) ha infatti avanzato una proposta destinata a far discutere: trasformare il Tfr, cioè il trattamento di fine rapporto dei dipendenti, in una rendita mensile da sommare alla pensione, consentendo così l’uscita a 64 anni.
Il meccanismo: usare i soldi dei lavoratori
La proposta prevede che i lavoratori con almeno 25 anni di contributi possano chiedere all’Inps di utilizzare il proprio Tfr, normalmente erogato in un’unica soluzione al termine della carriera, per colmare la soglia minima di pensione necessaria a lasciare il lavoro in anticipo.
Per accedere a questa formula, l’assegno mensile (pensione ordinaria più quota derivante dal Tfr) deve superare le tre volte l’assegno sociale, pari a 1.616 euro. Solo in quel caso scatterebbe la possibilità di uscire a 64 anni.
In sostanza, i lavoratori potrebbero andare in pensione qualche anno prima, ma pagandosi di tasca propria l’anticipo, attingendo a ciò che spetterebbe loro comunque come liquidazione.
Promesse tradite
Il contrasto con le promesse elettorali è evidente. La Lega e Fratelli d’Italia hanno più volte assicurato agli italiani che avrebbero cancellato la Fornero e introdotto misure strutturali di pensionamento anticipato, senza gravare sui lavoratori.
La realtà, invece, è che oggi il governo ipotizza di usare i risparmi degli stessi dipendenti per garantire la possibilità di uscire a 64 anni. Una proposta che sa di presa in giro, soprattutto per chi si aspettava un intervento vero, finanziato dallo Stato, non l’ennesima scorciatoia sulle spalle dei cittadini.
Critiche da opposizioni e sindacati
Le reazioni non si sono fatte attendere. L’opposizione ha parlato apertamente di “bluff” e “presa in giro”. Arturo Scotto (Pd) ha dichiarato: “Il Tfr è dei lavoratori, non di Durigon. Non si può pensare di trasformare la liquidazione in un salvadanaio da usare per coprire le mancanze del governo”.
Durissime anche le parole della Cgil: “Il governo aveva fatto promesse roboanti, e ora scopriamo che la pensione se la devono pagare i lavoratori con il loro trattamento di fine rapporto. Siamo contrari”, ha affermato la segretaria confederale Lara Ghiglione.
Un’operazione rischiosa
La proposta apre inoltre a una serie di rischi concreti:
Il Tfr verrebbe eroso mese dopo mese, riducendo il capitale disponibile al momento della pensione completa.
L’uscita anticipata resterebbe comunque accessibile solo a chi ha accumulato un Tfr consistente, cioè i lavoratori con carriere stabili e stipendi medio-alti.
Per i redditi più bassi, la misura rischia di rivelarsi del tutto inutile.
Inoltre, la platea dei possibili beneficiari potrebbe rivelarsi ampia, con un impatto sulle casse pubbliche ancora tutto da valutare.
La difesa del governo
Durigon ha provato a minimizzare, parlando di una misura “volontaria”, che non imporrebbe nulla a chi non fosse interessato. Il sottosegretario ha anche sottolineato la volontà di bloccare l’aumento dell’età pensionabile previsto per il 2027, quando dovrebbe scattare l’adeguamento a 67 anni e 3 mesi in base alle aspettative di vita.
Una mossa che però non basta a coprire la contraddizione di fondo: il governo non abolisce la Fornero, anzi costruisce meccanismi alternativi che scaricano tutto il peso sulle spalle dei lavoratori.
La proposta Durigon rappresenta un nuovo capitolo di una lunga saga di promesse non mantenute. Invece di riformare davvero il sistema previdenziale, il governo Meloni prova a guadagnare tempo e consenso con soluzioni che spostano il problema più avanti e lasciano i cittadini soli di fronte alla prospettiva di una vecchiaia sempre più incerta.
Chi si aspettava di poter andare in pensione prima grazie a una riforma strutturale, oggi si ritrova davanti all’ennesimo inganno: vuoi lasciare il lavoro prima? Bene, ma pagatelo con i tuoi soldi.
La vicenda del Tfr trasformato in pensione anticipata segna l’ennesima frattura tra le promesse elettorali e la realtà dei fatti. La Lega e il governo Meloni avevano promesso la cancellazione della Fornero e un sistema pensionistico più equo, ma la proposta di Durigon dimostra l’opposto: il peso del problema viene scaricato direttamente sui lavoratori.
Di fatto, chi ha avuto una carriera stabile e un reddito medio-alto potrà forse beneficiare di questa formula, mentre per la maggioranza dei lavoratori precari, con contributi discontinui e Tfr esiguo, l’uscita anticipata resterà un miraggio. In questo modo si accentuano le disuguaglianze sociali, dividendo i cittadini tra chi può permettersi di andare in pensione prima e chi dovrà lavorare fino all’ultimo giorno utile.
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La misura, oltre a essere percepita come una presa in giro, apre a una riflessione più ampia: il governo, incapace di proporre una vera riforma previdenziale finanziata con risorse pubbliche, continua a cercare soluzioni tampone che somigliano più a operazioni di propaganda che a risposte concrete.
La conclusione è chiara: la promessa di “superare la Fornero” è ormai un castello di carte crollato. Al suo posto resta un piano che rischia di impoverire i lavoratori, ridurre il valore delle loro liquidazioni e lasciare intatto il nodo centrale: un sistema previdenziale fragile, che invece di garantire sicurezza e dignità scarica ancora una volta il conto sulle spalle di chi lavora.
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