La Legge di Bilancio entra nelle ultime 24 ore decisive alla Camera dopo che il governo ha incassato la fiducia con 219 sì e 125 no. Il testo verrà licenziato domani, a ridosso della scadenza di fine anno che incombe come sempre sul Parlamento: evitare l’esercizio provvisorio e chiudere l’iter entro il 31 dicembre. Il governo rivendica la tenuta dei conti e la capacità di arrivare al traguardo nonostante una maggioranza spesso “fibrillante”; le opposizioni, invece, continuano a bollare la manovra come “asfittica” e priva di una vera traiettoria per la crescita.
In questo clima, l’Aula diventa il luogo in cui si stratificano due piani: da un lato l’iter tecnico (fiducia, ordini del giorno, voto finale), dall’altro lo scontro politico sul “cuore” della manovra, cioè su quali priorità il governo abbia scelto di finanziare.
Conte: “Liste d’attesa intatte, un anno per una Tac. Sei milioni rinunciano alle cure”
È qui che si inserisce l’intervento di Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, che in Aula costruisce un attacco frontale alla manovra puntando su sanità e servizi pubblici. Il suo affondo parte da una fotografia sociale netta:
liste d’attesa che “non si sono abbreviate”,
personale sanitario “sottopagato” e “sottoposto a turni massacranti”,
attese “anche un anno” per una Tac,
sei milioni di cittadini che rinunciano alle cure.
Conte incalza la maggioranza su un punto politico preciso: il governo, sostiene, “cura con molta attenzione” il servizio sanitario privato, ma non tutti possono permettersi assicurazioni o prestazioni a pagamento. La richiesta è diretta: “prendere quei soldi e metterli nella sanità”.
“Non c’è nulla di nulla per sanità e scuola. Solo per le armi”
Il passaggio più duro è quello in cui Conte sintetizza la manovra come un testo che non interviene sui pilastri sociali: “non c’è nulla di nulla per la scuola, per la sanità”. E contrappone questa mancanza all’aumento degli stanziamenti per la difesa: “c’è solo per le armi”.
È un messaggio costruito per massimizzare l’impatto politico: non è solo critica di merito, ma accusa di gerarchia sbagliata delle priorità. Conte la formula come domanda che chiama in causa direttamente la premier: “È questo ciò di cui il Paese ha bisogno? Forse ne ha bisogno Giorgia Meloni”, aggiungendo l’idea che la politica estera, per la presidente del Consiglio, passi da “impegni di spesa per le armi”.
L’emendamento “sanità invece che difesa”: parere contrario del governo e bocciatura
L’intervento di Conte avviene durante la discussione su un emendamento che chiedeva di destinare risorse alla sanità anziché alla difesa. Il governo ha dato parere contrario (come anche su un emendamento dal contenuto simile presentato da AVS) e la proposta è stata bocciata dall’Aula.
Conte, nella ricostruzione politica del suo intervento, lega la bocciatura a una cifra che utilizza per contestare la “corsa al riarmo”: parla di 23 miliardi nel prossimo triennio, presentati come risorse che, a suo giudizio, potrebbero essere dirottate verso il Servizio sanitario nazionale per garantire prestazioni adeguate e ridurre le criticità sul territorio.
Il punto politico del M5S è lineare: se si trovano risorse per il comparto difesa, allora si può (e si deve) trovarle per sanità e scuola. La risposta della maggioranza, invece, è la più classica nella dinamica di bilancio: la coperta è corta, le scelte sono già state fatte, e la priorità – per questa maggioranza – resta quella impostata nel testo.
Manovra blindata, ma la maggioranza continua a “trattare” sugli ordini del giorno
Mentre l’opposizione attacca nel merito, il centrodestra prova a mostrare compattezza sul voto finale. Ma i “nodi” che hanno attraversato l’esame parlamentare non spariscono: si spostano sul terreno degli ordini del giorno, che diventano il canale per tenere aperti dossier irrisolti e rinviarli al 2026.
È un meccanismo politico tipico dei finali di manovra: l’accordo di governo regge sul voto, ma l’insoddisfazione interna viene “gestita” con impegni futuri, formule di indirizzo e promesse condizionate alle risorse che si troveranno.
Il fronte più teso: pensioni e pressing della Lega
Il tema più sensibile resta quello delle pensioni, soprattutto per la Lega. Il Carroccio mette nero su bianco – via ordine del giorno – la richiesta di sterilizzare l’innalzamento dell’età pensionabile previsto dal 2027. È il terreno identitario su cui la Lega prova a farsi sentire e a non farsi schiacciare dalla centralità di FdI.
La risposta del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è prudente e, in controluce, contiene un messaggio politico: “vedremo durante il 2026”. Giorgetti rivendica anche che la gradualità dello “scalino” prevista in manovra è stata “coperta con oltre un miliardo”: traduzione, conti in ordine e margini stretti, le promesse aggiuntive vanno rinviate.
Da qui l’attacco del PD, che legge la posizione del ministro come una nuova smentita alla Lega: “cercano di riscrivere la manovra con gli ordini del giorno, ma la pezza è peggio del buco”. In sostanza: maggioranza unita sul voto, ma ancora divisa sulle priorità.
Forza Italia e la partita Irpef: Tajani insiste, Leo apre al 2026
Se la Lega preme sulle pensioni, Forza Italia tiene aperta la bandiera del ceto medio e della pressione fiscale. Antonio Tajani rilancia l’obiettivo di “continuare la riduzione della pressione fiscale” e chiede di allargare la base dell’Irpef almeno a 60mila euro, con l’idea di spingere verso stipendi più ricchi e una platea più ampia beneficiaria degli alleggerimenti.
Su questo fronte, il viceministro Maurizio Leo non chiude: parla della possibilità di fare “qualcosa di più nella prossima legge di bilancio se troveremo risorse finanziarie”, arrivando appunto a 60mila euro per “abbracciare tutta la fascia del ceto medio”. Anche qui, il copione è chiaro: la promessa non è nel testo 2026, ma viene proiettata nel 2027 (cioè nella manovra dell’anno prossimo), condizionandola alle coperture.
La “manovra a micro-interventi”: l’elenco degli ordini del giorno e la politica dei dettagli
Nel finale, emergono anche le richieste più minute contenute negli ordini del giorno della maggioranza: interventi che vanno da eventi culturali a opere locali, da tradizioni rurali a palazzetti dello sport, fino a nuove fermate ferroviarie. È la parte meno “nobile” ma più rivelatrice del passaggio parlamentare: la legge di bilancio come contenitore in cui, oltre alle misure macro, si infilano impegni puntuali e rivendicazioni territoriali.
Tra gli esempi citati, compare anche un ordine del giorno firmato dalla deputata di FI Marta Fascina su misure legate alla crisi idrica in alcune aree della Campania. Un dettaglio che segnala come, anche nel rush finale, i partiti cerchino visibilità e risultati spendibili sui territori.
Le opposizioni: Conte guida la linea dura, ma resta il tema della compattezza riformista
Sul fronte opposizioni, l’ordine del giorno di Conte contro gli stanziamenti per le armi e a favore di sanità, istruzione e investimenti green diventa uno dei simboli della protesta. Ma resta aperto un nodo politico: la tenuta della compattezza nel campo progressista, dove alcuni settori riformisti del PD manifestano malumori su posizioni considerate troppo rigide o non realistiche, soprattutto quando si entra nel terreno della difesa e degli impegni internazionali.
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Il percorso parlamentare si avvia alla chiusura: fiducia incassata, ordini del giorno nella notte e voto finale imminente. Ma il dibattito lascia una traccia politica netta.
Da un lato, il governo difende la manovra come equilibrio possibile e rivendica la tenuta dei conti. Dall’altro, Conte e il M5S alzano il tono su un terreno che parla direttamente alla vita quotidiana: liste d’attesa, rinuncia alle cure, salari del personale sanitario. La sua accusa – “per sanità e scuola non c’è nulla, solo armi” – è destinata a restare uno degli slogan più forti di questo finale di anno, perché traduce in una frase l’idea di una manovra che, secondo l’opposizione, non intercetta le urgenze reali degli italiani.
E mentre l’Aula boccia l’emendamento e il governo va avanti, i nodi interni della maggioranza (pensioni per la Lega, Irpef per FI) restano sul tavolo, rinviati al 2026: segno che la manovra passerà, ma la battaglia politica sulle priorità – sanità contro difesa, welfare contro vincoli di bilancio – è tutt’altro che chiusa.



















